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Sono stata al concerto di Sfera Ebbasta con Dolcenera

Dolcenera non è esattamente una maestra di diplomazia e questo, oltre al fatto che è in grado di bere due vodka tonic in 30 minuti e restare lucida, è uno dei motivi per cui ci siamo divertite un sacco.

di Carlotta Sisti; foto di Kevin Spicy
07 maggio 2018, 2:25pm

Nella notte del 28 aprile, mentre i tifosi interisti incrociati in autogrill cercavano conforto in coni gelato, sono andata alla seconda data sold out di Sfera Ebbasta in compagnia di Dolcenera. Inutile dire che la location era quella del Fabrique, dove, ormai, ho preso in affitto un loculo tre metri per tre e di fronte al quale ho lanciato la mia nuova attività, cavalcando la moda del momento: la vendita di stock di calzini. Insomma, ho preso alla lettera Tran Tran, quando dice “corri meno e pensa a farne molti”, con risultati, al momento, piuttosto esigui; ma se i tifosi dell’Inter credono ancora di poter andare in Champions, non vedo perché io non possa credere di diventare ricca per sempre grazie al vostro bisogno di calze.

Ma tutto questo ha davvero poco a che fare con la mia ospite, Emanuela Trane, in arte Dolcenera, autrice da qualche mese a questa parte di cover rivisitate dei rapper più famosi d’Italia, nonché donna impossibile da far venire non dico male, ma nemmeno così così in foto. La donna più fotogenica del mondo, dunque, è anche tra le più toste che io abbia mai incontrato, quindi non aspettatevi, da qui a un attimo, un’intervista con modini e carinerie profuse a destra e a manca. Diciamo, per capirci, che se oggi dovessi pensare a una persona da abbinare al concetto di “diplomazia” non mi verrebbe certo in mente Dolcenera, e credo che questa, oltre al fatto che è in grado di bere due vodka tonic in 30 minuti senza perdere un grammo di lucidità, è una delle ragioni per cui ci tornerei volentieri a fare serata.

Nonostante i giudizi tranchant, si dimostra subito di indole buona, chiedendo se l’aggeggio con lo zainetto che mi accompagnava fosse “il famoso fotografo maltrattato”, andando così ad alimentare il mostro di ego che alberga in Kevin Spicy. Insomma, mi sono subito trovata a mio agio a procedere con un'intervista che è stata un vero successo e sarebbe probabilmente dai vietare ai minori, dato che Manu, come mi sento di poterla chiamare dopo che abbiamo ballato in modo sexy per una Instagram story (di cui non v’è più traccia, per mia fortuna, dato che ero sinuosa come Max Pezzali) ha parlato per quasi un’ora, stravincendo a mani basse anche su Jake La Furia per numero di parolacce.

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L'autrice e Dolcenera.

Partiamo, com’è d’obbligo, dalle tue cover trap. Ho letto che ti hanno chiesto di fare Young Signorino, non so se hai sentito il pezzo.
Hai voglia se l’ho sentito, anzi, è un po’ che lo sento, Young Signorino.

Ma rifare "Mmh ha ha ha" è mega difficile!
Sì, è mega difficile. Ma non è impossibile. Soprattutto per una come me, che è nota per le sue doti interpretative, perché tutto mi si può dire tranne che non so interpretare.

Mi spieghi che cosa intendi per doti interpretative?
Andare a cercare, analizzandolo a fondo, ciò che di valore esiste in un brano e che può essere messo in luce. Saper tirare fuori i punti salienti di una canzone e metterli in primo piano. Entrare nella scrittura, nel fulcro, nell’anima, mantenendo certe caratteristiche e stravolgendone altre. Per me fare questo è naturale, è qualcosa che mi viene d’istinto sin da quando ero bambina.

Che cosa ti ha attratta, all’inizio, nella scrittura della Dark Polo Gang?
La verità è che sto lavorando in studio con persone di diverse generazioni, e quindi come ci sono degli scontri ci sono anche degli incontri e intrecci generazionali. Intendiamoci, io di mio Young Signorino non lo potevo conoscere, anche perché è venuto fuori davvero da poco, quindi o stai proprio in fissa in quel trip, oppure non te lo ascolti. La Dark Polo Gang, invece, la conoscevo, perché è la più discussa, controversa, chiacchierata e, onestamente, a primo approccio ho pensato "come cazzo stanno messi questi qua?".

Ah, quindi non è stato un colpo di fulmine.
No, però mi hanno incuriosita e mi sono informata, per capire se erano credibili, perché dal punto di vista cantautorale io vado sempre alla ricerca della credibilità e dell’autenticità, perché se c’è una cosa che mi sta sul cazzo è quando uno finge. E in questo mestiere qua, siccome è un mestiere fatto per buona parte di apparenza è tanto più facile fingere, io valuto in base alla coerenza con se stessi. Quindi: a me interessano solo quelli che hanno un istinto genuino nella scrittura.

E la DPG hai trovato ce l’avesse?
Ecco, sì, sono andata oltre il fastidio per quel senso di sfascio, di “mi trascino nella vita”, che rappresenta l’opposto di come sono fatta io, e me li sono studiati. Già solo suonandola al piano ho intuito che "Caramelle" aveva dei ganci, nella melodia, molto fighi, perché si gira su delle none e su delle quinte bemolli, che la rendono allettante. Ora: la Dark Polo questo non lo sa, e non lo sa nemmeno chi gli fa le basi, e sono certa che questa bellezza a loro è venuta fuori a caso, però a me ha attratto da morire. Poi, facendo altre cover, tipo di Sfera, mi sono accorta tanto più che la DPG è più accattivante dell’80% del resto della trap. Insomma, c’hanno ragione loro, perché sono integri e super focused, mentre altri un po’ si addolciscono, un po’ sono melensi, un po’, ancora come Sfera, cantano “sono una rockstar” ma con sotto un synth che fa blip-blip in stile vagamente orientale, che mi fa pensare “ok, mi stai dicendo che oggi la rockstar è un’altra, che è cambiata rispetto al passato, ma nel sound lo vogliamo tirare fuori un po’… Un po’ di cazzo!” [ride]

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L'autrice e Dolcenera al concerto.

Mi sembri una parecchio diplomatica.
Molto. Tornando, però, a Sfera, visto che tra poco lo andiamo a sentire, voglio sottolineare che a livello di scrittura per molte cose lo trovo geniale. Per esempio quando in "Cupido" fa gli stessi accordi di Lucio Dalla, come ho fatto sentire nella cover insieme a The Andrè, in "Caruso", lì impazzisco. E comincio a capire che quella scrittura è pop, non più solo trap, e questo significa innalzarsi a un livello superiore, perché puoi scegliere di fare l’uno e l’altro e arrivare a molta più gente.

Andando sui contenuti, hai dovuto superare qualche fastidio per come si parla delle donne in questi pezzi?
Guarda, non so quanto questo aspetto, di chiamare le donne troia per esempio, attecchisca davvero a livello culturale. Secondo me quasi per niente. Così come spero, ancor più, che non attecchisca il messaggio iper individualista, per cui solo uno ce la fa e tutti gli altri che rimangano pure nella merda del ghetto. Perché guardate che così, lo dico chiaramente, col cazzo che si va avanti. I cambiamenti, le rivoluzioni sono sempre nate dal gruppo che si mette insieme per il bene del gruppo, non di uno solo. Questa cosa blocca lo sviluppo, ed è terribile, tanto più per me che credo profondamente nel sogno collettivo, e sono contraria, anzi avversaria di questo modo ego-maniaco di vedere le cose. Vero è, mi viene in mente parlando, che il messaggio potrebbe pure funzionare al contrario, ovvero: se ce l’ha fatta lui ce la posso fare anche io, e allora tutti si danno una smossa. Non so, è complicato, bisognerebbe interpellare un sociologo.

Riferirò a Noisey perché trovi un sociologo dei fan della trap. Tornando ai riferimenti alla donne?
Di base penso che se questi trapper si trovassero una ragazza con le palle, sarebbero messi sotto e punto [ride].

E una donna che trappa te la immagini?
Eh, faccio fatica. Per una donna riuscire in generi così maschili, come un tempo è stato per il rock, vuol dire avere quadruple palle. Perché se il pubblico femminile ascolta un artista per due motivi, uno perché gli piace la musica, due perché gli piace il cantante, il pubblico maschile ascolta solo la musica, e non si compra il CD di Beyoncè perché è figa, si guarda le foto per quello, capito? Se sei una femmina non ti trovi i ragazzi al tuo live perché pensano che tu sia bella, te li trovi solo se gli garba moltissimo la tua musica. È doppiamente difficile per una donna nel rap e nella trap bucare e fare grandi numeri.

Pensi di aver allargato la tua fan base grazie a queste cover?
Non penso, però è possibile che alcuni abbiano riscoperto il mio lato interpretativo. Se maneggi la materia puoi entrare nel linguaggio di quella materia, certo non come chi la fa davvero, ma magari scegliendo la contaminazione. E soprattutto, se maneggi la materia, in questo caso la musica che è fatta anche di regole, puoi fare una cosa divertente ma seria. Perché io ho arrangiato questi pezzi in maniera seria, eh, mica ad minchiam.

Beh s’è capito tanto più nell’ultimo di Capo Plaza. Hai fatto tutto tu?
Sì. Cassa, claps, synth, che ha dentro anche le basse quindi il basso non serve, surdi [grossi tamburi brasiliani, N.d.R.] e repinique. Sto in fissa con i suoni del Sud del mondo in questo periodo, ed è da un pezzo che mi ascolto l’afro trap, da ben prima di quella italiana. La scena, per esempio, francese, mi è sempre piaciuta di più di quella italiana, perché è più legata ai suoni tribali. Ma poi, in realtà, il discorso è che tutto parte davvero dalla musica popolare.

In che senso?
Nel senso che anche in Ghali, e si sente tanto in "Cara Italia", c’è un cuore di musica della tradizione, del Sud del mondo ma anche di Napoli, della Puglia, della Sicilia, quei canti regionali che bene o male smuovono qualcosa in noi, perché ce lo abbiamo nel DNA, anche se non lo sappiamo. Per questo funziona così bene e ci emoziona, perché quel pezzo è pop ma è anche emozionante.

Ma dimmi di The André: chi ha cercato chi per fare il duetto di "Cupido"?
Io ho cercato lui. Gli ho mandato un messaggio tipo “ciao bello, io mi chiamo Dolcenera, tu ti chiami The André, stai facendo la stessa cosa che sto facendo io, direi che possiamo fare qualcosa insieme". Lui ha detto di sì, ma la mia paura era che non fosse in grado di registrare dal vivo, perché ne conosco di musicisti che non sono capaci e ti dicono “sì, ma mandi tutto ius studio” così si aggiustano, capito? Invece lui arriva e scopro che ha fatto il conservatorio, e che è uno che sa alla grandissima sia cantare accompagnandosi alla chitarra sia ripetere la performance tutte le volte necessarie per avere un risultato in video ottimale. Totalmente all’altezza, e, ti giuro, sono pochi.

Ma non ti ha fatto effetto sentire uno cantare con quel timbro identico a De André?
Tantissimo. A un certo punto gli abbiamo anche chiesto di mettere la dentiera per ripristinare il suono di De André degli ultimi anni, che era un po’ cambiato.

Hai detto che stai registrando il nuovo disco: qual è la cosa di cui ti sei accorta d’avere urgenza di dire oggi?
Dal punto di vista del sound, il ripristino dell’origine della musica, che è percussiva. Come concetti, sono stata ispirata profondamente dal bellissimo libro Donne che corrono coi lupi, che è stato scritto da una psicanalista junghiana specializzata in tribù, che racconta come il ruolo della donna sia stato stravolto dalla società. Perché in origine la femmina procacciava cibo, faceva da capobranco, ed era anche madre, anche, non solo. Una figata cosmica. Quindi: il mio nuovo disco è mosso da tutto questo bagaglio di lettura, da un lungo viaggio che mi ha portata fino a Cuba e da, in più, un po’ di odio verso chi fa il reggaetton banalizzandolo, volendo fare una robetta pop leggera e svilente. Poi a livello di testi parlo molto della voglia di comunanza.

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Sfera Ebbasta live.

Quindi ti consideri non-materialista?
Per nulla. Non credo nell’ostentazione, non credo nel farsi pubblicità, non credo nell’implorare like. Sono un po’ buddista, anche se non rinnego la mia cristianità, però credo nell’anima mundi, nel fatto che siamo tutti connessi gli uni agli altri.

Wow, Dolcenera fricchettona.
Per carità. Però, per esempio, ho sempre voluto vivere in una comune, perché lo scambio mi rende migliore. L’interazione, il dialogo, mi fa bella. Peccato che nessuno mi abbia mai detto di sì, però in America lo fanno, sai? Gli artisti si mettono insieme, convivono, c’è lo scambio vero ed è per questo che riescono ad alzare così tanto il livello.

Quindi il mito del cantautore che si isola per scrivere non vale per te?
All’inizio devo stare da sola, perché il trip mentale per capire dove voglio andare in quel percorso è solo mio. Assemblo tanti pezzettini di vita e parto. Per questo nessun disco è mai uguale a un altro. Quello prima di questo era dance, perché in quel momento della mia vita gli unici che mi facevano vibrare erano i DJ.

Ti ha colpita la vicenda di Avicii?
Ma non sai quanto. C’è stato un periodo che ho ascoltato quasi solo lui. E dopo aver visto il documentario su Netflix lo sento tanto più affine, perché come lui si era allontanato, soffrendo enormemente, dalle scene, anche io vengo da tre anni quasi del tutto senza concerti. Anche io sto davvero bene solo quando sono in studio.

Ma anche per te è qualcosa legato all’ansia da prestazione?
No, più al fatto che mi sembra di non inventare un cazzo, anche se non faccio mai un live identico a un altro perché improvviso un sacco, ma nonostante questa creatività che metto sul palco a me sembra lo stesso di non fare nulla di nuovo, e a me mi garba fare una cosa nuova.

Non hai voglia di tornare in tour?
No. Io sto facendo il disco e vorrei ripartire e farne un altro, non mi frega di raccogliere, voglio solo seminare.

Non ti manca il rapporto diretto con chi ti ascolta?
No. E poi, scusa, ormai il mondo è virtuale: non posso fare un concerto, vero, organizzato bene, da casa mia, trasmesso dove cazzo volete?

Ultima cosa: c’è qualche leggenda metropolitana sul tuo conto che vuoi smentire?
Vediamo… Perché io faccio dei gran erase e mi scordo. Ah sì: Dolcenera fascista! Una roba assurda, nata nel 2009 mentre stavo facendo un MTV a Roma, e alcuni fan in prima fila hanno iniziato a urlarmi “facce un saluto, facce un saluto”, ma stava per riconicare il programma e io gli ho fatto cenno con la mano, perché stavo sentendo il countdwown, “fermi, fermi, basta” e hanno preso quel gesto per un saluto romano. Ma vaffanculo, va'.

Non era l’ultima cosa, questa è l’ultima: il commento sulle tue performance trap che più ti è rimasto impresso?
Uno scambio tra due: “Questo è linguaggio alieno, fra” e l’altro “Sì, ma sto a disagio”. Purtroppo nell’ultimo video, quello di Io non cambierò mai, non ci sono commenti negativi, che sono i più comici, i più divertenti, quindi mi sa proprio che è figo e non trash.

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Sfera Ebbasta, il suo zainetto e la gente carica.

Essendosi fatta una certa, ci dirigiamo al Fabrique, proprio mentre dal management di Gionata in arte Sfera ci arriva notizia che non si potrà fare la foto d’ordinanza tra guest ed host, perché, causa diretta del live in radio, nel backstage imperversa una grande agitazione. Così, mentre inciampo in un pubblico persino più giovane di quel che immaginassi (tanto che alcuni fan mi sa che non raggiungessero l’età della scuola media) mi rassegno a non poter dare nemmeno una sbirciata al dietro le quinte di quello che per certi versi è l’evento dell’anno. Per i numeri che ha raggiunto Sfera, certo, ma anche per il codazzo di dibattito e polemiche (vedi anche i commenti alla sua esibizione al concertone del Primo Maggio a Roma) che il golden boy della trap italiana si trascina dietro.

E così, mentre mi tormento l’anima chiedendomi se anche a lui come a Cosmo fanno cagare i cavoletti di Bruxelles, veniamo confinati in una sorta di finto backstage in zona regia, dove bazzica un’umanità composta per l’80% di braga in cerca di qualunque forma di affermazione del ”io c’ero”. Tant’è che un gruppo di questi, avvistato Kevin Spicy gli abbaia un “ma cazzo, ma ce la fai una foto?”, senza chiedere informazione alcuna su dove, un giorno, andarsela a cercare.

In questo clima di grande lucidità mentale, alle 21 e 45 la chitarra di Tran Tran e il uo-oh-oh-oh-oh del pubblico danno inizio alla serata, mentre padri disperati cercano rifugio nei propri smartphone dove campeggia la diretta di Inter-Juve. Non ho colto altri dettagli di questo incipit, perché me la sono cantata tutta dall’inizio alla fine, ma smessi i panni di fan, noto in mezzo ai led che proiettano simboli dell’euro, del dollaro, delle rupie, anche un batterista e un chitarrista oltre al DJ che mette le basi. “Ma che cazzo ha lo zainetto a fare” è il commento di Manu all’outfit del rapper di Ciny, che si presenta in tenuta da motociclista con, a sottolineare il messaggio nel caso a qualcuno fosse sfuggito, il simbolo di euro e dollaro ben piantati sul microfono.

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$fera €bbasta.

I pezzi, da "Scooteroni" a "XDVR", corrono via, velocissimi, anche perché non li canta quasi mai fino alla fine e in un attimo, giusto il tempo di aver ascoltato Dolcenera spiegarmi che a suo avviso “i rapper italiani fanno sempre e solo delle gran terzine, a livello di suddivisione ritmica della melodia, mentre gli americani hanno molta più fantasia, più varietà”, e siamo già al set di Drefgold. Che, la verità fa male ma va detta, io non riconosco e il fotografo scambia per Sfera, al grido di “oh no, mi sono perso il cambio abito”. Solo la mia ospite lo identifica, nonostante sia a metà del secondo cocktail, in un lampo, guardandoci, per questo, come si guardano gli insetti che rimangono capovolti sul dorso, in un misto di pietà e disprezzo.

L’atmosfera torna serena grazie a "Sciroppo", la preferita di Manu, che si lascia andare due salti scomposti, senza, tuttavia, che resti traccia di quella scompostezza in alcuna delle foto, manco quelle fatte con il cellulare. Gli ultimi tre pezzi, quando non sono nemmeno le undici, sono "Visiera a becco", "Cupido" e "Rockstar". Mentre io e le mie bullizzate Vans defluiamo fuori dal Fabrique, Dolcenera mi fa il suo commento finale: “La chiusura è 'popparola' a bestia, ma il ragazzo ha dei guizzi creativi fighi, quindi avercene di bravi così sulla scena. Anzi, ti dirò: è figo avere uno come Sfera in risposta al qualunquismo del pop italiano”.

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