Pubblicità
Attualità

Questa foto può davvero compromettere l'inchiesta per la morte di Mario Cerciello Rega?

Secondo l'avvocato americano Alan Dershowitz​, la foto che ritrae Hjorth​​ bendato e ammanettato può essere usata per far annullare il processo.

di Niccolò Carradori
29 luglio 2019, 1:17pm

La foto di uno dei fermati per l'omicidio di Mario Cerciello Rega.

Nella notte fra il 25 e il 26 luglio, a Roma, è stato ucciso il vicebrigadiere Mario Cerciello Rega, pugnalato 11 volte all'addome. Rega era intervenuto in borghese, insieme a un collega, a seguito della chiamata al 112 dello spacciatore Sergio Brugiatelli, che voleva recuperare uno zaino sottrattogli da due ragazzi americani (Elder Finnegan Lee e Christian Gabriel Natale Hjorth) dopo un litigio dovuto a un "pacco" rifilato ai due, che volevano acquistare della cocaina. Le dinamiche non sono ancora totalmente chiare (esistono alcune incongruenze nelle versioni dei testimoni, per esempio) ma nonostante la gravità della vicenda, ci sono stati parecchi strascichi.

Tra queste: l'ondata di fake news, razzismo e propaganda sprigionata nelle prime ore, la strumentalizzazione dell'accaduto, e infine la diffusione di una foto scattata da un membro delle forze dell'ordine che ritrae Hjorth bendato e ammanettato in una stanza della caserma.

La foto è divenuta immediatamente oggetto di dibattito—con tanto di post del vicepremier Salvini che dice: "A chi si lamenta della bendatura di un arrestato, ricordo che l’unica vittima per cui piangere è un uomo, un figlio, un marito di 35 anni"—ma ha anche portato a un'istantanea reprimenda degli ufficiali delle forze dell'ordine e all'apertura di un'inchiesta per abusi e condotta da parte del procuratore generale di Roma Giovanni Salvi. Che ha immediatamente individuato il militare che ha legato e bendato Hjorth, destituendolo per il momento dal suo ruolo operativo, e sta cercando di chiarire anche chi abbia scattato e fatto girare la foto attraverso canali non ufficiali.

Va detto subito che, secondo le ricostruzioni attuali, a carico dei due fermati sembrano esserci altri elementi che proverebbero la colpevolezza. Ma la foto rappresenta un appiglio difensivo oggettivamente molto forte, almeno per mettere in discussione il modo in cui sono state raccolte le dichiarazioni.

E se in un'intervista rilasciata al Corriere della Sera Salvi ha tenuto a chiarire che nonostante la gravità del fatto l'inchiesta rimane regolare, il celebre avvocato americano Alan Dershowitz ha dichiarato alla Stampa che l'immagine potrebbe essere utilizzata dalla difesa per annullare il processo. Abbiamo quindi chiesto all'avvocato Arturo Salemi, presidente di CILD (Coalizione Italiana Libertà e Diritti Civili) di fare chiarezza su alcuni dei punti elencati da Dershowitz e sulla gravità oggettiva della situazione.

VICE: Vorrei iniziare analizzando la foto in questione, sia a livello di contenuto, sia per quanto riguarda la sua diffusione—anche perché c'è chi dice che non c'è nulla di strano né nell'uno né nell'altra.
Arturo Salerni: Bisogna andare a vedere bene cosa dicono la nostra Costituzione e le convenzioni internazionali, in primo luogo la Convenzione Europea sui Diritti Dell'Uomo, riguardo ai "trattamenti inumani e degradanti" di chi è in stato di fermo. E sicuramente bendare e tenere ammanettata una persona in quel modo costituisce un atto inumano e degradante. Sotto il profilo penale si configura come violenza privata: per come è costruita l'introduzione al reato di tortura nel nostro codice probabilmente non esiste questo tipo di ipotesi, non è punibile sotto quel profilo. Perché da noi è stato introdotto come "una serie di reiterati atti di violenza, anche psicologica".

Qui si tratta di un solo atto dimostrato, e quindi rientra nell'ipotesi che è prevista e punita dall'articolo 610 del codice penale. In ogni caso, poi, è un atto che non è consentito alla polizia giudiziaria: non possono usare assolutamente questo tipo di trattamenti. Ancora di più bisogna riflettere riguardo al profilo della rilevanza disciplinare, e direi anche di natura penale, che riguardano la diffusione della foto. Perché vi è una garanzia di riservatezza nei confronti di coloro che vengono arrestati e sottoposti procedimento di fermo (che deve essere convalidato dal giudice). La persona che viene convalidata in stato di fermo ha il diritto di vedere subito il proprio avvocato, e quantomeno il primo atto istruttorio. Deve essere in tempi certi interrogata dal pubblico ministero o dal giudice per la convalida. Quindi si era ancora in una fase molto delicata.

Cosa rischiano gli agenti che hanno operato in quelle condizioni e scattato la foto?
Al di là di una destituzione operativa esiste anche un problema disciplinare, che va subito avviato. Un procedimento per valutare la sospensione dal servizio. Il fatto è particolarmente grave, eclatante. Siamo certamente di fronte ad un abuso, e potrebbe essere anche configurabile il reato di abuso negli atti dell'ufficio.

Per per come l'ha presentata Alan Dershowitz nell'intervista a La Stampa, quella foto sembra quasi rappresentare un viatico per lo stravolgimento dell'intero processo. Dopo aver dichiarato che lui la utilizzerebbe immediatamente per annullarlo, sostiene che esistano tre metodi attraverso cui è possibile farlo.
Detta così mi sembra un'ipotesi piuttosto fantasiosa, quella dell'annullamento.

Il primo metodo riguarda l'aspetto diplomatico. Dershowitz sostiene che pur non esistendo procedimenti di estradizione inversa, il governo USA potrebbe comunque "presentare una protesta formale, e chiedere che il ragazzo venga mandato in America per il processo. Gli USA lo hanno fatto in molti casi. In genere non è un mezzo adoperato con i paesi alleati come l’Italia, ma l’impatto mediatico della foto potrebbe spingerli ad agire."
Mi sembra eccessivo, ma è tutto possibile nel campo diplomatico. Vent'anni fa, ad esempio, ho difeso Pietro Venezia, che rischiava di essere condannato a morte negli Stati Uniti per un omicidio commesso a Miami. Venezia si trovava in Italia, e c'era un trattato di estradizione Italia-USA che abbiamo portato di fronte alla Corte Costituzionale, e abbiamo fatto annullare. Perché non offriva determinate garanzie in caso di possibile condanna a morte.

Quindi tutto è possibile, e questo fattore—cercare di far muovere il governo USA—potrebbe effettivamente essere utilizzato dalla difesa. Questo ci deve far riflettere sulla gravità del fatto: offrire a uno stato estero anche solo la possibilità remota di presentare sul piano internazionale una questione di questo tipo ci indica quanto sia increscioso aver perpetrato quell'abuso e averlo reso pubblico. Perché crea anche delle ombre sul funzionamento dei nostri iter giudiziari, e sono cose su cui è possibile marciare.

Il secondo punto, invece, quello "giuridico", implica il mettere in dubbio che—cito sempre l'articolo de La Stampa—"la confessione sia avvenuta quando il soggetto era bendato o dopo." Così da renderla inammissibile. Lo stesso difensore del ragazzo, l'avvocato Emiliano Sisinni ha detto che quella foto "deve far riflettere sulle implicazioni che ciò potrebbe avere sulla libera autodeterminazione di un indagato nel rendere dichiarazioni."
Qui entriamo più nello specifico, e capiamo che l'argomento non è quello di invalidare un'intera inchiesta, ma alcune parti di un'inchiesta. Che non è comunque una cosa da sottovalutare. Questa dell'ammissibilità degli interrogatori successivi al fatto fotografato sarà una questione su cui si apriranno mille dibattiti, perché la difesa può sostenere che siano frutto di una situazione di mancato rispetto delle garanzie dell'imputato. Quantomeno si è messa a rischio l'utilizzabilità di quelle dichiarazioni.

A tal proposito però i
l procuratore generale di Roma, Giovanni Salvi, che ha concluso la prima fase dell'indagine avviata su questo fatto, ha dichiarato che nonostante il madornale errore l'inchiesta è regolare. Perché i ragazzi si sono presentati all'interrogatorio non ammanettati e non bendati, e in presenza degli avvocati gli sono stati letti i loro diritti, ed era quello il momento in cui avrebbero dovuto dire se qualcosa si era verificato in modo irregolare. Questo non basta a risolvere il problema però...
No, semplicemente perché nel nostro sistema decidono i giudici, non i PM. I pubblici ministeri giustamente avviano le azioni penali, esprimono i loro pareri, e fanno i loro atti. Ma sono solo una parte del procedimento. Sarà il giudice, di fronte alle richieste del PM e di fronte alle obiezioni che la difesa farà—sostenendo, appunto, che l'interrogatorio a seguito di quei fatti non è ammissibile—a decidere in merito. E non solo in questa fase, ma anche nel corso del dibattimento: il giudice di primo grado, e poi d'appello, e poi di cassazione.

Poi, ovviamente, bisogna vedere quanto le dichiarazioni rilasciate dopo il fatto risultino importanti all'interno del quadro istruttorio. Può anche darsi che tutta una serie di elementi istruttori—testimoniali, documentali e probatori— che riconducono il fatto omicidiario alla condotta dell'imputato risultino più importanti rispetto alle dichiarazioni rese. Ma questo non toglie che sia stato un errore inaudito.

Infine, dice Dershowitz, la difesa può appellarsi alla Corte europea dei Diritti dell’Uomo e alla Corte di giustizia europea per far annullare il processo. "Usando la foto come la prova di un trattamento che viola la legge."
Sì, questa è una via percorribile, che può essere messa in atto in qualsiasi momento. Normalmente bisognerebbe attendere la definitività dell'utilizzo di tutti gli strumenti esperibili nel paese in cui si applica la convenzione, però di fronte a situazioni eccezionali su cui è possibile intervenire è possibile farlo prima.

La condanna della Corte Europea, però, a mio avviso, non porta all'annullamento degli atti processuali. Porta a una condanna del paese in ordine a quel fatto, che generalmente determina un risarcimento di chi ha subito la condotta errata. Ma anche questa comunque rappresenta una mossa utilizzata dalla difesa e valutata dai giudici: perché quanto un atto che venga dichiarato contrario alla Convenzione, e quindi non utilizzabile all'interno del processo, possa poi influire sull'insieme degli strumenti probatori che vengono raccolti deve essere comunque valutato.

Lei si è mai trovato di fronte a una situazione simile? Cosa l'ha colpita di più di questa situazione?
Sì. Pensiamo al caso in cui, capita spesso, la persona renda dichiarazioni contrarie a sé e venga ascoltata non in presenza del suo avvocato. È un caso in cui è possibile fare in modo di non utilizzare quelle dichiarazioni nel processo.

Oltre alla gravità estrema di aver violato i diritti del fermato (che uno stato di diritto non deve mai perpetrare), e all'aver messo in pericolo una parte dell'inchiesta, trovo che sia stato estremamente sgradevole il modo in cui alcuni esponenti delle nostre istituzioni abbiano utilizzato questa storia mediaticamente.

Segui Niccolò su Instagram.