Una chiacchierata con i Dream Theater a Milano

Quando delle leggende del metal vengono in Italia non puoi lasciartele scappare, soprattutto se c'è da parlare di whisky, orsi e di come la razza umana si sta uccidendo da sola.
dream theater distance

Ho questa immagine chiarissima in testa di un me quindicenne che fa partire un video di "The Dance of Eternity" dei Dream Theater sul computer e lo mostra con orgoglio ai suoi amici non metallari. Quello che mi aspettavo è che condividessero la mia genuina esaltazione per quei continui cambi di tempo, quelle staffette di strumenti, quel titolo così evocativo all'interno di un concept album che parlava di ricordi, di morte e di rinascita. E invece già al primo passaggio dai sette ottavi ai tredici sedicesimi il loro linguaggio del corpo diceva un chiarissimo "Finirà presto, vero?"

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Insomma, nella mia personalissima esperienza i Dream Theater sono uno di quei gruppi che nel mondo dell'ironia e dell'ignoranza sono un gruppetto di maschi noiosoni fissati con i chitarroni ma anche con i tempi pazzi e la tecnica pazzissima. Il che fino a un certo punto può anche starci, ma una cosa che mi faceva e fa tuttora venire il dolore quando sento un ragionamento del genere è che in un ragionamento del genere non si considera la visione di Petrucci, LaBrie, Myung e compagni: il loro fare musica non è fare una gara di assoli, è scolpire il blocco di marmo del metal a lenti colpetti fino a creare un'opera fatta di tante piccole sculture interconnesse.

Uno dei miei scrittori preferiti, Antonio Moresco, fa la stessa cosa con la letteratura: nei suoi primi racconti ci sono dettagli, scelte lessicali, personaggi che hanno poi rifatto capolino tra righe scritte decenni dopo. Ecco, i Dream Theater fanno questa cosa qua: se scrivono una canzone con un "Pt. 1" dopo il titolo, potete stare sicuri che a un certo punto la "Pt. 2" arriva. Anche se la prima è nel 1992 e la seconda è nel 1999. E non è una canzone, è un intero concept album. Quello della canzone da cui ho cominciato.

scenes from a memory

La copertina di Scenes From a Memory, il concept album di cui sopra, cliccaci sopra per ascoltarlo su Spotify.

I dischi dei Dream Theater sono così: reti che catturano il pesce-ascoltatore, non ami scagliati a mare in cerca di un paio di labbra che ci abbocchino. E le corde sono fatte sì di musica ma anche, e tanto, di parole - scritte un po' da tutti i membri del gruppo, e non solo dal vecchio James LaBrie. Queste, spesso, si perdono in mezzo alla poca dimestichezza per la lingua inglese dei non madrelingua mediterranei, ma a un ascolto attento o a una lettura in italiano si rivela una scrittura che è come l'alta montagna: capace di essere gelida e assassina, ma tersa e intrisa di luce accecante. Dipende un po' da come cambiano le stagioni.

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L'esempio a cui sono più legato è quello della Twelve Step Suite, cioè una supercomposizione di dodici pezzi spalmata su quattro album sul processo di riabilitazione dall'alcolismo di Mike Portnoy, storico batterista del gruppo oggi sostituito da Mike Mangini: un'ora di musica scritta lungo il corso di sette anni, uno scavo nella mente e nel corpo di una persona che sapeva di starsi uccidendo lentamente bevendo persino nelle pause sul palco. Sul palco del teatro dei sogni si recitano drammi e commedie di salute mentale, di terrorismo, di piena automazione.

Su Distance Over Time, il loro nuovo album, il palco è la superficie del pianeta. I Dream Theater si sono chiusi in una casetta-studio in mezzo alla natura e lì hanno scritto e composto pezzi che parlano di "dolore, fame, guerra, soprusi", della "scioccante verità del cambiamento climatico", di "alluvioni e incendi, uragani". Un teschio umano si mangia lo spazio della copertina, la mano di un robot lo solleva, unico padrone su quel pallido puntino azzurro che Carl Sagan vide e ci spiegò come l'unico segno che l'intera razza umana lascerà mai nell'inquietante buio dell'universo.

Da qua cominciamo a parlare, negli uffici della Sony a Milano, poco prima che James LaBrie e John Petrucci—voce e chitarra, nei Dream Theater da 28 anni—prendano un aereo. Non hanno ancora toccato il whisky che si sono fatti portare per ingannare il tempo tra un'intervista e un'altra, e quindi ci facciamo un bicchierino mentre parliamo.

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dream theater distance over time album cover

La copertina di Distance Over Time dei Dream Theater, cliccaci sopra per ascoltarlo su Spotify.

Noisey: L’impressione che ho avuto è che, testualmente, avete scritto un sacco di problemi e difficoltà, per esempio in “S2N”, dove dite “Shocking truth, climate change, floods and fires, hurricanes, overdose, suicide, innocent die”. Parlavate di queste cose? Siete preoccupati per le sorti del mondo? Cosa vorreste che i vostri fan trovassero, nei testi dell’album? Arrivate da un disco come The Astonishing, una distopia, ma qui parlate di fatti, del reale.
Petrucci: Prima di tutto, è stata un’esperienza bellissima. Ci siamo divertiti tantissimo, per essere insieme da così tanto tempo, ormai siamo più fratelli che compagni di band: ci siamo divertiti a stare insieme, scrivere, suonare, fare grigliate, abbiamo pure avuto un orso alla porta un giorno.

Vi siete finti morti, con l’orso?
Petrucci: No, avremmo potuto, ma gli siamo solo rimasti lontani. Per via di come abbiamo scritto questo disco, il risultato è molto più organico, più primitivo, più divertente, più naturale, e ci rappresenta tutti. Tutte le nostre idee, la nostra musica, in un solo posto, e c’è un sacco di energia, e penso che anche se non abbiamo parlato direttamente dei temi che avremmo affrontato, in qualche modo viaggiavamo tutti sulle stesse frequenze, in qualche modo tutti stavamo riflettendo su ciò che sta succedendo nel mondo e come stiamo reagendo a queste cose, che emozioni proviamo a riguardo. Quindi sì, hai ragione, c’è molta più attinenza al reale, all’attualità. Per me, la canzone in cui sono entrato in modalità storytelling è stata “Barstool Warrior”.

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Pensate che la narrativa e i temi affrontati nelle canzoni possano essere il modo per influenzare il vostro pubblico, per creare una connessione con loro? Mi spiego meglio: quando ascoltate un disco o leggete un libro, pensate sia meglio un’attinenza al reale, oppure vi toccano di più storie e metafore?
LaBrie: Quando leggo un libro, funzionano entrambi, sia che si tratti di fiction, sia che si tratti di fatti realmente accaduti. Ultimamente sono più vicino alla fiction, ma una buona storia è una buona storia, rimane con te, ci sono un sacco di storie che mi hanno influenzato, indipendentemente dalla loro origine.
Petrucci: Tendo ad orbitare di più attorno all’escapismo. Prendi i film, ad esempio, non mi piacciono quelli troppo pesanti che parlano dei reali problemi che una coppia si trova ad affrontare, magari derivanti da qualcosa di orribile capitato al loro bambino. No, non voglio vederla quella roba lì, voglio vedere Star Wars ed esserne portato via per un po’. Ma questi sono solo i miei gusti. Mi piace la narrazione della musica prog, ad esempio, perché ti permette di raccontare ciò che vuoi, le canzoni possono essere lunghe quanto vuoi, cambiare umore e atmosfera… Questa cosa si sposa benissimo con l’atto del raccontare.

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I Dream Theater, foto promozionale

Cambio discorso ora: se doveste fare una classifica della vostra discografia, dove mettereste Distance Over Time? Molti gruppi se ne escono con la classica affermazione: “Il nostro ultimo album è il migliore”… Voi cosa ne pensate?
Petrucci: Il nostro ultimo album è il migliore… ha! Però ha senso: è l’ultima cosa che hai fatto, la più fresca, con cui hai vissuto esperienze nuove sia come musicista che come persona, è normale considerarlo lo sforzo migliore che tu abbia fatto finora. Sarebbe strano che un gruppo non si sentisse così. Io non lo pubblicherei se non fossi convinto che fosse meglio di tutto quello che ho già fatto.
LaBrie: Devi sentire che questo è il tuo lavoro migliore, in questo particolare momento della tua vita. Questa è la nostra intenzione: creare ciò che speriamo sia il meglio, e che possa riflettere la band in questo momento. Penso che ci troviamo in una situazione più vantaggiosa oggi rispetto al nostro secondo o terzo album. Sono ottimi dischi, ma oggi siamo in grado di trarre insegnamento da molte più esperienze diverse. Ci sono sempre talmente tanti elementi in gioco nella creazione di un album, e oggi tra noi c’è una comunicazione che non è neanche più verbale, grazie a tutta l’esperienza e alla storia che ci portiamo dietro, alla familiarità tra noi. È come avere davanti una strada e poterla percorrere con semplicità, avere la capacità di orientarsi. Credo che sia per questo che, come diceva John, Distance Over Time è un album che suona estremamente organico e vivace. È merito di quell’elettricità sempre presente nella stanza, è incredibile cosa può fare.

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Mi è piaciuto molto che abbiate usato l’aggettivo “primitivo”, prima, è un po’ un pugno nello stomaco.
John: È così. Fossi entrato nella stanza in cui stavamo lavorando… Era un casino. Le chitarre erano altissime, gli amplificatori pompavano. Eravamo in questa meraviglioso fienile in legno, Mangini suonava come un indemoniato. Era primitivo, sì. Quando ti rendi conto che quello che stai facendo suona bene, che è giusto, beh, non c’è niente di meglio.

La vostra discografia ormai è sterminata e non abbiamo il tempo di affrontarla tutta nel dettaglio, per cui vi chiedo di nominare i cinque album più importanti per voi cui avete lavorato. Nel bene e nel male, quelli più pregni di significato, poi vi faccio qualche domanda.
LaBrie: Images & Words, ovviamente. Scenes From A Memory, Six Degrees Of Inner Turbulence, A Dramatic Turn Of Events.
Petrucci: Sono solo quattro…
LaBrie: No, sono cinque. Images & Words, ovviamente. Scenes From A Memory, Octavarium, Six Degrees Of Inner Turbulence, A Dramatic Turn Of Events.
Petrucci: Non avevi detto Octavarium.
LaBrie: Ah. Sul serio? Merda.
Petrucci: per me il nostro primo album [When Dream And Day Unite], Images & Words, Scenes, A Dramatic Turn Of Events e Falling Into Infinity.

Ok, partiamo da Six Degrees: ricordo che all’epoca fu abbastanza criticato, ma io l’ho sempre trovato un ottimo equilibrio tra il vostro lato più heavy e quello prog.
LaBrie: Criticato? Sul serio? Non mi pare…
Petrucci: Oh, sì, me lo ricordo bene invece.
LaBrie: Perfetto, hai due versioni discordanti a disposizione.

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Che cosa avevate in mente mentre stavate lavorando al disco? Come vi sentivate?
Petrucci: L’idea della parte di Six Degrees, della lunga traccia unica, era quella di creare un album che fosse un’unica canzone pazza. Ricordo che lanciammo una sfida a Jordan [Rudess, tastierista]: “Ok, ora suona qualcosa di profondo”, e lui suonava. “Ora fai qualcosa che sembri una marcia reale”, e lui faceva tutto. Il risultato divenne l’ouverture della canzone, che finì poi per determinare tutto il resto della musica che seguì. Fu una cosa molto divertente, e Jordan è un talento incredibile.

Come mai hai nominato Falling Into Infinity, invece? Era un periodo di difficoltà, mi pare di ricordare. Eravate sotto pressione, le cose non andavano benissimo
Petrucci: Ecco, l’ho citato proprio per quello. Penso che Falling… abbia creato le condizioni per un lavoro fondamentale per noi, quello che poi è stato Scenes From A Memory. Sono due lavori strettamente collegati, a suo modo Falling… è stato divertentissimo: registrammo a New York, con Kevin Shirley, e ogni canzone di quell’album venne stata registrata in modo diverso. Fu un’esperienza davvero sperimentale, c’erano una batteria, una chitarra, un’amplificazione, una strumentazione diversa per ogni brano. Però c’era qualche dissidio interno tra noi, qualche questione di lavoro irrisolta, e il periodo era abbastanza tumultuoso. Nel momento in cui finimmo il tour, ci ritrovammo con un nuovo tastierista. Quel che era troppo era troppo e prendemmo la decisione di registrare e produrre tutto da soli e di realizzare un concept album. Scenes From A Memory. In qualche modo fu una reazione al lavoro precedente, ecco perché dico che sono due album collegati.

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I Dream Theater, foto promozionale

Adesso una domanda per entrambi su Scenes e Images & Words. Avete fatto dei tour celebrativi, cosa significano per voi quei lavori oggi? Come vi siete sentiti a rivisitare quel materiale, avete trovato dei nuovi significati nelle canzoni, in musica scritta così tanto tempo fa? Che effetto vi ha fatto?
LaBrie: È stata un’esperienza stupenda, tornare a proporre quegli album come quando uscirono inizialmente. Ci ha permesso di tornare a vivere le emozioni di tanti anni fa, ma non solo, anche di tornare ad apprezzare e ritrovare sicurezza nei confronti di quella musica, di riavvicinarci ad essa e dire che in fondo quello che sentivamo, le emozioni che provavamo così tanto tempo fa, erano vere, avevamo ragione, era ottima musica e ha superato la prova degli anni che passano, perché è ancora bello suonare queste canzoni dal vivo. Images & Words uscì in un momento fondamentale della nostra carriera, ci permise di affermarci come artisti. Anzi, “Pull Me Under” ci permise di affermarci come artisti, poi venne tutto il resto. Senza quello oggi probabilmente non staremmo parlando. Sai bene che quell’album uscì in un periodo in cui il grunge era tutto, eppure riuscì a ritagliarsi uno spazio e a farci avere un posto nel mondo.

E penso si possa fare lo stesso discorso per Scenes From A Memory, se non avessi ascoltato quel disco da ragazzino non sarei qui con voi. È un po’ come se quei due album fossero dei punti fermi per due generazioni di fan.
Petrucci: Assolutamente, è verissimo.

Come vi sembra il concept di Scenes…, vent’anni dopo?
Petrucci: È buffo, quando leggo le nostre cose più datate, soprattutto un album come quello, è divertente, ho la sensazione di ritrovare un vecchio amico. Non è che le canzoni assumano un nuovo significato, è che ricordo come mi sentivo mentre creavo quella musica. Quando la suono, quindi, è come se tornassi indietro nel tempo: “Oh, sì, mi ricordo quando ho fatto questo, mi ricordo cosa stavamo facendo e cosa stava succedendo”. E poi chiedo agli altri: “Vi ricordate quando facevamo quella cosa? Quando eravamo in quel posto ed è successo quello?”. Per me è una sensazione bellissima, rivivere certi momenti. E mi diverto ancora a suonare quella musica. Grazie ad Andrea Bosetti per il supporto nella realizzazione di questo articolo. Elia è su Instagram. Segui Noisey su Instagram e Facebook.