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La gelida estate di Alice

In 'Capo Nord' troviamo il meglio del genio pop italiano coniugato con il minimalismo e l'ossessione paranoica di quegli anni.

di Demented Burrocacao
31 agosto 2017, 7:49am

Ci sono poche canzoni capaci di evocare l'essenza dell'estate: quella strana sensazione di stasi che si muove, di pace più anelata che reale e di inevitabile senso di malinconica sconfitta dovuta al fatto che prima o poi si ritornerà alla vita quotidiana, appollaiata all'angolo come un avvoltoio.

"Il vento caldo dell' estate" di Alice è tutto questo e ancora di più. Una storia d'amore soffocata dal caldo e nel caldo, le bugie che vengono a galla come se fossero immerse nel mare, il mare del subconscio: "Che scherzi gioca il caldo / Adesso sei sincero adesso / Sì" e la sincerità di questo miraggio è quella dell'amore finito, si stende l'apocalisse sul bagnasciuga dei sentimenti, "la fine", come canta la nostra eroina con una potenza micidiale che fa tremare le corde dei nervi, un filo teso sull'abisso. In realtà, più che la fine, questa canzone per Alice sarà un vero e proprio inizio: quello del successo di critica e di pubblico.

L'importanza de "Il vento caldo dell'estate" per la musica italiana è notevole: prima di tutto notiamo la sua struttura innovativa. Un elementare ostinato basso in ottave (una nota una) che pulsa come il sangue che pompa alla testa per la rabbia, una ritmica sfasata e un riff di sintetizzatore che viaggia nel minimalismo di Glass e Reich come fosse un tarlo nella testa che ti fa perdere la ragione. E, soprattutto, niente batteria nel ritornello, che rimane al contempo arioso e desolato come quando sei improvvisamente libero e non lo vuoi, cosa che fece esclamare ai tecnici del suono tedeschi "voi siete pazzi" (in Germania il brano andò fortissimo).

Chi erano questi pazzi? Beh, uno lo conosciamo bene, il solito Battiato. Costui, imperatore della musica "leggera" degli Ottanta, con questo brano affina la sua capacità di scrivere canzoni pop dirompenti senza perdere una virgola del suo passato avanguardista. Una pratica, quella del pop, che il nostro intraprende per scommessa con la rivista Muzak, vincendo anche e soprattutto grazie a "Il vento caldo dell' estate", che sarà il suo primo grande successo spalancando le porte ai futuri pacchi di dischi venduti con La voce del padrone. Il secondo matto è Giusto Pio: il cui tocco classico filtrato dalle sua esperienza dronica buca lo schermo della musica pop come un proiettile di gomma. Il terzo matto, Francesco Messina: genio grafico (sue le esoteriche copertine dei dischi di Battiato) e a sua volta autore di dischi micidiali di sperimentalismo fra il minimale e il visionario (a parte i classici fine Settanta come Prati bagnati del monte analogo su Cramps, il suo capolavoro degli Ottanta è Medioccidente, un disco che anticipa tutte le derive vapor esistenti oggigiorno e meriterebbe un articolo a parte), nonché—guarda il destino—attuale compagno proprio di Alice.

L'ultima matta (e quindi la prima) è infatti lei: con un trasformismo che la accomuna al suo mentore Battiato, viene da una gavetta che risale agli anni Sessanta e che la porta prima a cantare roba languida col suo vero nome, Carla Bissi, poi a diventare una sorta di "cantante dream pop all'italiana" nel 1975/76 e finalmente a mutare in una sorta di imperatrice wave, con una voce che sembra venire da una creatura ermafrodita, senza genere, tempo né spazio, carica di una potenza quasi mistica, mai sotto o sopra le righe—riga lei stessa: un alieno sceso in terra.

Ovviamente insieme a questi matti ce ne sono altri, come il produttore Angelo Carrara che vince una sfida sulla carta impossibile. Quindi sì, grande successo, ma normalmente quando si ricorda il 1980 di Alice, l'unico brano citato è questo. Poca gente si ricorda da dove viene, ossia dall'album Capo Nord, un 33 giri assolutamente geniale soprattutto perché, riascoltato ora, è possibile ricavarne uno spaccato del presente che stiamo vivendo. Noi di Italian Folgorati siamo qui per voi, perché giustizia sia fatta.

C'è però da fare una premessa: prima di affidarsi alle mani del "dream team" di Battiato, Alice aveva prodotto due dischi con un altro teorico dream team, che allo stesso modo aveva rivoluzionato il pop in Italia definendo una via originale al rock sinfonico dei Settanta. Stiamo parlando di quello dei Pooh e degli album La mia poca grande età e Cosa resta... un fiore. Lucariello & Co., infatti, la prendono sotto la loro ala protettiva nel 1975: le mettono a disposizione una serie di autori che, bene o male, nella loro storia hanno inanellato una serie di successi pop (pensiamo a Renato dei Profeti, autore qualche anno dopo di "Terra Promessa" di Ramazzotti, a Cristiano Minellono autore di "L'italiano" di Cotugno, a Roberto Soffici e allo stesso Dodi Battaglia dei Pooh). E, a proposito dei Pooh, ai testi c'è il loro batterista Stefano D'Orazio, che incomincerà in questa annata a farsi le ossa prima di affiancarsi a Negrini in maniera definitiva come paroliere per la sua ragione sociale, svoltando verso il rock in una escalation di emancipazione non molto dissimile da quella di Battiato.

Per quanto Alice rinneghi quel periodo considerandolo "imbarazzante", in realtà l'esperimento di questo disco è una specie di base verso la sua futura evoluzione sonora—a partire dal nome d'arte, Alice Visconti, inventato dallo stesso Lucariello, per arrivare alla trama del disco: una ragazza appena diciottenne comincia a ribellarsi alle leggi degli adulti, come esprime chiaramente la discreta hit "Voglio vivere". È un concept che in qualche modo rappresenta il primo vagito di Alice contro le regole del mondo. Se in Capo Nord c'è "Il vento caldo dell'estate", in La mia poca grande età c'è invece "La mia estate" che presenta tracce, nell'arrangiamento, di ciò che verrà: chitarroni distorti e chorusati e sintetizzatori. Lucariello però, come già sappiamo, mette la sua mano pesante un po' dappertutto: non c'è addirittura nulla delle sperimentazioni dei Pooh periodo Un po' del nostro tempo migliore e si sente che Alice, per quanto venga valorizzata rispetto al periodo Bissi, rimane schiacciata nel "vorrei ma non posso" o meglio: "potrei ma non voglio". L'atmosfera sognante di questo album rimane comunque in circolo anche in Capo Nord (pensiamo a "Bael"), ma spurgata da ogni manierismo, segno che nulla nasce da nulla.

Dopo questa prima esperienza, esce Che cosa resta... un fiore, anno 1978 : cambiano parzialmente gli autori e si aggiungono Luigi Lopez e Carla Vistarini (nota tra l'altro per la sua collaborazione con Enzo Trapani nel controverso Stryx), la quale nei testi cambia rotta. Impone una visione d'insieme più femminile, che dà un taglio alle menate adolescenziali precedenti. Alice, dal punto di vista sonoro, diventa di poco più dura e il disco suona molto meglio, come dimostra "Mondo a matita", anche lì con le "tiepide sponde" di un'estate descritta in "Un'isola", altra traccia del lotto. Ma ancora non ci siamo, qualcosa non torna. Il problema principale in questi due dischi non è tanto la produzione o i testi altalenanti (molte hit di Viola Valentino o di Nada non sono il top della letteratura in musica, ma funzionano lo stesso alla grande): il problema è che non c'è l'Alice cantautrice, che si scrive da sola tutto e presiede agli arrangiamenti. La vera personalità della cantante è quindi schiacciata, mentre in effetti sarebbe perfettamente a metà fra l'emozione diretta e il surrealismo cerebrale. Il tutto ovviamente condito da una sensualità di amazzone, ma incorniciata da un romanticismo mai smielato e sempre epico, che gli autori sopracitati non riescono a evocare. L'incontro con Battiato sbloccherà questi tentativi forzati di creare un successo a tavolino, ed è finalmente la vera svolta.

La copertina di Capo Nord già di per sé è iconica. Lo studio Tallarini confezione una splendida immagine di Alice scattata da Mauro Balletti (già fotografo di Mina e appunto dei Pooh), in cui la nostra è ritratta accarezzata dal vento in un ambiente ibrido, nel quale il freddo e il caldo sembrano la stessa cosa. Lo sfondo evoca infatti quello di un paesaggio di mare artico ma potrebbe essere, per contrasto, una spiaggia soleggiata in piena estate. E' la perfetta descrizione grafica delle forme emotive di questo disco, la cui riuscita è dovuta anche e soprattutto ai musicisti ospiti, che sono numerosi. Fra questi abbiamo Mauro Spina alla batteria (cuore pulsante del 50 percento dei dischi italiani che contano, da Pino Daniele a Faust'O), Alberto Radius, ex Forumla 3, alla chitarra (fido braccio destro di Battiato), Roberto Colombo che impreziosisce un paio di brani, l'ovvio Giusto Pio al violino e abbiamo addirittura Lino Capra Vaccina ai timpani (suo il deflagrante passaggio percussivo verso il ritornello de "Il vento caldo dell'estate"). Ma la cosa più interessante è che Alice stessa smanetta sull'Oberheim, decisa ad abolire la distanza fra cantante e session men.

La sensazione che il disco sia un lavoro collettivo in tutto e per tutto si ha subito da "Bazar", che si apre con un pad semimistico, quasi al sapore di Mellotron, mutandolo in un trillo ipnotico a sostenere una base dalle suddivisioni spezzate ma dosatissime e quasi impercettibili per la loro velocità. Un arrangiamento che strizza vagamente l'occhio ai Caraibi e, per contrasto, un testo vagamente surreale narra di Alice che, forse in Turchia, esplicitamente "fuma oppio al largo del Bazar", si stupefà, mangia scatolette e surgelati "come le mosche che volano a strati" e gioca d'azzardo, con un flow da fare invidia alla trap odierna: tematiche anni luce lontane da quelle de La mia poca grande età, che però viene ironicamente citata e smontata nella frase "voglio respirare a questa età". Oramai l'ex-ragazzina è una donna che si è presa la sua libertà e non la cede a nessuno, senza compromessi.

Tracce della vecchia Alice, come già accennato, sono però ancora presenti: e in "Sarà" sono giustamente messe a nudo anche perché, per ricominciare veramente, bisogna fare i conti col passato. E allora via con una ballata spensierata in cui l'estate è nuovamente sotto i riflettori, come lo è una romantica storia d'amore senza cadute di stile, musicalmente incorniciata dalle ritmiche sincopate mescolate a arpeggi nebbiosi di pianoforte che ricordano il Battiato minimalista degli anni di L'Egitto prima delle sabbie. È solo la quiete prima della tempesta però, non preoccupatevi.

Il brano successivo è infatti uno dei capolavori del disco. "Lenzuoli bianchi" è un delirio ossessivo in cui il rassicurante discorso estate/mare/sole viene ribaltato in un circo dove i bagnanti sono dei malati di mente, l'acqua è inquinata, scendono dal cielo delle astronavi o aerei militari che dir si voglia, la gente piscia in giro senza alcun riguardo, il ragazzo della protagonista del brano guarda fisso i culi delle svedesi in sua presenza senza fare una piega, gli encefalogrammi sono piatti. Ma la cosa più inquietante è il verso "Lenzuoli bianchi / Come bandiere arrese / Stanno a indicar candeggi / Reclamizzati qui": lì per lì sembra una normale descrizione di panni stesi ad asciugare ma a un certo punto sale il ricordo del due agosto 1980 in cui i lenzuoli bianchi erano usati per coprire i poveri corpi della strage di Bologna. Questo contrasto fra vacanza e idea di morte, non si sa se voluto o meno, rende il brano particolarmente teso, tanto che la batteria sembra uno schiacciasassi e Radius si lancia in una delle sue migliori prove chitarristiche, con un suono letteralmente tarchiato e un assolo nonsense. Sembra la colonna sonora dell' estate 2017, fra strategie della tensione mondiali e subumanesimo diffuso sulle spiagge della nostra "bella" Italia.

Dall'estate si passa all'altra faccia di Capo Nord, ovverosia il freddo inverno. "Una sera di Novembre", in cui Alice si produce al synth in una dolce ballata cosmica, con riccioli di scale atomiche, timpani sinfonici e batterie umane a mo' di sequencer. È l'epica dell'amore nella sua semplicità, un sottovuoto di sentimenti: la nostra cantautrice segue i binari della sua parte più fragile.

Ma ci sono anche altre sere, che non guardano in faccia ai mesi e di base a nessuno. "Sera" è un funk rotolante, ansioso, spasmodico, con l'unica sicurezza di un giro armonico quasi a spirale. Si tessono le odi del buio, si strizza l'occhio a Gurdjieff "è sempre sera", anche se è tutto inutile, con stoccate contro la religione "e suonano campane piene di arroganza". Gli arpeggiatori impazziscono e il testo sviluppa una poesia tale per cui il nulla è il tutto e viceversa. Citazione finale del Battiato di La convenzione, tanto per gradire e prendersi la giusta rivincita sul giorno.

Con "Bael" la mano di Giusto Pio si fa sentire: troviamo la storia di una ragazza che decide di abbandonare la sua vecchia vita per la libertà. Libertà che però non riesce a sostenere e "la verità è che hai voglia di tornare". Uno "slow elettronico" che evoca zone di solitudine, notti insonni, la difficoltà di togliersi di dosso le catene.

Catene che sono principalmente esistenziali e vengono evocate da "Rumba rock". "Il freddo ha comprato il cuore della città / Il caldo ha asciugato il sangue arenato qua / La neve non ha più voglia di scendere / Ed io non ho più voglia di ridere". Crudeltà, lacrime, siccità, solitudine e amori che si amano per quello che non danno: "chi è morto lo sa", si vive in un'epoca di assassini e di assassinati. Sembra di leggere un romanzo di Gilda Policastro quando tira fuori i suoi fantasmi dal cassetto. Splendido brano di desolazione urbana, ma la resa è lontana a venire, sta arrivando il pezzo da novanta.

Una delle poche cover che ho fatto coi Maximillian I (perdonatemi l'autoreferenzialità ma ci sto in fissa). Una batteria che viaggia come un missile in 4/4 su una melodia in 5/4, sfasamento assoluto, spostamento armonico maggiore/minore che ricorda "Il re del mondo" di Battiato, la voce che combatte contro un vocoder di zolfo, il bene e il male che cozzano fra loro, un'aria davvero "medioccidentale" e un testo micidiale che sembra partorito da una sacerdotessa che vaticina a occhi chiusi. Il testamento politico di Alice che sembra scritto oggi: anzi, visto che il tempo non esiste, È scritto oggi. Ve lo posto paro paro.

Lungo il cammino della vita ch'è sempre piena di visioni, gente che spara per le strade, siringhe lungo i marciapiedi, studenti che non vanno a scuola, vecchi che sono senza casa. Che odore di guerriglia urbana ha l'universo, un'aria strana; vorrei amarti in mezzo ai fiori e non su un'auto dei pompieri, vorrei amarti in mezzo ai fiori e non fra clacson e ascensori. Quando la sera porta via lavoro e gente cerchiamo un po' in periferia strade vuote. Politicanti da strapazzo e spiagge piene di ombrelloni, bambini coi gelati in mano giocano a russi e americani e guarda quanti gladiatori dentro automobili speciali. Che odore di guerriglia urbana ha l'universo, un'aria strana, sobborghi a fogli di giornali, cinema dalla luce rossa; vorrei amarti in mezzo ai fiori e non su un'auto dei pompieri.

Aggiungere altro è superfluo: Capo Nord è un disco di resistenza all'omologazione dei sentimenti imposta della contemporaneità, coi suoi leitmotiv oscilla come una casa antisismica che resta in piedi dopo il disastro. Le ultime notizie, infatti, ci dicono che viviamo in una perenne guerriglia urbana: tendiamo verso l'alto ma ci trascinano nella polvere continuamente. Alice verso l'alto ci è andata e ci è rimasta: nell'81 vincerà Sanremo con "Per Elisa", famosa allusione all'eroina (la droga ovviamente) con tanto di citazione su Amore Tossico. Il Battiato-sound comincia ad andarle stretto, arrivano il divorzio (rapporto solo da poco recuperato), la new age, i dischi con buona parte dei Japan, le TR808 a stecca di Charade: un curriculum vasto come il cielo nel quale Alice appare come un puntino sempre più lontano, quasi irraggiungibile e inafferrabile nel suo impegno.

Ma se da sempre lei vive e lotta insieme a noi, i suoi album lo fanno motu proprio. E questo in particolare è come il sole che a Capo Nord splende nonostante la mezzanotte del futuro: "Sarà, che cosa sarà?"

Demented è su Twitter: @DementedThement.

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