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Lo vedete anche voi un uomo con l'iPhone in questo dipinto del 1937?

Aspettate un attimo.

di Brian Anderson
25 agosto 2017, 1:42pm

In basso a destra. Seduto. Ha in mano un piccolo oggetto rettangolare all'altezza degli occhi.

Lo vedete?

Non è chiaro esattamente chi sia quest'uomo, ma sembra che stia per scattarsi un selfie o che stia scrollando le news. Sta guardando il rettangolo che ha in mano in un modo che oggi ci è fin troppo familiare, come se avesse appena letto un tweet o un titolo del Times relativo all'ultima boiata di Trump. Sembrerebbe irrilevante, se solo lui e il mondo intorno a lui non fosse così lontano nel tempo.

Il murales dell'epoca New Deal in cui si trova, dal titolo "Mr. Pynchon and the Settling of Springfield," precede lo smartphone di sette decadi circa. Completato nel 1937 dal pittore italiano Umberto Romano, è basato su eventi realmente accaduti durante un incontro precedente alla Guerra Rivoluzionaria tra due importanti tribù del New England, i Pocumtuc e i Nipmuc, e i coloni inglesi del villaggio di Agawam nell'attuale Massachusetts intorno al 1630, 200 anni prima dell'avvento dell'elettricità.

Andando avanti nel tempo, possiamo fissare l'introduzione del telefono cellulare in una precisa data storica — 3 Aprile 1973 — quasi 40 anni prima che Steve Jobs, nel 2007, rivelasse il suo cosiddetto "dispositivo unico", che al momento è probabilmente il prodotto meglio venduto della storia.

In altre parole, ciò che l'uomo tiene in mano non può essere un iPhone.

Allora cos'è?

La questione mi fa tornare indietro sulla questione dell'incontro. L'uomo si trova nel primo di quattro pannelli murali sulla nuova narrazione della storia del New England realizzati dell'artista, posti sotto la custodia del Museo Postale degli Stati Uniti, che attualmente si trovano all'interno di un edificio governativo di Springfield.

Ad aggiungere una componente intrigante al tutto, c'è il fatto che il dipinto è incentrato su William Pychon — l'uomo al centro, vestito di rosa — autore di The Meritorious Price of Our Redemption, il primo libro della storia ad essere censurato (e successivamente bruciato) sul suolo americano. L'uomo è anche il primo avo coloniale del romanziere vivente Thomas Pynchon.

Forse ho letto troppo dell'ultimo Pynchon — nato nel 1937, lo stesso anno in cui Romano ha terminato il dipinto — la cui narrativa paranoica, mi ha detto un noto allievo di Pychon nel 2012, non rappresenta "necessariamente la tecnologia come una cosa buona."

Oppure forse mi faccio troppi trip sui viaggi nel tempo intergalattici.

Invece forse, anche se lavoro per un sito di tecnologia, è perché sono sommerso regolarmente da tecnologie di consumo, incluso il mio stesso iPhone, un ammasso di sostanze ricavate dallo sfruttamento del terreno e del lavoro.

Magari invece ha a che fare con il confrontare la tendenza a proiettare le ansie contemporanee nel passato, attraverso il miasma di una narrativa storicamente legata a un genocidio da parte dei bianchi.

Ecco il dispositivo.

Qualsiasi cosa sia, non riesco a smettere di guardarlo. Più lo guardo, più il profilo dell'uomo appare totalmente in linea con la gestualità dell'era digitale, una posa che rende tutto più curioso, considerando il fatto ovvio che sia il dipinto che il soggetto della scena precedono il digitale di diverse generazioni. Tutto molto inquietante.

Ho approfondito il mio interesse per la cosa grazie allo scrittore e storico Daniel Crown, che ha pubblicato un bel saggio su William Pychon in The Public Domain Review nel 2015. Il suo studio nomina in un passaggio l'oggetto tenuto in mano dall'uomo, ma nessuna considerazione sulla sua somiglianza a uno smartphone. Il pittore, morto nel 1982 all'età di 77 anni, non sembra aver menzionato in maniera specifica questo soggetto del quadro. La reference di Crown è la prima e unica che ho trovato finora. Allora ho deciso di contattarlo.

"Se la mettiamo in termini gentili, il cosiddetto stile 'astratto' di Romano era assolutamente ambiguo," mi ha detto via email. Ma potrebbe essere benissimo, ha aggiunto, che l'uomo si stesse specchiando nell'oggetto che aveva in mano.

"Quando Romano ha dipinto il murale, l'America era ossessionata dalla nozione di 'buon selvaggio'," ha continuato. "Considerato il focus della scena, la fondazione di Springfield, il tentativo del pittore era probabilmente quello di rappresentare l'introduzione di un uomo appartenente a una comunità arretrata al mondo della modernità, rappresentata da oggetti lucenti."

L'oggetto lucente in questione? A quanto pare sarebbe uno specchio.

Questa impressione deriva dalla collocazione dell'uomo all'interno del dipinto, posto in mezzo a una serie di oggetti di commercio. C'è ragione di credere, quindi, che quello da lui esaminato non sia un oggetto indigeno ma uno specchio europeo, che spesso era presente nei contesti di scambio. Il modo in cui lo tiene in mano fa pensare che stia guardando la sua immagine riflessa.

Quando gli europei hanno introdotto gli specchi nelle popolazioni indigene del Seicento, "molti nativi li hanno integrati nell'estetica tribale e nei loro contesti culturali," come ha scritto nel suo blog l'esperta di arte e moda indigena Jessica R. Metcalfe nel 2011. In quel post, Metcalfe cita The Arts of the Native American, un libro del 1986 dello studioso Edwin L. Wade, che riflette sulle differenze nell'uso dello specchio tra indigeni e coloni europei a quel tempo:

Per i nativi americani, gli specchi erano simbolo di ricchezza e prestigio. Erano comunemente installati su bastoni da danza o altri oggetti usati nelle cerimonie regali per la loro proprietà di riflettere le immagini, considerata molto importante.

Prima dell'introduzione degli specchi, gli indigeni utilizzavano le pozze d'acqua per riflettere la propria immagine. Questa loro nuova visione aveva ribaltato la nozione di specchio occidentale. Nell'immagine qui sopra possiamo vedere un frame del momento in cui quella tecnologia estranea è entrata nella vita di un individuo.

"Ci sono così tante inesattezze in questa immagine che è difficile sapere da dove cominciare."

Un'altra possibile teoria si estende all'idea di un'influenza esterna, potenzialmente corruttrice. Se non è uno specchio, l'oggetto potrebbe essere l'edizione tascabile di un testo religioso, ha detto Crown. "Uno dei gospel, oppure Psalms," ha aggiunto. "All'epoca esistevano, ed erano più o meno di quella forma."

Margaret Bruchac, professore associato di antropologia e coordinatrice del corso di Native American & Indigenous all'Università della Pennsylvania, ha un'altra teoria. Secondo lei, è possibile che l'oggetto sia un pugnale di ferro, con la parte appuntita coperta dalla mano dell'uomo. Poi ha puntualizzato sulla poca attendibilità del dipinto: "ci sono così tante inesattezze che non saprei da dove cominciare," mi ha detto. "Evidentemente questo artista non ha mai visto dal vivo gli oggetti che ha dipinto."

Anche se i coltelli e i pugnali erano commerciati di frequente durante il Seicento, Bruchac ha spiegato che una lama dipinta accuratamente avrebbe dovuto avere un buco, fatto per renderlo più maneggevole rispetto a un'ascia o un tomahawk. La scatola dentro cui è seduto l'uomo, che dovrebbe evocare una piroga o una cassa da spedizione, "non ha alcuna somiglianza con un container o un'imbarcazione di qualsivoglia nazione." Allo stesso modo, la donna con il cradleboard per trasportare bambini (in basso a sinistra) non dovrebbe essere nuda, il vestito inglese è sbagliato ("cos'è quel vestito rosa?"), e c'è una strega su una scopa in lontananza.

"Basta dire che quest'immagine appartiene a un genere artistico mitizzato che dice molto sulle fantasie degli americani a proposito del loro rapporto con gli indigeni durante il periodo coloniale," ha detto Bruchac, "mentre non fornisce informazioni utili sui nativi americani stessi."

E inoltre, quando si parla dell'oggetto in mano all'uomo, Bruchac non può fare a meno di vederla in maniera simile alla mia. "C'è una somiglianza inquietante con lo smartphone, sia nel modo in cui viene impugnato che nel modo in cui attira l'attenzione," ha detto.

Che sia un'arma, un libro di preghiere, uno specchio o un iPhone nelle mani di un viaggiatore nel tempo, in fondo può essere qualsiasi cosa.

Fosse anche un dispositivo Android.

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