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Cosa ci dicono i dati sul consumo di psicofarmaci in Italia

Antidepressivi, antipsicotici, benzodiazepine: che psicofarmaci prendiamo in Italia e come siamo messi rispetto agli altri paesi?

di Flavia Guidi; illustrazioni di Juta
10 ottobre 2018, 5:00am

Illustrazione di Juta.

Secondo l'ultimo rapporto del Censis, pubblicato il 6 dicembre del 2019, negli ultimi tre anni in Italia è aumentato del 23 percento il consumo di ansiolitici e sedativi. Gli utilizzatori italiani sono ormai 4.4 milioni, 800mila in più rispetto al 2015. Per l'occasione, riproponiamo questo post del 2018, realizzata in collaborazione con Progetto Itaca.

Parlare di salute mentale è sempre complicato. Si tratta di un tema anche strumentalizzato, in cui spesso si procede per autodiagnosi, di cui si tende a parlare poco e senza essersi informati prima—o magari senza nemmeno sapere dove andare a informarsi. Un modo per invertire questa tendenza è partire dai numeri, e in particolare da quelli sul consumo di psicofarmaci nel nostro paese.

Innanzitutto, è bene ricordare come l'Organizzazione Mondiale della Sanità ha definito la salute mentale: non semplicemente "l’assenza di malattie o infermità," ma "uno stato in cui ogni individuo realizza il suo potenziale, è in grado di gestire lo stress della vita quotidiana, può lavorare in modo produttivo e fruttuoso e apportare un contributo alla società."

C’è da fare poi un’altra premessa: i dati sulla diffusione degli psicofarmaci in Italia sono parziali e vanno letti con cautela. Come mi ha spiegato il dottor Armando D’Agostino, psichiatra dell'Ospedale San Paolo di Milano, questi dati provengono infatti da sistemi regionali diversificati, dove il consumo registrato può dipendere da fattori molto diversi. Inoltre, non tengono conto del fenomeno degli psicofarmaci presi senza ricetta medica.

Detto questo, ci sono diversi studi che possono essere utili nel ricostruire un quadro quanto più preciso possibile della situazione italiana. Dall’ultima relazione sul trend del consumo degli psicofarmaci dell’AIFA, l’Agenzia Italiana del Farmaco, che ha preso in considerazione il triennio dal 2015 al 2017, risulta che il consumo di psicofarmaci è rimasto in questo periodo pressoché invariato, registrando una stabilizzazione dopo la crescita netta del primo decennio degli anni Duemila.

Lo studio prende in considerazione gli antidepressivi, somministrati per disturbi dell'umore come la depressione, i disturbi d’ansia, ma anche per altre condizioni quali cefalea, patologie neurologiche e altro; gli antipsicotici, somministrati per disturbi psicotici come la schizofrenia o per il disturbo bipolare ma anche nel disturbo depressivo cronico; e le benzodiazepine, utilizzate soprattutto per ansia, insonnia e spasmi muscolari.

I farmaci più diffusi sono gli antidepressivi, che risultano essere stati presi almeno una volta nell’ultimo anno dal sei percento delle persone intervistate (due milioni su un campione di 34,5 milioni), mentre gli unici farmaci ad aver registrato un aumento nel 2017 rispetto ai due anni precedenti sono le benzodiazepine.

Il primato degli antidepressivi è confermato anche dallo studio dell’Ipsad (Italian Population Survey on Alcohol and other Drugs) condotto dal CNR e relativo al 2017. Da questa ricerca, che dovrebbe essere resa pubblica a breve e di cui mi ha parlato in anteprima Sabrina Molinaro, coordinatrice del gruppo di ricerca, emerge che nel corso dell’anno il 15 percento della popolazione ha assunto psicofarmaci almeno una volta.

La maggior parte dei consumatori sono donne; i gruppi più coinvolti sono casalinghe, pensionati e disoccupati. Nonostante i giovani tra i 15 e i 34 anni consumino meno psicofarmaci rispetto alla media nazionale, proprio gli psicofarmaci risultano essere in questa fascia d’età la sostanza più diffusa dopo la cannabis e le NPS (nuove sostanze psicoattive), come ha fatto notare la stessa Molinaro a Rolling Stone.

È anche interessante dare un occhio alle informazioni geografiche che derivano dal rapporto Osservasalute del 2017, condotto dall’Osservatorio nazionale sulla salute nelle regioni italiane dell’Università Cattolica di Roma. Incrociando il numero di soggetti dimessi con la diagnosi di “disturbo mentale” con il consumo di antidepressivi e il tasso di suicidi, lo studio conferma il trend stabile nel corso degli ultimi tre anni e sottolinea che i consumi più elevati si registrano in Toscana, nella provincia indipendente di Bolzano, in Liguria e in Umbria. I consumi più bassi, invece, sarebbero al sud, in particolare in Basilicata, Campania, Puglia, Molise e Sicilia. Inoltre, lo studio evidenzia una importante diminuzione dei casi di ospedalizzazione per cause psichiatriche.

Ecco, il panorama di massima che viene fuori se si uniscono i risultati di queste ricerche ci dice che, dopo un decennio di continuo peggioramento, la situazione della salute mentale nazionale e del consumo di psicofarmaci sembra essersi stabilizzata, e che per quanto alcuni farmaci vengano assunti più di prima, non ci sono criticità rispetto ad altri paesi occidentali.

Infatti—nonostante i dati che abbiamo a disposizione non siano aggiornatissimi—secondo due ricerche svolte nel 2014 e nel 2015 l’Italia si posiziona piuttosto in basso nella classifica europea per numero di diagnosi di depressione cronica e l’uso di antidepressivi. Tra i paesi in cui si consumano più antidepressivi al mondo ci sono gli Stati Uniti, seguiti da Nuova Zelanda e Canada.

Anche in questo caso si tratta, come mi spiega D’Agostino, di paragoni che vanno letti con le giuste precisazioni, e anche alla luce di una carenza di mezzi che potrebbe avere una certa influenza nelle statistiche. "In confronto ad altri paesi europei come Germania, Francia o Regno Unito, l’Italia ha meno risorse umane [allocate] per la salute mentale. Parliamo di otto psichiatri, 20 infermieri e due assistenti sociali ogni 100.000 abitanti. Questi numeri raddoppiano e talora triplicano in altri paesi,” continua.

Ma la parte più interessante di questi dati è probabilmente che si prestano a diverse letture.

Ce n'è una più negativa, che vede i numeri sulla diffusione degli antidepressivi come una conseguenza diretta della precarietà economica e dell’incertezza sul futuro. A parte Matteo Salvini e le sue crociate, il legame sarebbe sostenuto da alcuni dati e studi. Tuttavia, come spiega D'Agostino, “non possiamo considerare quello tra l’uso degli psicofarmaci e la precarietà lavorativa ed economica un collegamento ad oggi dimostrato. Quello che è invece ampiamente condiviso dalla comunità psichiatrica è che disoccupazione, perdita della casa e peggioramento dello status socioeconomico dell’individuo rappresentano un fattore di rischio importante per lo sviluppo di depressione," conclude.

La seconda chiave di lettura è più ottimista. Nel rapporto dell’Osservatorio si citano per esempio come possibili cause dell’aumento nell'utilizzo di psicofarmaci "un diverso approccio culturale e una maggiore sensibilità della società nei confronti della patologia depressiva, con conseguente riduzione di una cosiddetta ‘stigmatizzazione’ che caratterizza tali tipologie di patologie”, oltre che a una maggiore attenzione dei medici, a una maggiore accuratezza della diagnosi e all’arrivo sul mercato terapeutico di nuovi prodotti.

“Condividiamo pienamente l’idea che gli psicofarmaci non vadano demonizzati e che l’aumento nella prescrizione rifletta almeno in parte un maggior accesso alle cure delle persone che ne hanno bisogno. Assumere psicofarmaci non significa ‘essere deboli’ o ‘non farcela da soli’ ma curarsi per una malattia,” commenta D’Agostino.

Insomma, se spesso l’uso di psicofarmaci viene raccontato con toni allarmanti, la realtà descritta dai numeri è diversa: dopo un aumento, la loro diffusione in Italia si è stabilizzata nel corso degli ultimi tre-cinque anni e, nonostante si tratti di un fenomeno che necessita di un monitoraggio continuo e di personale in grado di interpretare sempre più accuratamente i dati, ci sono segnali incoraggianti che spingono a credere che nel nostro paese stia cominciando a cadere qualche tabù sul tema.

Progetto Itaca è un’associazione di volontari per la salute mentale. Se hai bisogno di aiuto o vuoi entrare in contatto con loro, chiama il numero verde 800 274 274 (02 29007166 da cellulare) o scrivi una mail a info@progettoitaca.org.

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