martin bisi
Una vecchia foto di Bisi, via

Martin Bisi ha registrato tutti i tuoi dischi preferiti

Martin Bisi ha passato letteralmente una vita in mezzo alle avanguardie di New York e ora la sua storia è diventata un disco e un tour.
29.10.18

Martin Bisi suonerà con il suo progetto BC35 a Le Guess Who? Festival a Utrecht, in Olanda, l'8 novembre e a Transmissions, a Ravenna, il 22.

Gowanus è una piccola parte di Brooklyn, a New York, tagliata in due da un canale che serpeggia sotto e attorno alle sue strade. Il consenso generale, leggendone in giro, è che abbia sempre fatto abbastanza schifo. La puzza dei liquami scaricati nell’acqua dalle fabbrichette di quartiere, le scorribande della mafia e delle gang. Grazie al morbido potere distruttivo della gentrificazione oggi fa un po’ meno schifo. Gli affitti sono altini, c’è un supermercato biologico della catena Whole Foods e arrivi in poco tempo un po’ ovunque a New York. Ma rischi ancora di prenderti un pugno in faccia se ti trovi al posto sbagliato nel momento sbagliato.

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Quando Martin Bisi se ne è preso uno, una notte di qualche tempo fa, non aveva i soldi per pagarsi le cure. Vive lì a Gowanus da quando ha 18 anni, in quella che era una cannery e lui aveva fatto diventare il suo studio di registrazione. Anche allora non aveva tanti soldi. Quelli per comprare quello spazio se li era dovuti far prestare da un ricco signore inglese, tale Brian Eno. Quando non rivoluzionava la storia, Eno esplorava le scene musicali che lo intrigavano e in quel periodo, la fine degli anni Settanta, a New York era successa una cosa che si chiamava no wave. E Bisi c’era dentro fino al collo.

Ma facciamo un passo indietro. Bisi è nato a New York da immigrati argentini, entrambi appassionati di musica. Lei era una pianista professionista, lui lo era per hobby. Portavano il piccolo Martin all’opera, ad ascoltare concerti, a lezione di strumento. Ma anche e soprattutto negli anni Sessanta era bello e giusto sentirsi “contro”, da ragazzi, e quindi i signori Bisi ottennero l’effetto contrario a quello sperato. Loro figlio si prese bene con tutto che era anti-establishment, anti-sociale, anti-arte.

E poi a 12 anni la signora Bisi morì. E cinque anni dopo anche il signor Bisi. E Martin si trovò da solo, orfano, a New York, con una compagnia di freak e una casa vuota in cui invitarli e ospitarli. Un giorno lesse su un giornale locale, il Village Voice, un annuncio di tale Bill Laswell. Cercava persone che suonassero con lui e aiutassero il suo nuovo collettivo. Martin rispose e diventò così, senza alcuna esperienza pregressa, prima il fonico e poi l’ingegnere del suono dei Material, creatura multiforme che Laswell—da poco trasferito a New York, cresciuto in Illinois a pane, funk, punk e jazz—aveva fondato per suonare a un nuovo club di proprietà di un imprenditore russo con una passione per il progressive rock europeo.

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Fotografia di Joan Hacker.

Non aveva studiato nulla, Bisi, ma non gli sembrava ce ne fosse il bisogno. In un’intervista rivelò che “ripensandoci, quando ho fatto un corso è stato tutto inutile. Ci concentrammo su roba tecnica quando tutto quello che ti serve sono le tue orecchie”. Nella sua concezione, gli ingegneri del suono dovrebbero solo imparare ad ascoltare, tutto il resto è “completamente inutile”. E in quei primi anni sulla scena, esponendosi alla bestia sperimentale dei Material, Bisi ascoltò e ascoltò.

Laswell viveva nell’East Village, ai tempi una culla di talento d'avanguardia. Conosceva John Zorn, Fred Frith e, soprattutto, Brian Eno. Un giorno lo invitò a sentire un concerto dei Material e gli rivelò il sogno del loro giovane fonico: aprire uno studio con tutte le cianfrusaglie e i macchinari che aveva accumulato, creare uno spazio in cui accentrare tutto ciò che succedeva a New York e stava fuori dai quadrati confini della forma rock. Laswell e Bisi lo portarono a vedere lo spazio che avevano in mente di acquistare, Eno gli disse che gli sembrava di stare in “via della depressione”. Ma si fidò di loro e gli diede i soldi di cui avevano bisogno.

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Così, in uno scantinato che oggi sta di fronte a quel supermercato biologico, venne fondato il BC Studio. La prima sessione di registrazione fu proprio con Eno, racconta Bisi: “La prima volta che ho acceso le macchine e ho registrato qualcosa avevo Brian Eno accanto. Ero felice e stupito che suonasse tutto come suonasse da un punto di vista tecnico, che non ci fossero rumori, mormorii, fastidi”. Il risultato di quell’esperienza si può sentire su On Land di Eno, uno dei momenti meno inquadrabili in un mood della sua serie Ambient. D’altro canto quello studio, che avrebbe incarnato un certo approccio crudo e spaziale alla registrazione, non poteva avere effetto diverso.

Quello spazio lo racconta la giornalista Haley Lewis in un’intervista. Sembra uno spazio labirintico, tutto corridoi stretti e antri, finché non si apre nella sala di registrazione vera e propria, un buco a forma di L (“Così è come se fosse due luoghi, da un punto di vista sonoro, è raro trovare qualcosa che suoni così naturale di questi tempi”). All’epoca Bisi non lo sapeva, ma quei muri avrebbero contenuto, negli anni a seguire, un sacco di pezzi di storia della musica occidentale.

Il più grosso fu la no wave, quel movimento che aveva deciso di dire addio alla stanca riproposizione di forme punk e rock che la new wave e il post-punk avevano ormai reso norma. Per distaccarsi dai loro contemporanei, quei musicisti cercavano un senso nel nichilismo, nelle dissonanze, nelle atonalità, nei rumori e nelle tradizioni orientali e africane. Poi ci fu chi trovò una soluzione violenta e impetuosa al problema dell’innovazione, come gli Swans, Lydia Lunch e gli Unsane, e chi invece decise di affidarsi alla tensione e allo straniamento, come i Cop Shoot Cop e i Blind Idiot God. Tutti, indipendentemente dall’approccio di partenza, si affidarono a Bisi per raggiungere un punto d’arrivo.

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Fotografia di Ego Sensation.

Bisi non disdegnava ovviamente anche forme teoricamente più quadrate, come testimonia il suo lavoro con i Sonic Youth. La band di Kim Gordon e Thurston Moore registrò al BC Studio sia Bad Moon Rising che EVOL, i due album che li avrebbero resi il fulcro di grandi movimenti chitarristici alternativi degli anni Novanta. Ma in quella vecchia fabbrica di scatolette mise piede anche Iggy Pop, che mise gli ultimi tocchi al suo Instinct, e il vecchio Ginger Baker, che realizzò con Martin il suo Middle Passage nel 1990.

In quegli anni a New York stava però succedendo anche un’altra cosa chiamata hip-hop. Nei suoi anni formativi, Bisi e i suoi amici frequentavano i club del Bronx dove la scena stava muovendo i suoi primi passi ed erano assidui frequentatori del Roxy, un club dove Afrika Bambaataa scaldava le serate a forza di sfide di scratching. E allora perché non chiedergli di registrare qualcosa? “Shango Message”, pubblicata nel 1983, nacque quindi nello stesso luogo dove rimbombavano chitarre scordate, si aprivano tagli ambient nell’aria. E fu grazie a quel pezzo che Bisi registrò l’enorme successo “Rockit” di Herbie Hancock, che cercava proprio qualcuno capace di inserire del sapore hip-hop in un suo brano. A quel punto, come ha scritto Pitchfork, si era presentata una svolta: continuare con il pop o scavare nell’underground? Laswell lasciò la scelta a Bisi, e lui prese in mano una vanga.

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Dopo aver attraversato tre decenni di rivoltamenti musicali, Bisi è un ricettacolo di storie. Come quella in cui lui, Michael Gira degli Swans e Andy Hawkins dei Blind Idiot God hanno vissuto assieme in studio, con tutto il compendio di scazzi in stile coinquilino di merda. Oppure quella in cui y. Ma se oggi siamo qua a parlare di lui è grazie a quel pugno in faccia da cui eravamo partiti. Quando i suoi amici gli dissero che avevano cominciato una raccolta fondi lui ebbe un’illuminazione: erano passati quasi 35 anni dalla fondazione dello studio. Perché non organizzare una festa? E perché non renderla un concerto privato, una serie di improvvisazioni dal vivo con amici e conoscenti, da registrare e rendere eterna?

E così è nato BC35, documento di due giornate per pochi intimi, compendio del mondo musicale che Bisi ha vissuto e creato. Già dal pezzo di apertura, “Nowhere Near The Rainbow”, è palese il motivo per cui Bisi è diventato una leggenda: la sua capacità di dare forma al caos, di trovare simmetrie all’interno di strutture disordinate, di condurre un’orchestra senza spartiti e farla comunque suonare corretta nell’errore. I colori dell’arcobaleno di Israel sono lontani, qua ci sono solo scale di grigio, rossi sanguigni, viola malati. La batteria di Bob Bert, nei Sonic Youth per Bad Moon Rising, si staglia spastica sotto a scariche di chitarra, frilli di sintetizzatore, voci incapaci di pronunciare parole compiute ma che vogliono comunque uscire dalla gola.

A volte, però, le parole escono eccome. Come in “Humash Wealth Management, Inc.”, immaginario monologo di un senzatetto fatalista all’angolo tra due strade trafficate, sequela di ritratti apocalittici di quell’ unstable fragmented yuppie hybrid che anima le strade della Grande Mela, accompagnato da gracchi elettronici e poco altro. Oppure, come in “Downhill”, si spengono in marce tristi, scandite dal suono di campane a morto e chitarre pesanti come l’annuncio di un’esecuzione. A volte sembrano quasi poter scaturire dal rombo primordiale che attraversa brani come “End of the Line”, su cui si riuniscono i White Hills, contrappunti di quiete alla frenesia di “Synesthesia!” o “His Word Against Mine”.

Adesso quei due giorni sono diventati uno spettacolo che Bisi sta portando dal vivo in giro per il mondo. Lo farà al festival Le Guess Who, a Utrecht, e anche da un sacco di altre parti in giro per l’Europa tra cui l’Italia, a Ravenna. C'è anche un pezzettino di Italia, in Bisi: proprio da Ravenna viene Bronson Recordings, l'etichetta che ha reso il suo progetto un disco, e nel suo studio hanno registrato un album i Bachi Da Pietra. Il loro Bruno Dorella, che ha descritto così l’esperienza a New York: "Quel che è fatto bene non si tocca, ha già la sua anima. E le sporcature del suono? È il bello del rock! Si lascino i fruscii, gli scricchiolii, i respiri, tutto ciò che è vivo!" Ci basterà fare un piccolo viaggio—a Utrecht, a Ravenna—per sentirli tutti.

Elia è su Instagram.

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