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gli attentati di parigi

L'Italia è davvero preparata ad affrontare attentati come quelli di Parigi?

Tra falsi allarmi, psicosi e rassicurazioni delle autorità, l'abbiamo chiesto a un esperto.

di Leonardo Bianchi
18 novembre 2015, 1:40pm

Foto via pagina Facebook dell'Esercito Italiano

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Dopo gli attentati di Parigi del 13 novembre, l'Europa intera è attraversata da un'ondata di panico e tensione senza precedenti.

Ieri, ad esempio, nel pomeriggio è stata annullata la partita di calcio Belgio-Spagna a Bruxelles; mentre in serata non si è tenuta Germania-Olanda ad Hannover, a causa di quelle che le autorità tedesche hanno definito "minacce concrete."

Più in generale, pressoché tutti i paesi europei hanno risposto all'attacco che ha causato centinaia di morti in Francia innalzando le misure di sicurezza interna. E l'Italia – specie in ragione del Giubileo straordinario che inizierà il prossimo 8 dicembre – naturalmente non fa eccezione. 

Il 14 novembre, infatti, il ministro dell'interno Angelino Alfano ha convocato il Comitato per l'ordine e la sicurezza pubblica. Nella riunione si è deciso di elevare l'emergenza al secondo livello – quello subito prima di un attentato – e di predisporre una serie di misure, tra cui incrementare la presenza delle forze di polizia nelle città italiane (soprattutto a Roma, dove saranno inviati 1000 uomini delle forze armate), aumentare esponenzialmente "l'attività d'intelligence, sia nel settore umano che in quello informatico," e infine ricorrere a "controlli, perquisizioni e provvedimenti di espulsione" nei confronti di "elementi ritenuti pericolosi."

A quest'ultimo proposito, Alfano ha fatto sapere che l'attività dell'antiterrorismo italiano nel 2015 ha portato a 540 perquisizioni, 147 arresti, 325 denunce e a 55 presunti jihadisti espulsi dal territorio.

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In parallelo a questo innalzamento della sicurezza, in questi ultimi giorni una serie di episodi e falsi allarmi hanno testimoniato il dilagare di una psicosi legata a possibili attentati.

La mattina di lunedì 16 novembre, ad esempio, all'Auchan di Mestre una donna ha creduto di vedere Salah Abdeslam – l'ottavo uomo del commando di Parigi sul quale pende un mandato d'arresto internazionale – tra i clienti del centro commerciale. Dei carabinieri in assetto da guerra hanno poi fermato il "sospettato," che in realtà era un ucraino per nulla somigliante a Abdeslam. Scambi di persona analoghi si sono registrati anche nelle stazioni di Foligno e Terni.

A Venezia, sempre lo stesso giorno, sono scattati degli allarmi bomba per due borse lasciate vicino a palazzo Balbi (sede della giunta regionale del Veneto) e davanti ad una banca: entrambe contenevano solo spazzatura.

Episodi simili si sono poi verificati anche a Roma – dove un dipartimento della Sapienza è stato temporaneamente evacuato per una busta di plastica sospetta – al palazzo di giustizia di Pisa, nel centro di Firenze e in piazza Stazione ad Agrigento.

Nel primo pomeriggio di lunedì, inoltre, si è diffusa la notizia secondo cui una Seat Ibiza nera sarebbe entrata in Italia con a bordo un ragazzo francese sospettato di essere uno degli attentatori. Ma come è emerso qualche ora dopo, anche in questo caso si trattava di un falso allarme: il questore di Torino, infatti, ha detto di non avere "tracce del passaggio, o della presenza, di quel veicolo sul territorio italiano."

Il timore di attentati in Italia, dunque, è abbastanza forte—una circostanza che sembrerebbe essere confermata anche da un recentissimo sondaggio, secondo cui il 46 per cento degli italiani si è detto "preoccupato" per eventuali attacchi terroristici.

"Non siamo ancora a livello di panico," ha detto Roberto Weber, presidente dell'istituto Ixè. "Tuttavia in dieci giorni, dopo gli arresti di Merano e soprattutto gli attentati di Parigi, la gente ha più paura."

Proprio il giorno prima dell'attentato, il direttore del DIS Giampiero Massolo aveva fatto il punto sulla sicurezza del paese, affermando che "in Italia ci conforta il fatto che il sistema messo in piedi per prevenire e reprimere all'accorrenza mostra di funzionare. C'è preoccupazione, ma non ci sono comunque allarmi specifici."

A questo punto, la domanda sorge quasi spontanea: l'Italia è preparata a prevenire ed affrontare un attentato come quello di Parigi?

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Secondo Lorenzo Vidino – ex ricercatore dell'ISPI e attuale direttore del Program on Extremism al Center for Cyber and Homeland Security della George Washington University – "l'Italia è uno dei paesi che ha uno dei sistemi migliori dal punto di vista delle risorse, degli strumenti giuridici e dell'attenzione al fenomeno, anche storicamente."

Per quanto riguarda gli "strumenti giuridici," negli ultimi quindici anni l'Italia ha rivisto più volte la sua legislazione antiterrorismo - in linea con tutti i paesi occidentali nel post 11 settembre 2001 - e cambiato profondamente l'assetto di contrasto al fenomeno.

Il decreto Pisanu del 2005, ricostruisce il magistrato Roberta Barberini su Questione Giustizia, aveva conferito estesi poteri alla polizia in materia di idenficazioni, intercettazioni, fermo di indiziati e arresti anche per gli "atti preparatori."

Lo scorso aprile, il Parlamento ha "aggiornato" la normativa approvando un decreto antiterrorismo proposto dal ministro Alfano. In questo pacchetto, tra le varie misure, c'è l'introduzione di reati volti a punire chi "organizza, finanzia e propaganda viaggi che servano per compiere atti terroristici" nonché i cosiddetti foreign fighters, per i quali è stata prevista anche la possibilità di applicare la misura della sorveglianza speciale di pubblica sicurezza.

Dal nuovo decreto antiterrorismo è stata eliminata la norma - aspramente criticata - che autorizzava la polizia a entrare all'interno dei computer da remoto per intercettare le comunicazioni sul web dei sospettati di terrorismo, mentre è rimasta la "black list" di siti utilizzati per "commettere reati di terrorismo."

"Il nuovo pacchetto di norme antiterrorismo," dice Vidino a VICE News, "ha migliorato quella che era una legislazione già comunque adeguata. È stata introdotta la punibilità del reclutato insieme a quella del reclutatore, mancanza che era un po' un anacronismo nel sistema precedente, e sono state aumentate le risorse, che è una cosa importante."

Se dal punto di vista repressivo l'Italia sembra dunque essere attrezzata, da quello preventivo – intenso nel senso di de-radicalizzazione dei soggetti a rischio – lo è molto meno.

"In Italia la prevenzione è intesa come arresti, mentre nel resto dell'Europa si parla di politiche mirate a prevenire che i soggetti si radicalizzano," spiega Vidino. "Qui sono completamente assenti politiche di prevenzione della radicalizzazione. Ci si affida totalmente alla repressione, e manca la prevenzione da quel punto di vista – per adesso, almeno."

Questa mancanza di prevenzione, tuttavia, è da ricondurre a un contesto ben preciso. Il bacino dei "jihadisti autoctoni" italiani, infatti, è nettamente più contenuto rispetto a paesi europei come la Francia o il Belgio.

"È un fenomeno di portata completamente diversa rispetto agli altri paesi," afferma Vidino, che sul tema ha scritto un rapporto apposito intitolato Il jihadismo autoctono in Italia. "Basti pensare che, secondo i dati del ministero dell'interno, i cosidetti foreign fighters partiti dall'Italia sono 87, mentre la Francia ne ha più di mille. Tra l'altro, di questi 87, la maggior parte non sono cittadini italiani, ma magari persone che sono passate per l'Italia."

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In questo senso, continua il ricercatore, "i servizi segreti italiani sono probabilmente più 'fortunati'" dei loro omologhi francesi, "perché c'è un problema di entità parecchio diverso."

In tutto ciò, stando alle ultime dichiarazioni del ministro della Difesa Roberta Pinotti, l'Italia non dovrebbe intervenire militarmente in Siria al fianco della Francia. Non è stato però escluso "il rafforzamento dell'intervento italiano in Iraq," e il ministro ha ulteriormente specificato che "la lotta al terrorismo non si gioca soltanto con lo strumento militare. C'è il tema della propaganda sul web, quello dei finanziamenti, quello delle indagini e dell'intelligence. Quindi ritengo che le possibilità per collaborare maggiormente possano essere molte."

Nonostante queste differenze piuttosto marcate con la Francia, insomma, Vidino avverte comunque che "nessuno può essere preparato al 100 percento a una cosa del genere. Questo è dovuto alla natura stessa del terrorismo—qualcosa scappa sempre."

"Non si può pretendere che un apparato anti-terrorismo riesca a bloccare qualsiasi tipo di azione," conclude il ricercatore. "Nei limiti di quello che è umanamente possibile, quindi, l'Italia fa molto. È chiaro, però, che non esiste sistema al mondo che possa dare la certezza assoluta."


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