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reportage

Dentro al ghetto d'amianto dove vivono i dimenticati del terremoto in Irpinia

Dopo la tragedia che nel 1980, causò quasi tremila morti, molti sfollati vennero ricollocati nelle case-container: alcuni, 35 anni dopo, sono ancora lì, in una situazione di povertà e degrado.

di Luigi Mastrodonato
18 gennaio 2016, 8:40am

Foto di Paolo Manzo/VICE News

"Mi dissero che sarebbero venuti a prendermi dopo pochi mesi. Li sto ancora aspettando."

Mario ha passato gli ultimi trentacinque anni della sua vita in un container di amianto. Prima nelle sistemazioni provvisorie di Barra, poi, da diciotto anni, nei bipiani di Ponticelli. È uno degli 'invisibili' del terremoto dell'Irpinia del 1980, una tragedia che causò quasi tremila morti e oltre 280mila sfollati.

Siamo alla periferia est di Napoli, un deserto economico-sociale venuto a sostituire l'attivismo degli anni Settanta e Ottanta. Cirio, Fiat, Corradini: di queste e di altre grandi aziende - un tempo insediate qui - oggi non c'è più traccia. È così che Napoli Est ha smesso di essere il traino industriale della città.

Oggi, tra case popolari e strade ricoperte di rifiuti, sorgono qui u bibiann, i bipiani di Ponticelli. Un ghetto di diciotto container in alluminio ed amianto, nati per dare una sistemazione provvisoria ai terremotati dell'Irpinia, ma divenuti nel tempo la residenza stabile per più di trecento persone.

[foto di Paolo Manzo]

Concepiti come un parcheggio provvisorio per gli sfollati, questi campi vennero messi in piedi dalle amministrazioni regionali in vari punti della provincia di Napoli nel corso degli anni Ottanta. Dei due ghetti di Barra oggi non c'è più traccia: vennero demoliti verso la fine degli anni Novanta dalla giunta Bassolino e sostituiti da un parco pubblico, mentre le famiglie che vi abitavano vennero ricollocate in nuovi complessi di abitazioni popolari costruite nell'area.

Non tutti furono però così fortunati: Mario, ad esempio, fu trasferito nei container di Ponticelli. Ancora oggi è qui che aspetta un ricollocamento assieme ad altre famiglie.

A Ponticelli i bipiani di amianto in effetti esistono ancora, sebbene un lotto sia stato abbattuto tra il 2003 e il 2011 a seguito di alcune tensioni etniche tra i residenti kosovari e serbi. La stessa sorte non è toccata invece al ghetto in Via Fuortes, divenuto ormai uno degli esempi più lampanti dell'intreccio tra malapolitica, mentalità camorristica e invisibilità sociale.

[foto di Paolo Manzo]

Pochi conoscono bene questo ghetto di sfollati, immigrati e abusivi come Paolo Manzo, un fotografo napoletano che per quattro anni ha sviluppato un progetto fotografico sull'area. Trovandosi a passare di frequente davanti a questo scempio edilizio, ha deciso di entrarci per documentare le condizioni di vita delle persone al loro interno.

"Iniziai a conoscere gente, a capire che aria girava ed a scoprire veramente i bipiani," racconta a oggi a VICE News. "All'inizio ho incontrato un po' di diffidenza, ma con il passare del tempo gli abitanti hanno iniziato a fidarsi di me."

Abbiamo chiesto a Paolo di accompagnarci a fare un giro tra i bipiani di Ponticelli.

Camminando per i cunicoli ricavati tra i container, viene da stupirsi per come queste persone siano riuscite a sopravvivere qui per tutto questo tempo. C'è amianto ovunque, ma soprattutto condizioni igienico-sanitarie disastrose—tra discariche a cielo aperto e tubature di scarico rotte.

[foto di Paolo Manzo]

Una perenne puzza di bruciato ci aggredisce sin dall'inizio, aumentando man mano che si entra nel cuore dei bipiani. La centralina elettrica, evidentemente sovraccaricata, è annerita dalle bruciature: da qui, centinaia di fili elettrici si diramano per tutto il ghetto, intrecciandosi a più riprese.

Entrando nelle case - se così si possono definire questo tipo di baracche d'amianto - la situazione non è tanto diversa. Per quanto le persone abbiano fatto di tutto per rendere questi luoghi più accoglienti, portandoci televisori, mobili e tappeti ornamentali, è impossibile non fare caso alle pareti corrose e solcate da profondi aloni neri, segno dell'altissima umidità presente nei container.

Il problema più serio, tuttavia, è anche quello meno visibile: l'amianto. Dopo avere trascorso decenni rinchiusi in queste gabbie di eternit, i residenti lamentano l'impatto che quest'ultimo ha sulla loro quotidianità, soprattutto in estate.

L'utilizzo dell'amianto, prima che venisse vietato negli anni Novanta, era dovuto alla sua capacità di trattenere il calore. Nella stagione calda i container si trasformano in veri e proprio forni, costringendo le persone a trascorrere la quasi totalità del loro tempo all'aperto, sulle panche in pietra interposte tra i container, dove spesso finiscono anche per mangiare e dormire.

[foto di Paolo Manzo]

Mario, che ha cinque figli di cui uno disabile, non ne può più di vivere in queste condizioni. "Per ora l'amianto non ci ha ancora fatto nulla, ma arriverà il nostro momento" racconta a VICE News.

In effetti, il processo con cui questo materiale va a colpire le vie respiratorie dell'uomo è molto lento—ecco perché, al momento, possiamo soltanto immaginare l'effetto di questi container sulla salute dei residenti. L'unica apparente certezza, almeno a sentire quelli che vivono nel ghetto, è la causa di morte più diffusa tra i container: il cancro. L'ultima vittima è stata una donna, deceduta l'anno scorso.

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VICE News ha parlato con Roberto Braibanti, responsabile ambientale di SEL per la Provincia di Napoli, da anni impegnato in una battaglia per lo smantellamento dei bipiani e il ricollocamento delle persone rinchiuse al loro interno.

"Il problema dei bipiani non è solo un problema sociale, è anche un problema ambientale e di salute pubblica non indifferente," afferma Braibanti, che sottolinea come peraltro l'amianto sia attualmente nella sua fase di 'vita' più pericolosa, quella dello sbriciolamento.

Per questo motivo i container in amianto dei bipiani, oltre a essere un pericolo per i residenti del ghetto, lo sono anche per tutta l'area limitrofa di Ponticelli, investita da una nube invisibile di polvere di amianto trasportata dal vento.

[foto di Paolo Manzo]

Quello che stupisce è la totale assenza di studi epidemiologici che vadano a indagare il legame tra le morti nell'area e la presenza dell'amianto. "È scomodo avere uno studio epidemiologico su questi problemi," è il parere di Braibanti. "Se ci fosse uno studio che solleva il problema, bisognerebbe poi dare una risposta. L'assenza di uno studio permette invece di mantenere il silenzio."

Sebbene molte delle famiglie dei bipiani abbiano intrapreso feroci battaglie per porre fine a questa agonia, per altri residenti questa condizione non sembra essere un peso. Secondo le famiglie italiane che vivono nel ghetto, agli immigrati vivere nei bipiani va bene.

"Molti di loro sono irregolari e un posto come questo gli garantisce l'invisibilità," racconta Mario a VICE News. "Altri invece sono regolari, come gli albanesi, ma hanno una ricchezza [immobiliare] alle spalle" nella loro terra d'origine. Secondo Mario, il loro unico interesse è di avere un punto d'appoggio dove dormire alla fine del turno di lavoro.

"Continuano a entrare nuovi disperati che non hanno dove andare."

Nei bipiani di Ponticelli di italiani ne sono rimasti pochi. Oltre alla famiglia di Mario se ne contano altre nove, peraltro non tutte legate al terremoto dell'Irpinia. È questo lo zoccolo duro dei residenti del 'ghetto', famiglie che hanno assistito nel corso degli anni a un vero e proprio via vai di persone.

Oggi i bipiani si presentano come un mosaico di culture ed etnie differenti: italiani, albanesi, kosovari, serbi, asiatici ed africani, ciascuno insediato nella sua fila di container a formare un mappamondo in miniatura. Un quadro di disperazione, tra chi è stato dimenticato trentacinque anni fa e chi invece ha trovato in questi container - gelidi d'inverno e bollenti d'estate - la migliore delle sistemazioni possibili.

[foto di Paolo Manzo]

Qui regna un equilibrio silenzioso. Le varie etnie si rispettano e in alcuni casi sorgono anche situazioni di aiuto e solidarietà. Il vero esempio di integrazione viene però dai bambini: mentre i genitori tendono a non interagire tra di loro, gli abitanti più piccoli dei bipiani trascorrono gran parte del loro tempo a giocare insieme, senza alcuna forma di segmentazione culturale.

Di tensioni etniche ce ne sono state in passato, ma riguardavano più che altro il complesso posto al di là della strada, quello abbattuto nel 2003. "C'erano sparatorie, conflitti continui. Era una situazione insostenibile" racconta a VICE News Andrea, un ragazzo napoletano che va spesso nei bipiani a trovare la fidanzata, che abita qui.

Lei è un'abusiva, come la gran parte dei residenti. I bipiani vennero infatti costruiti per gli sfollati dell'Irpinia; a mano a mano che le prime famiglie se ne andavano, i container sarebbero dovuti essere smantellati. Ma le cose sono andate diversamente. "Si è creata una spirale di affitti e subaffitti che si accavallano gli uni sugli altri" racconta Braibanti. "Continuano a entrare nuovi disperati che non hanno dove andare e pagano piccole somme per occupare i container."

[foto di Paolo Manzo]

Non è dato sapere chi gestisca questo piccolo business immobiliare, ma è molto probabile che i clan della camorra possano avere un ruolo nell'intera vicenda, spiega Braibanti. "Si tratta di un'attività tipica della criminalità organizzata, e nessuno può davvero escludere che siano le organizzazioni criminali a gestirli," continua il responsabile di SEL. "Tuttavia, nessuno lo può provare in maniera dettagliata."

Secondo Braibanti, più che di camorra bisognerebbe parlare di mentalità camorristica, ovvero di quella propensione - appartenente tanto alla criminalità quanto ai sottoboschi dell'amministrazione - a sguazzare nel degrado e a trovare il modo di trarre profitto da simili situazioni.

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Guadagnare sui residenti dei bipiani è comunque un'impresa ardua: nella maggior parte dei casi queste persone non hanno un lavoro, e difficilmente potrebbero trovare un'altra sistemazione fuori dal ghetto. Considerato l'affitto irrisorio, alcuni di loro accettano la sistemazione di buon grado.

Fu questo uno dei motivi che causò lo stop temporaneo del progetto fotografico di Paolo Manzo. "Mi fermai perché mi sentivo un po' tradito," racconta il fotografo a VICE News, "alcune delle famiglie sono ormai assuefatte da questo disagio, ci marciano e hanno smesso di lottare."

[foto di Paolo Manzo]

Rosaria, 47 anni di cui gli ultimi diciassette vissuti nei bipiani, ha una pena sospesa di un anno a causa del mancato pagamento delle bollette elettriche. "In questa situazione pretendono pure che io paghi le bollette," si sfoga. Rosaria teme che le forze dell'ordine possano tornare per condurla in carcere. Allo stesso tempo, però, la donna è intimorita anche da un'eventuale ricollocamento presso le case popolari. "Non so se riuscirei a sopravvivere lì, con le bollette e tutte le altre spese. Sono disoccupata e non mi è rimasto più nulla."

"I politici compaiono solo nel periodo delle elezioni, poi spariscono."

La disoccupazione non è comunque una costante dei residenti dei bipiani. C'è chi faceva l'autista di veicoli commerciali, come Mario; chi lavora in una ditta di trasporti, come Moussa; chi ha un trascorso da pizzaiolo, come Andrea.

Chi non ha un lavoro, s'inventa qualcosa: un ragazzo smonta pezzi di automobile e li rivende, un altro spaccia. Secondo quanto ci raccontano, c'è anche chi si prostituisce per gli uomini del ghetto.

[foto di Paolo Manzo]

In tutto questo, chi manca all'appello sono le istituzioni. Sebbene alcune famiglie siano ormai assuefatte dal disagio, molte altre si svegliano ogni mattina nella speranza di ricevere la chiamata per il ricollocamento.

Sono le stesse famiglie che hanno cercato, nel frattempo, di includere una piccola dose di dignità tra i cunicoli che separano i container. Passeggiandoci si intravede infatti qualche aiuola, un po' di verde qua e là.

C'è perfino un bar. Lo gestisce Pasquale, che offre ai "concittadini" dei bipiani un piccolo luogo di aggregazione sociale.

Secondo Roberto Braibanti, è proprio questo il problema di Napoli Est. "I bipiani non sono l'unico esempio di disastro sociale nella zona. Ci sono molti altri lotti eretti nel post terremoto con problemi di vivibilità" racconta. "In questi nuovi quartieri mancano elementi di aggregazione sociale, non ci sono i servizi e non c'è alcuna possibilità lavorativa."

[foto di Paolo Manzo]

L'unico momento in cui le istituzioni si fanno vedere è in periodo di campagna elettorale. "Politici, ispettori sanitari, assistenti sociali compaiono solo nel periodo delle elezioni, poi scompaiono fino alla tornata elettorale successiva," racconta a VICE News Andrea. "Ecco perché ormai abbiamo smesso di votare."

L'anno scorso, a Ponticelli è comparso anche il premier Matteo Renzi. Una visita a una fabbrica locale di elicotteri, un giro presso il nuovo e futuristico Ospedale del Mare progettato con la consulenza di Renzo Piano, il ritorno a Roma.

"Il premier si è guardato bene dall'andare a vedere i veri problemi di quell'area, come i bipiani o l'area inquinata della Q8," è l'accusa di Roberto Braibanti. "Accendere i riflettori su queste problematiche costringerebbe lo Stato a dare delle risposte."

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Tutte le fotografie sono di Paolo Manzo.