Italia

Quanto siamo nella me**a ora che l'Europa ha bocciato la Manovra?

Quanto sarà forte lo scontro tra il governo e la Commissione Europea? Cosa rischia l'Italia? L'abbiamo chiesto a un macroeconomista.
25 ottobre 2018, 12:34pm
salvini di maio conte
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Come previsto, la Commissione Europea ha bocciato la legge di bilancio 2019. Non esattamente una sorpresa: il Commissario al bilancio UE, Günther Oettinger, l’aveva detto, e nemmeno troppo tra le righe. La lettera inviata da Bruxelles la settimana scorsa, inoltre, parlava senza mezzi termini di una "deviazione senza precedenti nella storia del Patto di Stabilità e Crescita." Resta da capire cosa succederà adesso, anche perché è la prima volta che Bruxelles si avvale della facoltà di respingere una manovra finanziaria.

La richiesta formale della Commissione Europea è ripresentare entro tre settimane un nuovo Documento programmatico di Bilancio (naturalmente che rispetti le correzioni proposte). Se questo non dovesse accadere, l’esecutivo comunitario potrebbe aprire una procedura di infrazione nei confronti dell’Italia (per deficit eccessivo e per la violazione della regola del debito), che significa impegni ancor più stringenti nei confronti dell’Europa, possibili sanzioni e stretta sorveglianza sulle finanze pubbliche.

Da parte sua, il governo italiano non intende accettare modifiche, anche se si dice aperto al dialogo con Bruxelles. Salvini si è addirittura offerto di spiegare a Juncker la manovra di persona, mentre Conte, ribadendo che “il deficit al 2,4 percento del Pil è (e sarà) il tetto,” concede una timida apertura: “Siamo pronti forse a ridurre, ad operare una spending review, se necessario”.

Oltre al 13 novembre, termine delle tre settimane concesse per presentare la nuova manovra, le date da tenere d’occhio sono il 3 e il 4 dicembre, quando i ministri delle Finanze dell’Eurogruppo e dell’Ecofin (il Consiglio Economia e finanza) si riuniranno e decideranno se ratificare o meno la procedura di infrazione nei confronti dell’Italia.

Nel frattempo, analizzando la questione da un punto di vista più politico, è facile capire che il braccio di ferro con l’Europa va a vantaggio dei gialloverdi, almeno sul breve periodo. L’atteggiamento muscolare e inflessibile del governo nei confronti della Commissione Europea e le eventuali contromisure che prenderà quest’ultima—e che verranno dipinte come petulanti e vessatorie—saranno infatti un collante per rafforzare il consenso alle europee.

Per capire meglio cosa ci aspetta, abbiamo chiesto qualche chiarimento a Francesco Saraceno, macroeconomista dell’OFCE di Parigi e autore di La scienza Inutile. Tutto ciò che non abbiamo voluto imparare dall’economia. Con lui abbiamo cercato di farci un’idea dei possibili scenari che ci attendono, e soprattutto di capire se è il caso o meno di farsi prendere dal panico.

VICE: Iniziamo con la domanda più ovvia. Dopo diversi ammonimenti l**’Unione Europea ha bocciato la Legge di bilancio. Cosa succede adesso? Cosa comporta una procedura d’infrazione?** Francesco Saraceno: La procedura di infrazione è un processo farraginoso che porta, dopo almeno due anni, a una multa. Le procedure di infrazione sono abbastanza comuni, ma nessun governo è mai stato multato (sono tutti rientrati nei limiti prima che scattasse la sanzione). Ciò che è da temere di più quindi non è la multa, ma l’effetto sulla reputazione, presso i partner e presso i mercati.

Quanto sarà forte lo scontro tra l’Italia e la Commissione Europea? È possibile raggiungere un compromesso accettabile?
Nel governo italiano coesistono due anime. La prima vuole imprimere una svolta alla politica economica del paese, anche a costo di strappi, ma nel quadro di una riaffermata centralità europea, e quindi di un dialogo con gli altri paesi e con le istituzioni. Non si può però ignorare che esiste anche una sensibilità euroscettica, soprattutto nella Lega. Alcuni, anche in posizioni chiave, non lo dicono esplicitamente ma non sarebbero poi scontenti se un incidente (uno scontro con la Commissione, un attacco speculativo) ci obbligasse ad uscire da quella che considerano la gabbia dell’euro. Quale di queste due anime prevarrà è domanda da fare a una veggente.

Quindi esiste un rischio effettivo di uscita dall’Euro?
Come dicevo, esiste una corrente sotterranea nel governo che, anche se non lavora per questo, sicuramente non sarebbe molto dispiaciuta se si verificasse. Quindi lo scenario di un’uscita, sia pure non probabile, rimane possibile. E ovviamente la probabilità aumenterebbe in caso di crisi istituzionale o finanziaria.

Veniamo alla manovra incriminata. Reddito di cittadinanza, flat tax e quota 100 sono misure costose. Quali sono (se ci sono) le coperture previste e quanto invece verrà finanziato in deficit?
L’insieme delle misure che compongono il DEF, la legge di bilancio per il 2019, ammonta a quasi 37 miliardi, di cui 15 saranno finanziati aumentando altre imposte e riducendo altre spese, e circa 22 aumentando il deficit (vale a dire prendendo a prestito dai mercati). Questo deficit aggiuntivo porterà il totale al 2,4 percento del PIL di cui si parla ovunque.

Oggi anche il premier Conte ha mostrato preoccupazione per l’andamento dello spread. Quali effetti comporta sulla vita quotidiana l’aumento dello spread e dopo quanto tempo vengono osservati?
Lo spread ha un effetto immediato sulle finanze pubbliche, rendendo più caro il denaro per lo Stato. Questo degrada la qualità del debito pubblico, e quindi dei bilanci delle banche che lo detengono. Queste sono costrette ad aumentare a loro volta il costo del denaro per i loro clienti (che saremmo noi) e a ridurre il credito. Le imprese diventano meno competitive, e le famiglie più povere. Questo si inizia già a vedere, ma per fortuna in maniera ancora molto limitata.

Nel Global Financial Stability Report il Fondo Monetario Internazionale indica l’Italia tra i fattori di rischio per il sistema finanziario globale, insieme alla Brexit e alla guerra dei dazi. Quanto è pericoloso il debito pubblico italiano per l’economia globale?
Di per sé pochissimo. Un alto livello di debito pubblico significa molto poco, se il paese cresce e se si riesce a finanziare. Tanto più in un contesto in cui il debito privato (di famiglie e imprese) è molto basso. Quindi, se si rimane in uno scenario “normale” il debito pubblico italiano non peserà sull’economia mondiale, non più di quello del Giappone, superiore al 200 percento del PIL. Diverso è ovviamente il caso di una crisi che portasse all’uscita dall’Europa. L’Italia non è la Grecia, è la terza economia dell’eurozona. È difficile immaginare come la moneta unica possa sopravvivere a una nostra uscita. E a quel punto le conseguenze per l’economia mondiale ci sarebbero eccome.

A proposito di (eventuale) crisi: di quali strumenti dispone eventualmente l’Europa per venirci incontro? Sono sufficienti?
Gli strumenti per gestire una crisi finanziaria ci sono, dal fondo salvastati all’ombrello che la BCE potrebbe aprire per evitare attacchi speculativi (basterebbe che comprasse il debito di cui si liberano gli speculatori per evitare il fallimento di uno Stato). Però, in primo luogo questo non sarebbe senza costi (di fatto l’economia italiana sarebbe messa sotto tutela). E in secondo luogo, si tratta di strumenti il cui utilizzo richiede cooperazione tra paesi membri e istituzioni europee. Per questo lo stile muscolare del governo, la mascella ostentata, e i bracci di ferro, sono pericolosi.

Certo, aiutano a costruire consenso di breve termine tra i nostri concittadini, additando l’Europa come causa di tutti i nostri mali. Ma tagliano i ponti con chi potrebbe darci una mano in caso di bisogno. Visto che la manovra del governo per molte ragioni è una scommessa, non sono sicuro che andare allo scontro sua la strategia più saggia.

Domanda più generale: quali possono essere le cause del rallentamento dell’economia italiana?
La bassa crescita dell’economia italiana risale alla fine degli anni ottanta, quando abbiamo iniziato a divergere da economie simili come la Francia e la Germania. Non è colpa né della crisi né dell’euro. La bassa crescita italiana è un puzzle con il quale gli economisti si rompono la testa da anni. Alcuni puntano il dito sulla scarsa crescita della produttività (che però è complessa da misurare) e sulla dimensione delle nostre imprese troppo piccole per competere in un mondo globalizzato. Altri sulla scarsa qualità delle infrastrutture in senso lato (non solo strade e ferrovie, ma anche giustizia e pubblica amministrazione strozzate da mancanza di fondi e inefficienze, qualità della formazione, corruzione, etc). Ovviamente queste concause si alimentano a vicenda nello spiegare il declino italiano, e creano un rompicapo difficile da risolvere per economisti e policy makers.

In sintesi: quanto dobbiamo essere preoccupati? Poco, molto o moltissimo? Quali sono i veri fattori di rischio da tenere d’occhio nei prossimi mesi?
Dobbiamo essere abbastanza preoccupati. In primo luogo perché il sacrosanto cambio di orientamento della politica economica italiana, dopo anni di austerità devastante, dovrebbe essere portato avanti senza andare in guerra con l’Europa (per le ragioni appena ricordate). E poi, per un motivo che non ho evocato fin qui, vale a dire che la manovra del governo è un patchwork di misure contraddittorie (ad esempio: se il reddito di cittadinanza potrebbe ridurre la disuguaglianza, un flagello del nostro paese, la flat tax tenderebbe invece ad aumentarla).

Sono gli stessi numeri forniti dal governo a mostrare che l’impatto sulla crescita di queste misure sarà modesto. Solo gli investimenti pubblici avrebbero un effetto apprezzabile, ma sono troppo pochi e troppo spalmati nel tempo. È impressionante, ad esempio, come non ci sia un soldo stanziato per scuola e Università. Quindi si fa debito senza spingere la crescita. Quando è avvenuto questo, in passato, non è mai finita bene.

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