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La storia dei 50 milioni di euro della Lega che sono spariti nel nulla

Dopo la condanna per truffa ai danni dello Stato, ieri la Cassazione ha stabilito che va sequestrata qualsiasi somma riferibile alla Lega "fino a raggiungere 49 milioni di euro." Abbiamo ripercorso questa intricata vicenda giudiziaria.

di Leonardo Bianchi
04 luglio 2018, 10:46am

Foto via Facebook.

Matteo Salvini, lo sappiamo bene, parla volentieri di qualunque argomento: dei “vicescafisti” delle Ong, di droga, di vaccini, di quanto sia un “papà” prima che un politico, di “bastonare” i mafiosi, dei rosiconi che stanno per “esaurire le scorte di Maalox,” di tagliare i fondi all'accoglienza, e così via.

C’è solo una cosa su cui mostra un evidente fastidio: i soldi della Lega.

Ieri pomeriggio, le agenzie e i giornali hanno riportato le motivazioni della sentenza della Corte di Cassazione che ha accolto un ricorso del pubblico ministero di Genova. “Ovunque venga rinvenuta” qualsiasi somma di denaro riferibile al partito, hanno scritto i giudici, questa dev’essere “sequestrata fino a raggiungere 49 milioni di euro”—ossia la somma che la Lega, secondo una sentenza del tribunale di Genova che ha condannato Umberto Bossi e l’ex tesoriere Francesco Belsito, avrebbe truffato all’erario.

Il segretario del Carroccio, parlando a In Onda, ha detto che questi soldi “non ci sono” e che si tratta di “un processo politico su fatti di più di dieci anni fa e su soldi che non ho mai visto.” Giulio Centemero, deputato e amministratore della Lega, ha dichiarato che “forse l’efficacia dell’azione di governo della Lega dà fastidio a qualcuno, ma non ci fermeranno certo così.”

Ma è davvero un “processo politico”? E davvero questi soldi non esistono più, e al massimo Salvini può portare “i soldi datici dai pensionati a Pontida per comprare magliette, cappellini e patatine fritte”? Siccome negli ultimi tempi la vicenda ha avuto parecchia risonanza—anche per le prese di posizione di personaggi pubblici come Roberto Saviano e Chef Rubio—è utile riepilogarne brevemente la tappe.

Tutto inizia nell’aprile del 2012, quando Belsito è indagato per truffa ai danni dello Stato e finanziamento illecito ai partiti dalla Procura di Milano, e per riciclaggio da quella di Napoli e Reggio Calabria. L’inchiesta nasce grazie all’esposto di un militante della Lega sugli investimenti in Tanzania e Cipro. Per i pm, la gestione finanziaria della Lega era stata oscura fin dal 2004; e Belsito, sostenevano, “ha alimentato la cassa con denaro non contabilizzato ed ha effettuato pagamenti e impieghi, anch’essi non contabilizzati o contabilizzati in modo inveritiero.”

A metà maggio, nel registro degli indagati finiscono anche Umberto Bossi e i figli Renzo e Riccardo; i reati contestati sono truffa ai danni dello Stato per l’uso illecito dei rimborsi elettorali della Lega Nord, e appropriazione indebita per i secondi.

Due anni dopo, nell’ottobre del 2014, il gip di Milano Carlo Ottone De Marchi spacchetta il processo in tre parti: due a Milano, e una terza a Genova. Nella città ligure finiscono gli atti che “riguardano la presunta truffa finalizzata all’erogazione dei rimborsi elettorali che vede indagati Bossi, l’ex tesoriere Belsito e tre revisori.” A sorpresa, poi, Matteo Salvini—da poco nominato segretario—rinuncia a chiedere i danni a Belsito perché “non possiamo perdere tempo e neppure soldi.”

Nel 2017 arrivano le sentenze di primo grado, sia a Milano che a Genova. Il 10 luglio Umberto Bossi e i due figli sono condannati per appropriazione indebita, mentre il 24 dello stesso mese il “Senatur” e Belsito sono ritenuti colpevoli per la “maxi truffa al Parlamento di 48.969.617 di euro di rimborsi pubblici ottenuti fra il 2008 e il 2010.”

Le motivazioni sono particolarmente dure. I giudici di Milano scrivono che Bossi era “consapevole concorrente, se non addirittura istigatore, delle condotte di appropriazione del denaro”; e quelli di Genova che “sia Belsito che Bossi erano consapevoli delle irregolarità dei rendiconti da loro sottoscritti e dissimulavano le irregolarità di gestione e i fatti di appropriazione descritti.” Ciò vale ovviamente per Belsito, ma anche per Bossi, “considerando che la irregolare gestione contabile si protraeva da anni: e che egli, suoi familiari e persone del suo entourage erano i beneficiari delle spese, anche ingenti, a fini privati.”

Il tribunale di Genova, inoltre, stabilisce a carico dei condannati il pagamento di quasi un milione di euro a titolo di provvisionale a favore di Camera e Senato—i due rami del Parlamento, infatti, si erano costituti parte civile nel processo.

La procura, tuttavia, non fidandosi dei conti (in rosso) della Lega e temendo che quella cifra non venisse mai recuperata, chiede “il sequestro cautelativo con il blocco dei conti bancari e dei patrimoni immobiliari del partito.” Tale richiesta non viene accolta dal tribunale, che stabilisce che i soldi che entreranno nelle casse del partito “non potranno essere bloccati.” Quelli sequestrati, dunque, si fermano a poco meno di 2 milioni di euro.

I pm genovesi non demordono, e si rivolgono prima al riesame—che dichiara inammissibile il ricorso—e poi alla Cassazione. Si arriva così alla decisione che ho menzionato in apertura, e che complica incredibilmente il quadro finanziario del partito. Come spiega Matteo Indice su La Stampa, la Lega “in teoria non può più incassare un euro, sia sui conti principali che su quelli delle varie ramificazioni territoriali intestati al partito, senza rischiare che le venga sequestrato.”

Ed è proprio questo “spauracchio giudiziario,” prosegue il giornalista, che sarebbe alla base della creazione di bacini di finanziamento “alternativi,” cioè “fondazioni o altri enti vicini al partito ma tali da poter aprire proprio depositi senza che questi siano aggredibili dalla magistratura.” A tal proposito, L’Espresso ha indagato a più riprese sulla fondazione “Più Voci,” creata un anno e mezzo fa dall’attuale tesoriere Centemero, e sulla quale—tra gli altri—sarebbero stati versati oltre 200mila euro dal costruttore Luca Parnasi, recentemente arrestato per lo scandalo della stadio della Roma.

Sulla presunta sparizione dei quasi 50 milioni di euro si è concentrata la procura di Genova, che nel gennaio del 2018 ha aperto un procedimento per riciclaggio a seguito di un esposto presentato dall’ex revisore dei conti del partito Stefano Aldovisi. L’ipotesi, infatti, è che quei soldi siano stati “messi al sicuro con una serie di artifici proprio per schermarli dalla successiva azione della magistratura.”

Stando a quanto riporta la stampa, la Guardia di Finanza sospetta che “una serie di operazioni ambigue siano avvenute attraverso la Sparkasse di Bolzano: da qui, a fine 2016, 10 milioni sono stati investiti nel fondo Pharus in Lussemburgo, e 3 sono rientrati all’inizio di quest’anno.” Insomma: l’ipotesi dei pm è che “il viavai di soldi con il Granducato sia servito per nascondere e proteggere dai sequestri una parte dei rimborsi-truffa incassati in passato dal partito, attraverso un ginepraio di flussi bancari.”

Nel commentare questa nuova inchiesta, sia Centemero che Salvini hanno respinto con decisione le accuse. “Siamo pronti a dimostrare che non ci sono stati movimenti finanziari sospetti,” dice il primo. “[L’indagine] è fondata sul nulla e come altri ricorsi finirà nel nulla,” assicura il secondo. Il neo-ministro dell’interno, tra l’altro, ha più volte ribadito di non saperne nulla e di non aver mai avuto a che fare con quei soldi.

Ma una serie di inchieste pubblicate sull’Espresso da Giovanni Tizian e Stefano Vergine sembrano smentire questa versione. In un articolo dell’ottobre del 2017, ad esempio, i due sostengono di aver ottenuto documenti che dimostrano l’esistenza di un “filo diretto tra la truffa rimata dal fondatore e i suoi successori: tra la fine del 2011 e il 2014, infatti, prima Maroni e poi Salvini hanno incassato e usato i rimborsi elettorali frutto del reato commesso dal loro predecessore. E lo hanno fatto quando ormai era chiaro a tutti che quei denari rischiavano di essere sequestrati.”


Abbiamo passato una giornata con la Lega a Pontida:


In un altro pezzo dell’aprile del 2018, invece, i due ci vanno giù ancora più duro. Sia sotto le gestione Maroni che sotto quella di Salvini, scrivono, “parecchi milioni sono stati investiti illegalmente.” Una legge del 2012 vieta infatti ai partiti politici di usare i propri fondi su strumenti finanziari diversi da titoli di stato dei paesi dell’UE. E invece, documentano Tizian e Vergine, la Lega avrebbe “cercato di guadagnare soldi comprando le obbligazioni di alcune delle più famose banche e multinazionali”—cioè di “colossi come l’americana General Electric, la spagnola Gas Natural, le italiane Mediobanca, Enel, Telecom e Intesa Sanpaolo.” Trecentomila euro sarebbero stati messi anche “sul corporate bond di Arcelor Mittal, il gruppo siderurgico indiano che ha acquistato l’Ilva promettendo di lasciare a casa circa 4mila lavoratori.”

Insomma, chiosano i giornalisti: “Alla narrazione legalitaria sostenuta da Salvini si sovrappone una gestione economica opaca, che richiama il passato bossiano.” Dopotutto, dal pratone di Pontida, anche lo stesso Salvini ha detto che “non è la Lega ad essere cambiata, è il mondo che è cambiato.” E come dargli torto?

Nel riepilogare questa complicata trama economico-finanziaria-giudiziara, non posso fare a meno di pensare alle parole del sindacalista della Cisl Saverio Pagani. “I leghisti usano le istituzioni per raggiungere il proprio fine, ma proprio esplicitamente [...], e quindi potrebbero essere pericolosi in qualche misura, perché potrebbero fare delle cose all’interno delle istituzioni,” diceva alla fine degli anni Novanta. “Io li vedo qua [nel bergamasco], non sono proprio degli esempi di moralità. Fanno il contrario di quel che dicono di fare.”

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