Cosa è successo alla COP24, la conferenza sul clima più importante dell'anno

Dopo due settimane di negoziati e conferenze a Katowice, in Polonia, si è appena concluso il vertice internazionale che deve trovare una soluzione al cambiamento climatico. Ecco come è andata.
18.12.18
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Tutte le immagini dell'autrice.

Dal 2 al 14 dicembre si è tenuta la 24esima edizione del summit internazionale sull’ambiente, nato nel 1992 con il trattato ambientale degli Accordi di Rio prodotto dalle Nazioni Unite. Quest’anno, l’evento è stato organizzato in Polonia, a Katowice — città nota per le miniere di carbone e il loro forte sfruttamento. Proprio il carbone — o, meglio, la decarbonizzazione — è stato il tema centrale della COP24: l’obiettivo della Conferenza delle Parti di quest’anno era infatti tentare di portare a termine le negoziazioni delle linee guida dell’Accordo di Parigi del 2015 tra i paesi riuniti.

A ottobre di quest’anno, il rapporto dell’IPCC sul cambiamento climatico e sulla fetta di responsabilità umane è stato chiaro: per restare sotto una soglia di 1.5°C di riscaldamento delle temperature globali rispetto ai livelli pre-industriali ed evitare di raggiungere i 2° è necessario ridurre le emissioni di CO2 a zero in ogni settore. La trasformazione delle nostre economie deve quindi accelerare urgentemente.

Il problema — come è emerso chiaramente nelle due settimane di conferenze e confronti a Katowice — è che, nonostante le conseguenze del cambiamento climatico rappresenteranno presto per qualsiasi nazione una spesa grave da affrontare, non tutti i Paesi del mondo sono disposti ad affrontare lo sforzo economico immediato di una vera prevenzione.

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Gli stendardi fuori della COP24 a Katowice, Polonia. Tutte le foto dell'autrice.

L'eredità dell'Accordo di Parigi

La COP24 si è posta, prevedibilmente, come il momento cruciale per l’implementazione dell’Accordo di Parigi sul clima, trattato firmato da 195 paesi i nel dicembre 2015, ratificato nel corso dell’anno successivo da 147, e rifiutato inizialmente solo da Siria e Nicaragua — poi anche dagli Stati Uniti, con uno storico passo indietro rispetto alla questione ambientale da parte della principale potenza mondiale, subito dopo l’elezione dell’attuale presidente Donald Trump.

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In se stesso, l’Accordo di Parigi riconosceva già la necessità di mobilizzare strumenti finanziari internazionali (per esempio: prestiti e bond) destinati ad azioni con un impatto positivo sul clima, improntando i flussi economici alla drastica e significativa riduzione di emissioni di gas serra e all'accesso dei paesi in via di sviluppo a prestiti a basso costo (anche dai mercati obbligazionari) per permettere loro di fronteggiare al meglio i cambiamenti climatici.

Rappresentanti delle organizzazioni non statuarie presenti alla COP24

Rappresentanti delle organizzazioni non statuarie presenti alla COP24 a Katowice.

La posizione della Banca Mondiale

All’apertura del vertice a Katowice, la rappresentante della Banca Mondiale Kristalina Georgieva si è espressa categoricamente sulle intenzioni dell’istituzione specializzata dell’ONU: raddoppiare i finanziamenti già promessi oltre il 2020, per un ammontare di 200 miliardi di dollari, 100 miliardi dei quali come finanziamento diretto per il settore pubblico.

L’obiettivo del fondo stanziato dalla Banca Mondiale è spronare il settore privato a cambiare i destinatari dei loro investimenti o, per lo meno, fare pressione sugli attuali prestatari, affinché regolamentino i loro conti con il clima.

L’opposizione dei paesi che producono ed esportano combustibili fossili

Nel corso delle due settimane in Polonia, delegazioni di tutte le nazioni, organizzazioni internazionali e gruppi di interesse hanno dunque cercato di finalizzare un rulebook che includesse una serie di disposizioni chiare sulla lotta al cambiamento climatico — e con cui individuare meccanismi per cui i governi siano obbligati a misurare, verificare e successivamente comunicare i propri “contributi determinati nazionalmente” (o NDC), ovvero gli sforzi fatti sul territorio nazionale per ridurre le emissioni di anidride carbonica.

Ma alcuni stati si sono dimostrati fortemente contrari alla delineazione di queste disposizioni — poiché più chiare sono le regole, più sarà difficile svincolarsi dagli impegni prefissati dall’accordo.

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Le discussioni tecniche della prima settimana si sono dunque concluse in un enorme flop, con la formazione di un’allarmante alleanza tra Stati Uniti, Russia, Arabia Saudita e Kuwait. Sabato 9 dicembre le parti hanno messo in dubbio la veridicità proprio del rapporto dell'IPCC dell'ONU pubblicato lo scorso ottobre, affermando che gli sforzi richiesti sarebbero addirittura eccessivi.

Per quanto il carbone sia stata la fonte energetica principale dell'ultimo secolo — nonché tra le cause primarie dell’incremento delle temperature globali e delle relative conseguenze sul cambiamento climatico e sulla salute e incolumità di popolazioni, specie animali ed ecosistemi —, non è ovviamente l’unica risorsa non rinnovabile su cui si basa ancora la produzione di energia oggi e il relativo benessere economico di alcune nazioni. Per i paesi che hanno fondato la propria economia sull’estrazione e il commercio di combustibili fossili, infatti, dover rinunciare al modello economico attualmente in vigore comporterebbe una recessione economica disastrosa e la perdita sia di potere che di stabilità politica a livello internazionale.

Le contestazioni più dure in queste settimane hanno dunque riguardato l’Articolo 6 dell’Accordo di Parigi — che tratta di mettere limiti di estrazione, vendita ed emissioni per queste fonti di energia, che provocherebbe una perdita economica altissima per stati come i paesi dell’area del Golfo, Stati Uniti e Russia, fortemente restii a perdere potere internazionale, attuare piani di transizione economica e quindi firmare l’Accordo.

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Nonostante le istituzioni finanziarie si siano, insomma, dichiarate pronte a fronteggiare il cambiamento necessario sul lungo periodo, questi paesi continuano a considerare più urgente la protezione di un avanzamento economico su quello breve.

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Il padiglione del Brasile.

Il caso del Brasile

Le discussioni sui limiti alle emissioni per ogni Paese ha visto svilupparsi l’attrito più significativo — e inedito — con il Brasile, il cui recente cambio di governo sta mettendo in radicale discussione le politiche sull’ambiente in atto precedentemente. Durante le conferenze, il Brasile ha chiesto di mantenere flessibile il conteggio delle unità di diossido di carbonio consentite, destabilizzando il lavoro fatto negli ultimi anni per giungere a un accordo comune tra i paesi con la carbon footprint più significativa.

Il Brasile è inoltre il paese che avrebbe dovuto per ospitare la prossima edizione della Conferenza delle Parti, ma, date le posizioni negazioniste del neo presidente Jair Bolsonaro, i piani sono stati ritrattati — lasciando l’attuale delegazione del Brasile in una situazione di difficoltà, perché i ministri e i personaggi fondamentali della politica brasiliana presenti alla COP24 appartengono ancora al governo uscente.

Giustizia climatica e diritti umani

Tutto questo ha fatto sì che venisse data poca attenzione e rilevanza alla questione della “giustizia climatica,” ovvero la protezione dei diritti umani dalle conseguenze più catastrofiche del cambiamento climatico. Per molti stati in via di sviluppo presenti a Katowice, essere nell’Accordo significa garantire una più sicura protezione alle proprie popolazioni.

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Le condizioni climatiche estreme — che hanno dirette conseguenze sulla sicurezza alimentare, energetica e abitativa — colpiscono maggiormente i paesi del Sud del mondo, spingendo a nuovi o più intensi fenomeni migratori, le cui vittime sono, letteralmente, definite tecnicamente come “migranti ambientali,” ufficiosamente come “rifugiati climatici.” In particolare, le popolazioni indigene non dispongono degli strumenti o delle strutture in grado di prevenire cambiamenti repentini sui loro territori.

Mohamed Nasheed, presidente della delegazione delle Maldive, parla alla COP24 dell'emergenza climatica per i paesi in via di sviluppo.

I paesi in via di sviluppo e soprattutto l’Alleanza delle Piccole Isole in Via di Sviluppo (IOSIS) hanno definito deludenti se non mortali le politiche di adattamento — ovvero i fondi preposti a garantire loro l'accesso a prestiti a basso costo (anche dai mercati obbligazionari) per fronteggiare la crisi climatica.

La richiesta, in questo senso, è stata di ricevere informazioni sufficienti sui finanziamenti e aiuti disponibili. Finora, l’articolo dell’Accordo di Parigi a riguardo è rimasto vago, consentendo ai paesi sviluppati di impegnarsi in modo altrettanto blando: solamente il 25 percento dei flussi finanziari destinati al clima è stato destinato a politiche di adattamento. Hindou Oumarou Ibrahim, Presidente dell’Associazione per le Donne e Popolazioni Indigene in Chad (AFPAT) ha sottolineato la necessità di sforzi maggiori in questo campo. “La soglia dei 1.5°C per noi non è una negoziato, ma un obbligo,” ha dichiarato Oumarou Ibrahim durante il suo intervento a Katowice.

 Hindou Oumarou Ibrahim alla COP24

Hindou Oumarou Ibrahim discute con i colleghi le sfide da risolvere prima del 2030.

La firma di sabato

Il forte clima di incertezza ha portato i paesi inclini ad accettare le posizioni del report dell’ICCP e relative responsabilità — come l’Unione Europea, Canada e Peru —, a proporre incontri bilaterali, nella speranza di convincere quelli ancora impuntati su questioni di interesse privato a cambiare idea.

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Poiché la COP24 è stata ospitata da uno stato europeo, giungere a un buon risultato era particolarmente importante per la Unione Europea, che si è presenta compatta e ottimista, decisa a stilare un rulebook che non fosse solamente un compromesso o una promessa teorica come si è rivelato in parte l’Accordo di Parigi del 2015.

Il fallimento dell’accordo era — per dirla con le parole, descritta dal del Segretario Generale delle Nazioni Unite António Guterres — una possibilità “suicida”, che avrebbe portato a dubitare della legittimità e funzionalità di istituzioni multilaterali come le Nazioni Unite stesse, perché “incapaci” di salvaguardare del il contesto internazionale, creando i presupposti per una grave instabilità politica globale.

Sabato sera le nazioni hanno finalmente firmato la nuova versione dell’Accordo, che rimane, però, un compromesso: lascia infatti aperte grandi tematiche come il conteggio delle emissioni di CO2; i metodi per contrastare e indennizzare perdite e danni già causati dal cambiamento climatico; la necessità di stabilire una terminologia giuridica improntata alla giustizia climatica; la necessità di maggiore chiarezza su metodi e incentivi dei fondi per l’adattamento. Tutte questioni rimandate alla COP25, che si terrà in Cile dall’11 al 22 novembre 2019.

Il Commissario Europeo Miguel Arias Cañete durante un briefing bilaterale con il Parlamento Europeo

Il Commissario Europeo Miguel Arias Cañete durante un briefing bilaterale con il Parlamento Europeo.

Aldilà degli incontri bilaterali a porte chiuse o degli incontri di cluster tra vertici politici che sono stati protagonisti alla COP24 di Katowice, per due settimane anche organizzazioni, ONG, università e industrie hanno tentato di sensibilizzare i partecipanti alla Conferenza con workshop ed eventi a lato dei negoziati. Qui si respirava un clima positivo, di scetticismo speranzoso nelle figure istituzionali chiamate a rispondere il più chiaramente possibile alle necessità di un pianeta prossimo al collasso.

Le cose sono andate, almeno in parte, diversamente e gli interessi economici nazionali e immediati continuano a prevalere. Per quanto — come hanno dimostrato le manifestazioni dei Gilet Gialli (o Gilets Jaunes) in Francia in questi giorni — le risorse fossili siano strettamente legale alla nostra economia e quindi difficili da abbandonare senza conseguenze su intere parti della società, è già chiaro che il cambiamento climatico ci costerà ancora più soldi. E chissà cos’altro.