Recensione: Earl Sweatshirt - Some Rap Songs

Dopo anni di silenzio e la morte del padre, l'ex bambino prodigio della Odd Future è tornato con Some Rap Songs, un capolavoro che è un grande dito medio alla fama.
Tommaso Tecchi
Milan, IT
earl sweatshirt
Fotografia di Steven Traylor.

Chiunque, come me, abbia passato i primi anni Dieci ascoltando la musica della Odd Future non può non essersi affezionato ad Earl Sweatshirt, prima ancora a livello personale e umano che artistico. Nonostante la giovane età e i pochi anni di carriera Thebe Neruda Kgositsile, questo il suo vero nome, ha una biografia decisamente singolare rispetto a quella di tutti i suoi colleghi.

Lanciato nel 2010 da Tyler, The Creator, Earl ha esordito a sedici anni appena compiuti con un mixtape che fin da subito è stato accolto come l’avvento di un nuovo prescelto del rap statunitense per via della sua tecnica fuori dal comune. Poco dopo però questo successo improvviso ha spinto la madre del rapper a interrompere tutto sul nascere: da un momento all’altro Earl scompare e solo dopo alcuni mesi si scopre che è stato mandato in un collegio per adolescenti problematici in Samoa.

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Nel frattempo la Odd Future raggiunge il suo picco e il messaggio “Free Earl” compare nei testi e nel merchandising del collettivo fino a scatenare una sorta di contesa tra Tyler e la madre del suo giovane pupillo. Tornato dopo un anno e mezzo dall’esilio, Earl pubblica il suo disco d’esordio Doris nel 2013 ed è subito chiaro che qualcosa è cambiato. L’aggressività gratuita e la continua ricerca della provocazione fine a sé stessa tipica della Odd Future sembra averlo stancato, così come accaduto a Tyler da Wolf in poi. Ma soprattutto, nonostante il disco sia stato acclamato dalla critica e sia pieno di collaborazioni importanti (The Neptunes, RZA, Vince Staples, Mac Miller), contiene già il segnale che Earl non sta benissimo e che i suoi problemi familiari stanno prendendo il sopravvento sulla sua carriera appena riavviata. Il disco, da qui il suo titolo, affronta tra le altre cose la scomparsa di sua nonna Doris.

Accantonata l’idea di realizzare un album collaborativo con Tyler, il secondo lavoro di Earl arriva nel 2015 ed è la prova che il rapper non ha più voglia di accontentare chi lo vorrebbe su tutte le prime pagine e pieno di premi: il disco si intitolata I Don’t Like Shit, I Don’t Go Outside (letteralmente “non mi piace un cazzo, non esco”) ed è breve, cupo, poco orecchiabile e senza più nessun collegamento con i suoi ormai ex compagni di collettivo. Qualcuno potrebbe definirlo un passo indietro rispetto al trionfo di Doris. Da lì in poi Earl scompare di nuovo: questa volta non letteralmente, ma semplicemente prendendosi una pausa di tre anni e limitandosi ad un EP di 10 minuti caricato su YouTube, qualche live, una manciata di collaborazioni, alcuni beat per altri artisti e un programma radiofonico con il producer Knxwledge.

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Negli ultimi mesi Earl ha però spiegato il motivo della sua assenza dalle scene aprendo un discorso sulla salute mentale che ha pochi precedenti nell’universo hip hop. La dipendenza da alcol e droghe, l’hype che si è creato intorno a lui da quando ancora andava a scuola, la fine di una relazione, la morte di sua nonna e quella dell’amico Mac Miller sono solo alcune delle motivazioni della sua depressione. Quella più ingombrante è però il difficile rapporto con il padre, aggravato dalla sua improvvisa scomparsa avvenuta all’inizio di quest’anno.

Keorapetse Kgositsile, noto principalmente per essere stato un importante poeta e attivista sudafricano, si è separato dalla madre di Earl abbandonando il ragazzo quando aveva solo otto anni. I due si sono in seguito ritrovati, ma stando alle dichiarazioni del rapper il suo decesso è arrivato poco prima di una conversazione che stavano pianificando da tempo come occasione di riconciliazione. Questo fulmine a ciel sereno ha però permesso ad Earl di affrontare i suoi demoni per potersi rialzare ed è da qui che nasce il suo grande ritorno dopo anni di silenzio: un nuovo album, intitolato Some Rap Songs, quasi a prendere per il culo chi continuava a chiedere nuova musica fregandosene della situazione che stava vivendo la persona che si cela dietro a quel buffo pseudonimo.

Il concept dell’album ruota intorno ai difficili momenti affrontati da Earl negli ultimi anni ("Ho passato la maggior parte della mia vita depresso”, afferma in modo crudo nel primo singolo “Nowhere2go”) e a una simbolica ricongiunzione della sua famiglia: l’esempio più chiaro è il brano “Playing Possum” dove ad un discorso tenuto dalla madre di Earl all'università UCLA (Cheryl Harris è insegnata di legge all’università californiana) si sovrappone la poesia Anguish Longer Than Sorrow di suo padre Keorapetse, recitata da quest’ultimo ad un evento a Berlino.

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earl sweatshirt some rap songs

La copertina di Some Rap Songs di Earl Sweatshirt, cliccaci sopra per ascoltarlo su Spotify.

Anche per quanto riguarda i singoli brani siamo davanti ad un disco molto intimo, lontanissimo dalla magnificenza di Doris e per certi aspetti un continuo di I Don’t Like Shit I Don’t Go Outside, nonostante con quest’ultimo condivida solo in parte le sonorità. I brani durano in media un minuto e 40 secondi e spesso sono composti da un unico verso: d'altro canto da tempo Earl afferma l’inutilità di far durare un brano rap più di tre minuti. I beat, in gran parte prodotti dallo stesso Earl, sono composti da sample grezzi e la voce spesso sembra registrata in una maniera che va dal lo-fi all’amatoriale.

Le collaborazioni si limitano ad un paio di featuring con nuovi amici/artisti emergenti come Navy Blue (“The Mint”) e gli Standing On The Corner (“Ontheway!”) e a produzioni di Denmark Vessey (“December 24”), Darryl Anthony, Adé Hakim (“Nowhere2go”) e Black Noi$e (“The Mint”). Tutti questi elementi sono l’ulteriore dimostrazione che ad Earl non interessa il successo discografico e chi gli ricorda che una volta era il rapper più promettente della scena può anche andare a fare in culo. Ciononostante, il talento puro di liricista è ancora tutto lì ed è più a fuoco che mai: a livello di giochi di parole, incastri, rime alternate (anche in mancanza del più comodo 4/4), continua a non avere eguali. Nemmeno i tentativi più audaci di Kendrick Lamar e J. Cole si avvicinano a questa tecnica messa lì così, senza nessuno sforzo.

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In un disco come Some Rap Songs è naturale che manchino le hit ma ci sono dei picchi molto facili da individuare. “December 24” è forse il brano che più si avvicina al vecchio suono di Odd Future. “Ontheway!”, probabilmente il miglior pezzo dell’album, col suo riff di chitarra ripetitivo è il momento più orecchiabile di tutti i 20 minuti di durata del disco. “The Bends” sembra quasi uno scarto di Madvillainy di MF Doom e Madlib. “Azucar” ci riporta indietro agli anni Novanta, quando il rap era ancora totalmente ignaro di come si sarebbe evoluto fino ad oggi. “Veins” rende esplicita l’influenza roots e africaneggiante che è sempre lì dormiente in tutto l’album. Infine, la bellissima “Peanut” suona come un pezzo trap scomposto prodotto dagli Autechre. Quest’ultimo brano si chiude annunciando un certo “Uncle Hugh”: si tratta del jazzista Hugh Masekela, amico e connazionale del padre, anche lui recentemente scomparso, che viene poi campionato nell’outro dell’album.

Nonostante sia più orecchiabile di IDLSIDGO, Some Rap Songs non è un ascolto facile, soprattutto a causa delle continue interruzioni che lo rendono più simile ad una raccolta di snippet che di brani veri e propri. Ma il suo valore sta proprio in questa particolarità, che rilancia Earl come un rapper alternativo a tutto ciò che è stato costruito negli ultimi gloriosi anni di questo genere. Un po’ come stanno facendo nei loro rispettivi campi artisti come King Krule, Laurel Halo e SOPHIE, anche lui ha deciso di allontanarsi da ogni convenzione, prendendo a picconate la struttura canonica di un brano musicale.

È forse questo che intende quando, sempre in “Nowhere2go”, rappa: "Tryna refine this shit / I redefined myself". Ovviamente non sapremo mai cosa sarebbe sucesso se Earl avesse avuto una carriera più normale, se il suo flow così complesso avesse scalato le classifiche prima dell’avvento della trap e del rap facile, sia da fare che da consumare. Magari oggi non parleremmo così tanto di Kendrick Lamar, forse unico esempio odierno di grande successo di un rap che si basa ancora sulla potenza delle parole sopra ogni altra cosa.

Sta di fatto che dietro ad ogni artista c’è un essere umano, spesso molto giovane, e le recenti scomparse di Lil Peep, XXXTENTACION e Mac Miller ci ricordano che non stiamo ascoltando i dischi di supereroi, ma di persone che possono avere dei problemi e che magari si sono ritrovate quasi per caso ad avere un successo più grande di loro. Earl ha deciso, dopo tre anni di semi-assenza, di aprirsi con i suoi ascoltatori per parlare di elaborazione del lutto e salute mentale, ponendo ciò alla base della sua rinascita artistica; probabilmente è questo il messaggio più importante che dobbiamo cogliere da Some Rap Songs. Che, al di là di ogni discorso, è comunque uno dei migliori dischi di quest’anno.

Tommaso è su Instagram.

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