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Política

Se siamo così spaventati dall’immigrazione in Italia, è perché non ne sappiamo nulla

Parlare di immigrazione oggi significa quasi sempre parlare dell’ultima “ondata” e di emergenza.

di Sebastian Bendinelli
08 gennaio 2019, 9:12am

Foto via Flickr.

Quando si parla di immigrazione, lo scarto tra “percezione” e “realtà” costituisce ormai un argomento di dibattito a sé. Lo scorso agosto ha fatto molto discutere una ricerca dell’Istituto Cattaneo che ha mostrato come gli italiani siano convinti che i nati fuori dall’Ue regolarmente presenti in Italia siano più del triplo rispetto alla realtà. Altre ricerche, come il rapporto Eurispes 2018 sull’Italia, avevano già fatto emergere un dato simile, a riprova che il tema dell’immigrazione, da anni forzatamente al centro dell’agenda mediatica e politica, sta assumendo sempre di più le dimensioni di una paranoia collettiva.

A tracciare un quadro d’insieme piuttosto tetro è intervenuto pochi giorni fa anche il Censis, che ha coniato la definizione di “sovranismo psichico”: una sorta di sindrome di cui sarebbe preda la società italiana, incattivita, chiusa su se stessa, impegnata in una caccia ossessiva al capro espiatorio, e quindi sempre più ostile alla presenza “straniera.”

Le cause di questa situazione non sono difficili da individuare: da un lato la copertura mediatica ipertrofica dei fenomeni migratori, quasi sempre schiacciata sull’associazione tra immigrazione e sicurezza/criminalità, dall’altro la propaganda martellante di certe forze politiche che da anni parlano di “invasione.”

A questo va aggiunta anche un’ignoranza diffusa della storia stessa delle migrazioni nel nostro paese: parlare di immigrazione oggi significa quasi sempre parlare dell’ultima “ondata,” quella che ha catalizzato l’attenzione dell’opinione pubblica al punto da offuscare quasi del tutto sia gli altri flussi contemporanei (anche quando sono numericamente più rilevanti), sia i flussi dei decenni passati.

Così, si fa spesso l’errore di considerare l’immigrazione un fenomeno recente, trascurando una storia molto più complessa e stratificata, che lo storico e ricercatore del Cnr Michele Colucci ha ricostruito nel suo ultimo libro Storia dell’immigrazione straniera in Italia. Dal 1945 ai giorni nostri, uscito per Carocci a ottobre.

Ma perché dopo tutti questi anni facciamo così fatica a capire l’immigrazione e non riusciamo a mettere in campo gli strumenti per affrontarla in maniera sensata? Ho contattato al telefono Michele Colucci per discuterne direttamente con lui.

IL RACCONTO DISTORTO DELL’IMMIGRAZIONE

Secondo Colucci, se la memoria collettiva in fatto di migrazioni è così scarsa e il dibattito pubblico è completamente appiattito sui flussi più recenti provenienti dal Nord Africa, lo si deve a un “cortocircuito tra la responsabilità della classe dirigente e l’investimento in termini emergenziali del sistema dei media [...] Se si riduce la questione a una serie di eventi congiunturali e non a un fenomeno strutturale, si riduce anche la sua visibilità a una dimensione puramente emergenziale—e purtroppo questo fa comodo un po’ a tutti.”

È così che si è aperto lo iato tra percezione e realtà evidenziato da ricerche come quella dell’Istituto Cattaneo. Non si tratta soltanto di uno iato quantitativo (l’idea che l’immigrazione sia molto più massiccia dei numeri reali), né geografico (la prevalenza di un singolo flusso), ma soprattutto qualitativo: riguarda cioè la nostra modalità di rappresentazione dell’immigrazione.

“L’enfasi del discorso pubblico sull’immigrazione passa attraverso la categorizzazione della povertà, del disagio, della marginalità, mentre i circa 5 milioni di cittadini stranieri che vivono in Italia sono collocati in un contesto molto più largo,” sottolinea Colucci. “La modalità con cui è stata governata l’ultima fase dell’immigrazione, cioè la scelta di collocare la maggior parte dei richiedenti asilo nei centri d’accoglienza straordinaria, ha favorito questa idea di marginalità e di concentrazione.”

IL RAZZISMO E IL RIMOSSO COLONIALE

L’attenzione sui flussi recenti ha portato a ingigantire la presenza di migranti provenienti dall’Africa—nonostante siano una percentuale decisamente minoritaria tra gli stranieri in Italia—portando quasi automaticamente all’associazione tra immigrazione e colore della pelle. Se pensiamo al modo morboso con cui la propaganda di destra caratterizza l’immigrato africano e alla diffusione di teorie del complotto come quella del “piano Kalergi,” emerge chiaramente un sottotesto razzista, che ha molto a che fare anche con la storia coloniale del nostro paese, mai adeguatamente problematizzata e superata.

È importante notare che l’ostilità nei confronti dei migranti non è necessariamente legata all’intensificarsi dei flussi: un sondaggio del 1990, citato nel libro, testimonia che già allora il 51 percento dei cittadini si dichiarava contrario all’immigrazione—nonostante i numeri decisamente marginali dell’epoca. Quella che oggi sembra un’escalation di razzismo e xenofobia non va vista, quindi, solo sullo sfondo della cosiddetta “emergenza rifugiati,” come se ne fosse semplicemente una conseguenza.

Al contrario, “bisogna prendere in considerazione una convergenza di elementi, legati alla strumentalizzazione da parte di alcune forze politiche, ma anche alle congiunture economiche. Anche il dato degli ultimi anni è molto interessante: si parla di immigrazione come tema preponderante proprio negli anni in cui i flussi concretamente si stabilizzano e diminuiscono, ma sono gli anni della crisi del welfare e del calo della spesa sociale.”

LE RESPONSABILITÀ DELLA POLITICA

Se ci troviamo in questa situazione, una responsabilità significativa va attribuita al modo in cui i governi italiani, nel corso dei decenni, hanno deciso di affrontare o non affrontare i fenomeni migratori. Un atteggiamento che si potrebbe riassumere con due parole: ritardo ed emergenza. Le migrazioni in Italia sono state fatte oggetto di interventi legislativi specifici soltanto a partire dalla metà degli anni Ottanta—mentre la prima vera e propria legge sull’immigrazione è la legge Martelli del 1990—poco prima che esplodesse la prima “crisi” destinata a mettere in luce tutta l’inadeguatezza della gestione emergenziale, con problematiche che si ripetono esattamente uguali ancora oggi.

Dalla legge Turco-Napolitano del 1998 al “decreto sicurezza” approvato dal Parlamento poche settimane fa, “sia il centrosinistra sia il centrodestra,” spiega Colucci, “hanno puntato molto sul governo degli ingressi e delle espulsioni: una visione della politica un po’ come un rubinetto che si deve aprire e chiudere a seconda delle esigenze. Invece hanno marginalizzato e messo in secondo piano tutto quello che c’è dopo l’ingresso—integrazione, diritti sociali, dinamiche di inclusione.”

A differenza di un paese come la Germania, che sin dagli anni Cinquanta ha puntato sul reclutamento attivo di forza lavoro dall’estero, l’Italia si è conformata al cosiddetto “modello mediterraneo,” gestendo l’inserimento degli immigrati attraverso una serie di “sanatorie,” che dal 1986 al 2002 hanno accompagnato tutti i nuovi provvedimenti in materia. Lo strumento delle sanatorie è forse la prova più lampante dell’inadeguatezza del sistema: superata dalla realtà dei movimenti migratori, la politica si trova costretta a riconoscere come un dato di fatto la presenza dei lavoratori stranieri, regolarizzandoli ex post. Significativamente, la più grande sanatoria—che ha regolarizzato la posizione di più di 600 mila persone—è stata fatta da un governo Berlusconi, nel 2002.

Parallelamente, il sistema dei flussi pianificati annualmente per decreto non è mai decollato, e ha finito per esaurirsi definitivamente nel 2012. Questa chiusura dei canali legali di immigrazione è cruciale per capire l’attuale “emergenza,” perché ha reso la domanda di protezione internazionale quasi l’unico modo per entrare legalmente in Italia (e quindi, per molti, in Europa).

Ma perché si è rinunciato a governare legalmente i flussi migratori? “Nessun governo si è assunto la responsabilità di mettere nero su bianco che esisteva comunque la necessità per l’Italia di organizzare un reclutamento di lavoratori e lavoratrici stranieri, per paura di ripercussioni a livello di consenso elettorale.”

UN NUOVO FRONTE ANTIRAZZISTA

Dopo l’omicidio di Soumaila Sacko quest’estate, qualcuno ha ricordato la morte di un altro bracciante delle campagne, Jerry Masslo, ucciso nel 1989 in circostanze simili. Allora ci furono grandi mobilitazioni antirazziste, che ebbero un impatto rilevante anche sulla politica nazionale. Le mobilitazioni degli ultimi mesi non sembrano preludere a un movimento antirazzista altrettanto forte e radicato nella società civile.

Parallelamente, però, si assiste sempre più di frequente a fenomeni di lotta e mobilitazione che nascono dagli immigrati stessi, e che quindi non permettono più di parlare strettamente di “antirazzismo.” “Contrariamente a quello che vorrebbe la vulgata sovranista,” spiega Colucci, “gli immigrati stranieri lottano molto per i propri diritti. E spesso non si pongono come stranieri, ma come lavoratori di un dato settore, per esempio delle campagne o della logistica, dove i lavoratori stranieri sono stati in prima linea negli ultimi anni e hanno ottenuto tanti successi in termini di contratti e vertenze.” Successi che vanno a vantaggio di tutti i lavoratori del settore, a prescindere dalla nazionalità.

Un altro esempio su cui Colucci concentra l’attenzione nel proprio libro è quello della rete G2, nata nel 2005 per dare voce alle cosiddette “seconde generazioni” e impegnata a promuovere una riforma della legge sulla cittadinanza. “Al di là del risultato specifico—la riforma non è stata approvata—è grazie a loro, un gruppo di ragazzi molto giovani, se il tema è stato all’ordine del giorno per ben tre legislature.”

“Lo stesso vale per l’omicidio di Abba a Milano nel 2008,” ricorda Colucci. “Il giorno dopo ci fu una grande manifestazione, con la partecipazione di moltissimi immigrati di seconda generazione, ed era evidente questo spirito nuovo, questa volontà di riprendersi qualcosa. È da questo tipo di iniziative che oggi si può provare a immaginare un orizzonte differente.”

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