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Lil Yachty e la fine dei generi musicali

Teenage Emotions di Lil Yachty è trap, è pop, è rock, è pop punk, è lounge, è tutto: e se la smettessimo di cercare di definire gli artisti in base al "genere che fanno"?

di Elia Alovisi
19 giugno 2017, 11:37am

Una delle cose di cui sono sempre più convinto, mentre continuo ad ascoltare il più possibile ciò che succede nel fantastico mondo della musica, è che ragionare per generi significa imporsi un limite. Un anno fa si parlava, in questo senso, del concetto di "ibridazione": "[...] più o meno tutti, qua dentro, abbiamo giovato dei frutti del processo di atemporalizzazione e ibridazione di una qualche materia di partenza, con elementi in apparenza discordanti da essa. Frutti che sì e no hanno stabilito nuovi parametri e fornito nuove unità di misura del godibile, e [...] hanno delineato un nuovo piano di azione che supera la definizione consona di "genere musicale". In altre parole: le macro-regole grazie a cui parliamo di musica, imposte in noi dall'abitudine, hanno cominciato a crollare con il progressivo espandersi della materia sonora alla base del discorso.

Insomma, non possiamo più dire "elettronica," "rock," "indie," "rap," "metal," "pop," "cantautorato" senza incappare in uno dei seguenti due scenari. 1) Ciò di cui stiamo parlando risulta vago, oppure 2) Dobbiamo ricorrere a un'eccessiva categorizzazione. Nel primo caso, non diamo abbastanza informazioni all'interlocutore per far capire di cosa stiamo parlando; nel secondo, ne diamo troppe rischiando di incappare in intoppi comunicativi dati dalle nostre possibili diverse idee del significato di determinati concetti—se chiedete prima a Gucci Mane e poi a Elisa di spiegarvi che cos'è la trap otterrete risposte molto diverse.

D'altro canto, usare i generi e i sottogeneri è un'abitudine troppo radicata in noi per poter scomparire dall'oggi al domani, e a volte tra interlocutori i significati coincidono senza troppi problemi. Credo, tuttavia, che una musica ormai così varia da non poter essere spiegata o raccontata in modo verticale e lineare—partendo dalla preistoria, passando per l'antichità, il medioevo, il barocco, il rinascimento e così via fino a Fabio Rovazzi—sia quanto di più bello e stimolante l'evoluzione poteva metterci di fronte. E lo è perché potenzialmente stimola un ascolto più aperto, libero e vario. Certo ha i suoi difetti: la difficoltà di una storicizzazione, la tendenza a gridare alla next big thing, una fruizione che rischia di essere superficiale, quello che volete. Ma porta anche alla nascita di nuovi stimoli e suggestioni, crea movimenti, ispira generazioni, dà una forma e un suono alla contemporaneità.

Che c'entra Lil Yachty con tutto questo?

Lil Yachty è uno dei personaggi che più rappresenta questo enorme cambiamento. Lo chiamiamo tutti "rapper" nonostante lui abbia cercato di fare tutto il possibile per non essere definito tale. Ha detto ad i-D di essere "un brand, non un rapper." Parlando con Ebro, storico DJ della stazione radio hip-hop americana Hot 97, ha dichiarato: "Direi che sono un artista. In fondo—sono qua, e basta. Non sono una rock star. Se vieni a un mio concerto puoi pensare che sia un rock star, ma non è ciò che voglio." In un'intervista a Billboard, ha confessato di non sapere neanche cinque pezzi di Tupac o Biggie, spingendo Anderson .Paak a scrivere un tweet indignato.

Abbiamo cominciato a parlare di Yachty come un rapper perché sono numerosi i punti di contatto tra ciò che fa e la concezione generale di "rap": è un ragazzo afro-americano di Atlanta che canta con l'autotune usando parole più o meno appartenenti al classico vocabolario hip-hop su produzioni elettroniche un po' stucchevoli, ma inseribili nel canone del genere. A un certo punto, l'invenzione della definizione "bubblegum trap" da parte del suo produttore Perry ha infilato il proverbiale chiodo nella bara della profondità di interpretazione del prodotto-Yachty: tutti, giornalisti in primo luogo, avevano un modo per definire in modo semplice e chiaro ciò che faceva. Trap, ma dolciastra e infantile e gioiosa e un po' stramba: bubblegum trap! Possiamo però davvero inventare un nuovo sottogenere ogni volta che qualche artista arriva a tirare i fili del tessuto di un genere musicale e si infila tra le sue maglie per allargarlo un pochetto e renderlo un posto più vasto e accogliente? No, perché non è un modello sostenibile sul lungo periodo—quanti generi potremo inventarci per descrivere opere fuori dai generi prima di togliere qualsiasi significato al nostro gesto?

"Minnesota" di Lil Yachty, nella sua versione con contributi di Quavo e Skippa da Flippa.

L'album di debutto di Lil Yachty si intitola Teenage Emotions e marca un netto cambiamento sonoro rispetto ai suoi tre mixtape— Summer Songs, Lil Boat e Summer Songs II. Finora Yachty, Perry e i loro collaboratori si erano limitati a fare qualcosa che assomigliasse abbastanza al rap da poterlo comunque usare come termine di definizione: per quanto "Minnesota" e "1Night" non si basino sul tecnicismi hip-hop, hanno comunque abbastanza elementi propri del genere da poter essere definiti pezzi rap. Su questo suo primo LP, Yachty ha invece deciso di mettere qualsiasi cosa gli piacesse senza farsi troppe paranoie di coerenza stilistica—perfettamente in linea con le modalità d'ascolto e fruizione musicale della sua generazione.

In un pezzo pubblicato su The Outline, Jeff Ihaza ha parlato di come la playlist stia sostituendo l'album nelle nostre gerarchie d'ascolto, in quanto rappresentazione della poliedricità degli ascolti del suo curatore: "La playlist, che esiste su [piattaforme come Spotify, Apple Music e Tidal] come una serie di pezzi musicali curata, in esclusiva, da un artista popolare, si è evoluta dai vecchi tempi in cui era solo una serie di tracce, aggregate rozzamente, appartenenti a un genere specifico o a un amorfo 'stato d'animo'." Una delle mie preferite è quella che Four Tet sta tenendo in piedi da qualche mese sul suo account Spotify ufficiale, una porta spalancata sui suoi ascolti, e quindi sugli elementi che vanno a costruire il suo suono—uno spazio in cui D'Angelo convive con Lorenzo Senni, Jaco Pastorius si scambia suggestioni con Mura Masa e A$AP Rocky, Young Thug dà cinque alti a Fela Kuti.

Gli ascolti di Yachty sono molto più popolari di quelli di Kieran Hebden: ogni volta che gli viene chiesto quali siano le sue influenze tira in mezzo Chris Martin e i Coldplay, Lil B, Soulja Boy, i Daft Punk e i Fall Out Boy. In altre parole, ascolti che qualsiasi teenager americano nato negli anni Novanta può condividere con i suoi pari, dal pop da classifica al primissimo meme rap, dai classiconi dell'electro al pop punk sporcato d'emo di fine anni Duemila. Come si esplicita, tutto questo, in Teenage Emotions? In un approccio playlist-iano come quello suggerito da Ihaza, e quindi nella presenza di canzoni totalmente fuori da ogni categorizzazione, prodotte da musicisti che Yachty ha piegato ad adottare una visione comunitaria e inclusiva del prodotto musicale.

"All Around Me": Yachty, YG e Kamaiyah col ciuffo e l'eyeliner

"All Around Me" è una collaborazione con due pezzi grossi dell'hip-hop di Los Angeles, YG e Kamaiyah. Entrambi sono noti per fare cose piuttosto tradizionali, tra gangsta rap e g-funk. Yachty li mette in un pezzo che pare uscito da un bianchissimo college americano di dieci anni fa, una versione rap non stronza dell'innocuo teenage pop con le chitarre di band come Cute Is What We Aim For, Forever the Sickest Kids, The Maine—tutti prodotti secondari dell'enorme successo di band come Fall Out Boy e Panic! At the Disco. Ed è un pezzo prodotto da Lex Luger, uno dei fondatori del collettivo 808 Mafia assieme a Southside—cioè una delle persone che potete ringraziare se oggi siamo qua a parlare di trap.

A tracciare una linea di collegamento tra la trap e quel mondo ci sono due qualità. La prima è l'uso della melodia come strumento emotivo: Yachty canta "I keep bad bitches all around me / I got good drank, so my niggas and these bitches can be straight" come Pete Wentz sparava i suoi "One night and one more time / Thanks for the memories even though they weren't so great." Il secondo è quel misto tra edonismo ed egoismo che i frontmen dell'epoca incarnavano, quell'approccio alla "io sono bello e figo e tu sei stronzo/a e ora e vuoi buttarmi giù ma col cazzo che te lo lascio fare, e te lo dico ma un po' così, con una strizzatina d'occhio." Yachty canta di come la gente "provi a buttarlo giù," ma a lui "non frega niente" finché potrà "dare da mangiare ai suoi amici." E l'immaginario pop punk è pieno di tipe stronze che ti mollano e tu che le fai le linguacce e torni dai tuoi amici che ti vogliono bene e sempre te ne vorranno—è più o meno lo stesso ragionamento, solo con una diversa frequenza d'uso del termine "bitch."

"Bring It Back": Yachty suona (male) il rock

"Bring It Back" è uno dei pezzi più brutti di Teenage Emotions: è un pastrocchio di rockettino patinato qualsiasi, quasi alla Killers, con sopra la voce nasale di Yachty a suonare più maldestra e fuori contesto che mai, a snocciolare suppliche profonde come la pianura padana a una generica tipa che l'ha fatto stare bene: "So che ora sei felice, ma eri più felice con me". Insomma, una versione molto peggio riuscita dell'esperimento retrò dell'austriaco Yung Hurn, "Diamant" della Love Hotel Band—basta ascoltare entrambi i pezzi per rendersi conto di come il punto di partenza dei pezzi sia lo stesso, sia a livello sonoro che tematico, e di quanto la versione di Yachty sia pacchiana rispetto a quella del suo collega europeo.

Nonostante questo, "Bring It Back" è interessante per il modo in cui è contenuta all'interno del progetto Teenage Emotions. Ogni tanto, i rapper decidono che vogliono e/o sanno suonare la chitarra, e i risultati sono al 99% terrificanti: Lil Wayne che shredda, Kid Cudi che fa un album che suona come una versione loffia e amatoriale di una generica band grunge dello scorso millennio, Fedez che tira giù power chord come solo la migliore cover band di liceali con "Basket Case" e "Pretty Fly (for a White Guy)" nel repertorio. Yachty, nonostante suoni a mio avviso comunque maldestro, è riuscito a integrare un pezzo come "Bring It Back" nel suo poliedrico continuum sonoro. Per la prima volta, forse, non siamo di fronte a un rapper che decide di voler fare rock; stiamo ascoltando un tizio a cui piacciono sia il rap che il rock a cui viene meglio il primo ma che prova a fare anche il secondo. Questo causa un leggero spostamento in positivo sullo spettro della sfiga—non che Yachty sarà mai il nuovo Julian Casablancas, ma già il fatto che "Bring It Back" abbia senso di esistere lo rende un pezzo notevole.

"Better": Yachty e Stefflon Don fanno il pop da spiaggia

"Better" è un pezzo quasi reggae nell'incedere, iper-ottimista: forse il momento di maggior spensieratezza della carriera di Yachty, che ha fatto della positività una bandiera a tal punto da chiamare un pezzo "We Did It (Positivity Song)". È la versione pop, semi-tropicale, simil-vaporwave di quello che un post-adolescente americano senza un'idea precisa di cosa significhi "reggae" può usare come base per i suoi vocalizzi al dolcificante—ma suona comunque molto più efficace e genuina, lasciando stare per un attimo il discorso sull'appropriazione culturale, di un prodotto come "Chained to the Rhythm" di Katy Perry, che isola l'intervento di Skip Marley a un piccolo verso e qualche leggera suggestione sonora.

La musica di "Better" è a cura degli Stereotypes, quartetto di produttori affiliato a tamarrate come Far East Movement e Iggy Azalea, collaboratori di lunga data di Bruno Mars e con qualche lavoro per Justin Bieber nel curriculum. È un pezzo tutto ballonzolante e rilassato, come può esserlo una "I'm the One" di DJ Khaled, ma molto più cheto, tropicale, sognatore e adorabilmente imbranato: " Dici che va tutto bene / Ma potrebbe andare meglio / Potrebbe sempre essere meglio di com'è / Tutto, nella vita, potrebbe sempre essere meglio di com'è / Non accontentarti di niente di meno, perché allora ti perdi qualcosa di più / Nella vita non tutto è sempre piacere / Lavori per trovare un tesoro, per poter vivere ancora di più." Generici proclami di auto-affermazione propri del rap, ma esposti in un linguaggio così semplice e un'interpretazione così sentita da acquistare una certa potenza evocativa. Una modalità che mi ricorda, facendo un parallelo con l'Italia, quella di Laioung. Solo, con sotto una produzione pop da classifica calibrata in modo tale da non stonare se affiancata a quelle di chi è abituato a creare pezzi per gli strip club di una metropoli americana.

"Made of Glass": Yachty si rattrista su una cosa che sembra lounge music, ambient, downtempo

La prima cosa che mi è venuta in mente ascoltando "Made of Glass" è "Superstar" dei Gentle People, un gruppo stradimenticato di metà anni Novanta che faceva elettronica tutta cyber-patinata e pacchiana, inizialmente sotto contratto con la Rephlex di Aphex Twin e poi scoppiato nel nulla dopo qualche album—d'altro canto, la loro estetica più simile agli Aqua che agli Autechre non ha certo aiutato la loro sopravvivenza. Ad ogni modo: ho scoperto "Superstar" grazie a DJ Koze, che l'ha inserita nel suo mix per la serie DJ-Kicks. È un breve momento di nostalgia, senza percussioni e cantato col vocoder, portato avanti da un arpeggio di fintissimi synth che imitano uno strumento a corda. Credo sia uno dei pezzi più emozionanti, dolceamari, evocativi ed efficaci che ho mai sentito.

"Made of Glass" è prodotta da R!O (collaboratore di Rick Ross e Meek Mill) e Jean Baptiste Kouame aka Free School (nel suo curriculum: Madonna, Nicki Minaj, The Black Eyed Peas, Rihanna). Come "Superstar," la sua colonna vertebrale è un giro di synth che sembra provenire da un passato prossimo tutto glitter e fruscii. Il testo è, allo stesso modo, una presammale suggestiva: Yachty lamenta l'assenza di attenzioni da parte della ragazza di cui è innamorato e si chiede se è "fatto di vetro," se lei "lo vede," e se ne esce con dichiarazioni didascaliche strappacuore tipo "Il tempo che abbiamo passato assieme / È stato il miglior tempo che abbiamo passato assieme." Non ci sono, anche qua, percussioni: solo uno strato sonoro e una voce modificata e lamentosa ad alludere a una relazione passata.

Conclusioni simil-filosofiche: Musica come rizoma

Il rizoma è una parte sotterranea propria di alcune piante, una sorta di radice che cresce in orizzontale sotto il terriccio e da cui spuntano nuovi boccioli e sotto-radici. Verso la fine degli anni Settanta, il filosofo francese Gilles Deleuze e lo psicanalista Félix Guattari lo usarono come simbolo della loro visione filosofica del mondo: il rizoma è un'anti-struttura, opposta alla verticalità della cultura tradizionale. I due descrissero alcuni principi generali per descrivere le sue qualità identificative, ed è un divertente esercizio mentale rendersi conto di come i suddetti possano essere applicati alla concezione disordinata e interconnessa di musica di cui abbiamo parlato finora. Specifico che non è la prima volta che il termine viene associato alla produzione musicale—vedi Simon Reynolds sull'etichetta Mille Plateaux.

Per Deleuze e Guattari, il rizoma è governato da connessione ed eterogeneità: e non c'è niente di più facile, all'interno del calderone musicale contemporaneo, trovare artisti che ripudiano l'omogeneità per stabilire i collegamenti più vari all'interno del loro output creativo. Il rizoma è caratterizzato dalla molteplicità: e non è raro trovare artisti che non considerano più le loro canzoni e i loro dischi o mixtape come punti fermi, ma come linee in divenire, continua aggiunta o rimozione di elementi senza un approccio ordinato. Il rizoma può essere spezzato in qualsiasi punto senza perdere le proprie qualità: prendere la trap e "romperla", nel caso di Yachty, non significa negarla ma inserirla in un sistema in stato di flusso. Il rizoma è antidualista: non è in opposizione a una gerarchia istituita, ma è l'esplicitazione di qualsiasi possibilità di espressione di un determinato sistema—e quando sentiamo musica come quella di Yachty, quindi, non c'è necessità di parlare di "vero" e "falso" rap, di "nuova" e "vecchia" scuola. Si tratta solo di musica, arte, espressione disordinata; e per questo stimolante e vitale.

Certo, prima che la musica si spogli completamente dall'uso dei generi e diventi un vero rizoma dovremo diventare delle sorte di super-uomini capaci di piegare le categorie mentali con cui abbiamo sempre ragionato verso forme più liquide, e Teenage Emotions è lungi dall'essere un prodotto interamente ibrido. Ma è un buon esempio delle strade che la storia della musica sta cominciando a tracciare—sentieri eterni e serpeggianti, interconnessi e caotici, in cui è impossibile un punto d'arrivo e unica necessità è l'esplorazione.

Elia si fa un sacco di viaggi mentali anche su Twitter.

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