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"Rolls Royce" di Achille Lauro è la nuova "Vita Spericolata"?

Si sta parlando del brano di Achille Lauro come di una versione del classico di Vasco Rossi per i nostri tempi, ma forse stiamo esagerando.

di Patrizio Ruviglioni
07 febbraio 2019, 1:32pm

Foto: Screenshot via YouTube

Quando a dicembre è uscito il listone dei partecipanti a Sanremo 2019 la prima cosa che saltava all'occhio era la quantità di artisti relativamente giovani che sarebbero saliti sul palco dell'Ariston. C'erano eroi del vecchio indie italiano come Motta, Ex-Otago e Zen Circus, giovani popstar come Ultimo e Irama, rapper-cantanti come Ghemon e Mahmood. E poi c'era Achille Lauro.

Dopo queste prime due serate ho la certezza che l'unico artista in grado di causare una reazione viscerale nel pubblico, o almeno in una sua parte, era proprio lui. La cosa divertente è che ci è riuscito nonostante si sia presentato in una versione molto più pacata e ingessata rispetto a quanto ci ha abituato lungo il corso della sua carriera, sia nell'immagine che nell'immaginario.

"Rolls Royce", la canzone in gara, non è un pezzo spiazzante. È un brano abbastanza lontano dalle più audaci previsioni che si era meritato, e che anche per questo divide. Per Rolling Stone, ad esempio, è l'ennesimo capitolo della "farsa" del rap (o del rock) che va a Sanremo, secondo quella regola per cui gli artisti più sopra le righe si presentano all'Ariston con le migliori intenzioni, ma poi finiscono - puntualmente - risucchiati dall'austerità dell'ambiente circostante, inscenando una versione di sé "normalizzata", più debole di quanto sarebbe legittimo aspettarsi.

Questo è vero: sarebbe stato bello se all'Ariston fosse andato un nuovo episodio di quella che Lauro ha chiamato samba-trap. Invece la scelta di Lauro, Boss Doms, Frenetik e Orang3 è ricaduta su un pezzo rock tradizionale, con poco autotune (tra l'altro impostato con la tonalità sbagliata durante la seconda esibizione) e tante chitarre elettriche. Se il lavoro alla fine è comunque riuscito nel suo intento di sorprendere il pubblico probabilmente il merito sta in due fatti. Uno è l'assoluta distanza originale fra Sanremo e artista, grazie alla quale anche un ravvicinamento del genere non è stato doloroso. L'altro è il parallelo con "Vita spericolata" di Vasco Rossi.

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Vasco Rossi canta "Vita Spericolata" a Sanremo 1983, clicca sull'immagine per guardare il video dell'esibizione su YouTube.

"Voglio una vita spericolata" Lauro lo scrisse su Facebook a luglio 2016. "Rolls Royce" è la realizzazione in musica di quel pensiero e di quella citazione: nel brano ci muoviamo fra citazioni nel riff di "1979" degli Smashing Pumpkins e del testo di Vasco ("Rolls Royce, voglio una vita così", "Non è follia ma vivere" e altri passaggi che già sappiamo tutti). I media, dal Corriere ad Avvenire , non si sono lasciati scappare un gancio così facile: in fondo il riferimento a quel brano storico è esplicito, quasi se ne volesse suggerire una versione aggiornata. E allora vale la pena chiedersi: siamo veramente di fronte alla "nostra" Vita spericolata?

Una prossimità concettuale fra i due c'è: nello spirito con cui sono saliti sul palco, nella tipologia di storie che raccontano e nel sogno che dicono di avere. Nel 1983 Vasco incarnava una realtà fino ad allora sottratta all'attenzione dell'Ariston: lo sguardo perso, l'atteggiamento da reietto appena uscito da Amore Tossico, il desiderio di una vita "come Steve McQueen". Era uno spaccato degli Ottanta portato avanti dai tempi di "Siamo solo noi" e "Fegato, fegato spappolato", e che in quel momento l'ancora-rocker modenese aveva deciso di sbattere in faccia alle televisioni con orgoglio.

Lauro, non so dire quanto consapevolmente, fa qualcosa di simile. Disegna il sogno di una vita "da rockstar" aggiornato al 2019 e lo firma con l'edonismo di cui il suo personaggio è proiezione e quasi paladino. "Rolls Royce", insomma, racconta il mondo di Achille, la trap nell'epoca della diffidenza e dell'ignoranza. Ne ripercorre per molti versi l'estetica del riscatto e dell'ostentazione e si lascia andare anche a un po' di iconoclastia à la Vasco ("non è amore, è un sexy shop"). Non si tratta di un pezzo trap, e neanche di alt-rock, ma di un’alternativa molto più morbida e “sanremabile”.

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Screenshot dal video ufficiale di "Rolls Royce" di Achille Lauro, cliccaci sopra per guardarlo su YouTube.

Al di là di questi compromessi il punto è che c'è affinità fra i due pezzi, ma anche una serie di scostamenti. Se Vasco parlava di un'idea di vita, Lauro fa una lista di vite già vissute. Cita miti, nomi, luoghi comuni sul rock da enciclopedia e fa perno quasi per intero su immagini del passato. Ci sono Elvis, Amy Winehouse, i Doors: riferimenti cristallizzati che siamo costretti a viverci di riflesso. Anche il video, impostato e quasi irreale nella sua coreografia vintage, esprime un'idea di stasi.

Come il Blasco, Achille sembra orgoglioso del suo racconto, ma al tempo stesso è figlio di un altro mondo. Mentre il modenese reclamava spazio per i "suoi", il piglio di "Rolls Royce" è malinconico, più vago e debole, dismesso, persino disilluso e nostalgico di un'epoca che non c'è più, mai vissuta. È più individualista che generazionale. Le chitarre che vanno piano, gli ammiccamenti vintage, i ritmi forsennati di Pour l'amor che si spengono: sembra quasi una richiesta di tregua dagli eccessi, più che un desiderio.

Insomma, "Rolls Royce" può essere la nostra "Vita spericolata", ma solo se ci impegniamo a riconoscere il gioco di richiami organizzato da Lauro e dal suo team di produttori e a costruirci sopra un ragionamento sui tempi che cambiano, sulle discrepanze tra il sogno degli anni Ottanta e la disillusione degli anni che stiamo vivendo. Ad ogni modo, nelle classifiche parziali del Festival Achille Lauro non ha molto brillato; Vasco arrivò penultimo. Si sa mai che a festival finito ci scappi un paragone più concreto tra i due.

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