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Cultura

Scopate dietro le sbarre

Mai perdere la speranza: anche in un carcere di massima sicurezza, scopare è possibile.
30.3.12

Mentre mi trovavo nella prigione della Contea di Washington di Hillsboro, in Oregon, la demenza presenile di mio padre costrinse i miei genitori a tornare in Scozia. Era il 1983, e io non ero emotivamente pronto ad affrontare il fatto che il mio vecchio stesse lentamente morendo. Caddi nella spirale dell'eroina, alimentata da una discreta dipendenza dalla cocaina, per tentare di fuggire dal dolore. Nel giorno in cui mi dissero che era morto, un'auto della polizia di Portland appartenente a un poliziotto di nome Scotty accostò lungo il marciapiede su cui mi trovavo. L'agente aprì la portiera dall'interno e mi disse "Sali!" Mi accomodai a bordo mentre lui si assicurava del mio stato, parlandomi come un fratello maggiore con un bel po' di armi e un buffo copricapo in dotazione. Le mie origini scozzesi mi spingevano ad associare Scotty, con quei capelli rosso chiaro, al bidello dei Simpson.  Voleva convincermi a entrare in riabilitazione, ma non ero disposto a rinunciare ai miei anestetici, così fuggii nel bel mezzo della notte, in pigiama—assaltando il vicino supermercato per una scatola di Marlboro. Feci l'autostop verso Portland, sull'interstatale, e piazzai il mio bottino. Andò proprio come nella canzoncina: "Fuori alle otto, alla mezza la dose, alle sei il poliziotto, per le dieci in prigione."

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In carcere conobbi un piccoletto portoricano di nome Fernando, conosciuto come "El Gato".  Era davvero piccolo, ma aveva un cuore enorme. Quando lo incontrai per la prima volta, al mio ingresso nel gruppo dei detenuti fiduciari, mi disse "Ehi Vairo [bianco], questa è casa mia [intendendo la prigione]. Vedi di non dimenticartelo, ok?"

El Gato e io diventammo grandi amici, e il suo avvertimento iniziale si trasformò ben presto in "Mi casa es tu casa." All'epoca del mio trasferimento (finii in custodia federale perché un ufficiale dell'FBI mi credeva implicato nel crimine organizzato), per El Gato ero ormai il "Pinchey Maniaco", che credo volesse dire qualcosa come "fottuto maniaco". Quel giorno i suoi occhi versarono calde e grosse lacrime. Sapevamo che non ci saremmo mai più visti.

In prigione, lo status di detenuto fiduciario è molto ambito. Lavori, ammazzi il tempo, tieni occupati mente e corpo, ottieni un minimo spazio di libertà e, se vieni assegnato alla cucina, hai accesso all'area fumatori, a pochi metri dalla strada. Il rancio è ottimo: omelette ogni mattina, bacon, generose porzioni di sciroppo d'acero sui pancake, prodotti freschi, un po' di soldi e, ultima ma non meno importante, FIGA!

La sezione femminile della prigione della Contea di Washington è circondata da un percorso a U. Le celle da quattro persone hanno i letti su un lato, e sono separate dal camminatoio per mezzo di sbarre disposte a grata. Capovolgendo un secchio per le pulizie sul pavimento del camminatoio e facendo sistemare la donna con le gambe aggrappate alle sbarre, il suo sedere si trova esattamente all'altezza della vita dell'uomo in piedi sul secchio, permettendo ai due di fare sesso attraverso la grata.

Testai questo metodo dopo che una donna aveva iniziato a lasciarmi bigliettini. Me li aveva fatti notare dalla sua cella, mentre andavo avanti e indietro per il camminatoio con secchio e spazzolone. Scriveva della sua attrazione per me e il mio accento scozzese, dei motivi per cui era finita dentro e per quanto a lungo sarebbe rimasta, e prima che me ne accorgessi ci concedevamo un po' d'amore tre volte al giorno. Del resto, era compito di ogni bravo detenuto fiduciario pulire i corridoi dopo ogni pasto.

Non c'è bisogno di dire che se il tenente Ross avesse prestato un po' più di attenzione ai detenuti, sarebbe rimasto stupito dal fatto che fossi solito pulire senza usare acqua o disinfettanti. Allo stesso modo, se lui o altri avessero oltrepassato la porta di accesso al camminatoio nell'orario di pulizia, si sarebbero trovati davanti una scena decisamente insolita. Un uomo, io, in un completo arancione, in piedi su un secchio, col sedere che faceva avanti e indietro come il gomito di un violinista, e dall'altra parte una donna, col suo fantastico culo che sbatteva contro la cella e i piedi in alto verso le mie spalle. L'espressione concentrata sul mio volto sarebbe stata l'immagine del trionfo sul potere costituito.

Andy Dufresne non è mai arrivato a nulla del genere, ma la morale delle nostre storie è una sola: Non perdere mai la speranza, anche quando sei in un carcere di massima sicurezza. Dio è buono, dopotutto.