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Demented parla da solo

Sulle tracce del poeta della Casilina, il messia delle periferie romane

Per anni un uomo misterioso ha tappezzato tutta Roma di deliri mistico-esistenziali e messaggi contro "puttane, negri e froci." Ne abbiamo parlato con Pierluca Zanda, autore di un documentario sul tema.
09 giugno 2015, 8:55am

L'autore dell'articolo accanto a una delle scritte.

Prima che i vari social portassero a galla il problema degli "intolleranti silenziosi," cioè quelli che con una tastiera ne dicono di tutti i colori ma dal vivo tacciono per non prendere gli schiaffi, c'erano state a Roma varie situazioni in cui questo gruppo aveva azzardato l'outing, sempre nascosto dietro il paravento della "sicurezza."

Vero è che questa situazione a volte nasconde altre bizzarrie: lo scorso marzo a Torpignattara, durante l'open air Film (una manifestazione promossa dal comune a seguito di un workshop di fotografia con le varie realtà etniche del quartiere) un fantomatico vandalo aveva scritto sui pannelli esposti un bel "BANGLADESCH VIA DA ROMA", aggiungendoci un paio di svastiche disegnate male.

Subito erano insorti tutti, scomodando Salvini, Casapound e l'intero circo, ma la scritta non mi aveva convinto molto. Nell'evidenza del suo essere sgrammaticata e di fronte al goffo tentativo di fare una svastica DRITTA (o almeno con le punte nel verso giusto) pareva che tutto fosse tranne che il prodotto di una persona dotata di raziocinio. Più che altro mi faceva venire in mente le scritte allucinanti di un personaggio che un tempo, armato di spray e pennarello nero, tappezzava tutta Roma di messaggi contro trans, neri e omosessuali, ma anche di deliri mistico-esistenziali.

I più informati lo chiamano il poeta di Torbella (da Tor Bella Monaca, il suo luogo di origine) o il poeta della Casilina, dedicandogli anche pagine ironiche su Facebook. Gli altri lo archiviano come uno scoppiato e basta, forse un barbone, e per questo non ci fanno più caso.

Era lui? Era tornato dopo un lungo silenzio a scuotere le coscienze? E perché viene definito "poeta"? Ho provato a capirci qualcosa contattando un esperto in materia, Pierluca Zanda, che nel 2008 ha girato, insieme ai ragazzi del collettivo Sé Bestiale, un documentario su questa figura, intitolato Io non sono un albero e nemmanco una scala. Il titolo è una citazione del poeta, ritratto come novello Caronte del subconscio rimosso dell'Urbe.

Insieme a Pierluca mi sono messo dunque in viaggio alla volta di Tor Bella Monaca e Torre Angela, per esaminare le scritte e i luoghi del "poeta" e capire se parliamo della stessa persona che ha distrutto l'armonia di Torpignattara. È stata un'esperienza impressionante: chilometri di guardrail scritti in modo delirante, senza una pausa, e altre scritte sparse praticamente ovunque. Un'impresa che sfiora l'art brut, più che una semplice raccolta di invettive. Quando ci siamo fermati a chiacchierare in un surreale ristorante di pesce stile "Lido azzurro" proprio al centro di un ecomostro tipico della zona, sono venuti fuori particolari e intuizioni interessanti.

VICE: Come ti sei interessato delle vicende del poeta e alla sua arte?
Pierluca Zanda: Allora, se non ricordo male è iniziato tutto nel 2005 o nel 2006, in una primavera rovente. Stavo accompagnando un amico nel suo giro pomeridiano di consegna dei giornali. Le ultime zone di lavoro erano appunto Tor Bella Monaca e Torre Angela. Ero già stato diverse volte in giro per quelle strade, ma come puoi immaginare ci ero passato in modo distratto e a orari improbabili: per cui facevo quello che dovevo e prima me ne andavo meglio era.

Invece quel pomeriggio eravamo arrivati lì e percorrendo viale Duilio Cambellotti avevamo notato queste enormi scritte blu che si ripetevano con continuità su praticamente ogni superficie possibile. In particolare ci aveva colpito un gigantesco "FINE DEL MONDO" che copriva degli orrendi graffiti inneggianti a Dio e alla patria proprio all'ingresso del quartiere, arrivando dalla Casilina. Capirai, per noi era un segno dell'apocalisse imminente, con dietro queste gigantesche torri in cemento a guardia del nulla.

Quindi è stato un incontro casuale, non c'era un interesse pregresso per il fenomeno.
Non ci si "interessa" all'arte grafologica del poeta—si subisce una sorta di iniziazione al suo tratto. Dal momento in cui ti focalizzi su una, due o al massimo tre scritte, il gioco è fatto—cominci a riconoscerle e scovarle ovunque. Sui piloni delle sopraelevate, sui cassonetti, su ogni guardrail, sui pali della luce.

In quel periodo frequentavo una (inutile) accademia di regia cinematografica che imponeva agli iscritti di realizzare come saggio di fine anno un documentario su Roma da proiettare in diversi festival. La scelta era stata semplice ed immediata. Era giunto il momento di portare all'attenzione dei più quello strano fenomeno che si stava rapidamente espandendo come veleno fra le arterie della Capitale.

In linea di massima il poeta se la prende con soggetti "pittoreschi" invocando la fine del mondo. Ora, tu pensi che ci sia un intento politico-religioso dietro al suo delirio?
Aspetta, qui va fatta un po' di chiarezza perché l'argomento è delicato. Punto primo: il "poeta" non invoca la fine del mondo, ne prende semplicemente atto. La fine del mondo è ora: "CHE CIE VOLE A CAPÌ LA FINE DEL MONDO," una delle sue espressioni più comuni, indica con chiarezza che l'apocalisse è—in senso letterale—una rivelazione. Non un evento che verrà, ma una condizione attuale nella quale l'umanità versa e che solo il profeta scelto, in questo caso lui, può rivelare al mondo. È il suo personalissimo Kali Yuga fatto di dissoluzione spirituale e corruzione dei costumi.

Inoltre non è totalmente fuori luogo pensare che la sua scrittura si inserisca perfettamente in una tradizione letteraria tutta romana, quella della satira: si pensi a Giovenale, per gli attacchi ai rapporti omosessuali e la forte componente misogina, o anche—con le dovute ed ovvie differenze—a Lucilio o Persio. Così come molteplici ed inquietanti sono le analogie con la mitologica figura di Pasquino, di cui sembra seriamente essere una reincarnazione nel modus operandi e nel fisico (ovviamente non nel messaggio in sé).

Poi dicevamo: i froci, i trans, certo. Ma va detto che il suo è un attacco trasversale a molteplici figure che a suo avviso degradano la civiltà occidentale. Non dimentichiamo infatti il celeberrimo "PRETI E MONACHE VISIONARI ANDICAPPATI BASTARDI" che compariva maestoso sulla facciata della Chiesa di Santa Maria del Redentore, i negri "DALLE GRANDI TORRI", i cristiani, i poliziotti, gli sgorbi, le donne, le madri...

Insomma, per farla breve: se la prende con tutti.
Esatto. Per lui non c'è un solo essere umano degno di sopravvivere. Un nichilismo radicale. Per questo a mio avviso sono fuori luogo strumentalizzazioni di qualsiasi natura. Chiaramente, per prendere forma, il suo delirio pesca nell'immenso sciocchezzaio di identità stereotipate che definiscono nella nostra cultura la "diversità" e la "devianza". Ma rimangono comunque immagini cliché talmente evidenti che non possono nascondere alcuna malizia ideologica. Ed è proprio qui uno dei punti fondamentali dell'intera faccenda.

A me, ad esempio, infastidiva di più il collage di luoghi comuni che, durante alcune interviste, veniva costruito per giustificare la sua "deliranza" ma che come potrai vedere è un sottotesto tipico nell'interpretazione diciamo "volgare" di ogni follia.

L'idea che sia così perché è stato violentato da piccolo, perché è stato brutalizzato durante il servizio militare, perché è un omosessuale latente e ha un complesso d'inferiorità visto che parla solo di cazzi grossi, perché ha ricevuto l'educazione sbagliata ed è quindi colpa dei genitori, perché è un testimone di Geova dato che nell'opinione comune testimoni di Geova stanno in fissa con la fine del mondo, e così via. Alla fine ha risposto lui a tutto questo con una perentoria scritta: "SITE VOI CHI NON SITE GUARITI."

Nel documentario a un certo punto viene interpellata anche la gente del quartiere, intervistata direttamente davanti alle scritte.
Sì, ed era interessante vedere come le scritte portassero alla luce alcune "opinioni" che solitamente vengono taciute: chi si riscopriva misogino, chi razzista, chi un inguaribile romantico, chi voleva piazzare bombe perché il mondo è una merda e così via.

A mio avviso, era allora che il poeta diventava davvero tale—non si parlava più di lui, scompariva completamente dalla scena per lasciare posto unicamente al segno. Divenivano, in qualche modo, essi stessi le scritte.

Tu hai avuto la fortuna di incontrarlo. Puoi raccontarmi la dinamica dell'avvicinamento?
Nel progettare il documentario, un punto chiaro a tutti era che incontrarlo ed eventualmente intervistarlo sarebbe stato totalmente inutile. La sua presenza ai fini del racconto era totalmente superflua, per certi versi anche dannosa. È chiaro però che la curiosità di capire chi fosse ci era venuta eccome.

Per cui, a riprese concluse, ci eravamo messi a bere qualche birretta in un bar malconcio nella via che alcuni ci avevano indicato come quella della sua abitazione. Sai bene che le vie di Torre Angela sono dei budelli—se passa qualcuno di particolare lo noti per forza. Dopo un po' ecco comparire da lontano questo signore piuttosto anziano, corpulento, molto goffo nei movimenti, con in mano due cornici vuote e delle buste: era ovvio che fosse lui.

Poi gli hai parlato.
Mi ero avvicinato con cautela e gli avevo chiesto qualcosa, non ricordo bene cosa, una domanda qualsiasi. Al che lui aveva sgranato gli occhi come riprendendosi da un sonno profondo e aveva cominciato ad apostrofarmi con un insulto che non dimenticherò mai, e che ovviamente aveva certificato senza alcuna ombra di dubbio la sua identità: "A FIJO DE UN TRANS DE CARACALLA". Aveva poi continuato a urlare bestialità incomprensibili e si era rintanato dentro il cancello di casa. Una ragazza della troupe aveva suggerito di citofonargli per chiedergli se aveva per caso dei quadri da mostrarci. Risposta: una raffica di oggetti lanciati dalla finestra e anche qualche colpo con pistola ad aria compressa, di quelle che usavamo tutti da piccoli. Al che giustamente avevamo desistito: nessuna comunicazione era possibile.

Ogni tanto ripasso davanti a casa sua nella speranza di rivederlo ed ho notato che negli ultimi tempi ha personalizzato la sua cassetta della posta con nome cognome e tutto un delirio sul recapito delle lettere. Un capolavoro.

Ma quindi a che pro lasciare il proprio segno sulla Casilina e fare tutto questo? Sembra si faccia chilometri e chilometri a piedi per diffondere il verbo.
Credo si muova con i mezzi pubblici, il trenino Roma Pantano, il 105 e tutto quello che poi riesce a trovare. Durante la realizzazione del documentario una mia amica ci aveva mandato una sua scritta trovata nei pressi di Ladispoli. Io stesso ne ho trovate, escludendo Tor Bella e le zone limitrofe alla Casilina, a piazza Navona, Campo dei fiori, ovunque. Sarebbe interessante mapparle: magari ne abbiamo una visione parziale e lui sta scrivendo un enorme "FINE DEL MONDO" sulla cartina di Roma.

Negli ultimi anni è stata messa in atto una forte censura: la maggior parte delle scritte che ricordavo sono state cancellate. Difficilmente ora utilizza ancora lo spray di colore blu o rosso ed i caratteri enormi, ma si affida ad un pennarello nero, forse di minore effetto ma più subliminale. Purtroppo questo ha impedito che si arrivasse al punto più alto della sua opera. Nella maggior parte dei casi infatti, lui si riscriveva sopra un'infinità di volte a tal punto che il messaggio spariva completamente.

Questa credo sia la cosa più sottovalutata dell'intera questione, perché se è vero che per certi versi il Nostro è un "messia" è anche vero che lui stesso tende a distruggere la sua scrittura come veicolo di rivelazione, per trasformarla in pura superficie caotica ed illeggibile. La grandezza del poeta è appunto a mio parere, nel paradosso—nel camminare contemporaneamente nell'una e nell'altra direzione. Testimoniare a un tempo che il mondo sta per crollare ed al tempo stesso che ogni rivelazione è un'illusione.

Usa un pennarello nero come quello delle scritte a Torpigna, un luogo che lui ha spesso "firmato." Secondo te quel vandalo è lui? Io riscontro delle similitudini nello stampatello, ma è la prima volta che gli vedo fare svastiche, per quanto storte. Se non è lui: potrebbe essere un epigono, o addirittura uno che imita il suo tratto per sviare le indagini?
Io non credo siano la stessa persona per tre motivi: primo, come giustamente hai notato tu, non ho mai visto disegnata da lui alcuna svastica.

L'unica cosa che gli ho visto disegnare, molto bene devo dire, è una bicicletta (nel documentario si intravede spesso). Secondo, "via i blangladesch da Roma" per quanto elementare mi sembra troppo poco delirante. Terzo, quel "Roma" non mi convince. Il poeta si aggira all'interno di una geografia tutta interiore fatta di topoi ricorrenti: sì romani, ma più che altro visti come luoghi della perdizione a sé stanti (come il famoso locale LGBT "Frutta e verdura") e usati metaforicamente (il "canile Parrelli," come luogo della bestialità). Mi viene da pensare che la città di Roma per lui probabilmente neanche esista.

Certo, qui come nel caso del poeta mi sento di poter dire che ogni strumentalizzazione denuncia più una cattiva coscienza nell'occhio di chi legge che non una matrice ideologica ben definita nella testa di chi scrive.

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Finita l'intervista ce ne andiamo da Torbella portandoci dentro quell'atmosfera nel contempo astorica, inquietante avvolgente e paradossale tipica dei luoghi dei fantomatici "pischelli Pasolini," come li chiama il poeta, gente al di là del bene e del male. Che sia lui o meno l'autore della scritta di Torpigna una cosa è certa: siamo davvero alla Babele dei traduttori automatici umani. Un disagio allo stadio terminale cerca di venire a galla come significato nascondendosi dietro svastiche storte, per essere bellamente ignorato facendo posto alla propaganda politica del significante. Per noi poveri mortali, a quanto pare, ce ne vuole per "capire la fine del mondo."

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