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Ho imparato a mie spese che lavorare da casa è una vera fregatura

Tra i giovani italiani il lavoro da casa e quello oltre l'orario d'ufficio sono sempre più diffusi. Io ho lavorato da casa per anni, e la verità è che gli aspetti negativi superano quelli positivi.

di Vincenzo Marino
19 ottobre 2015, 9:20am

Se lavori da casa, può capitare che il letto diventi il tuo ufficio. Immagine via Flickr/

Johan Larsson

Questo post fa parte di Macro, la nostra serie su economia, lavoro e finanza personale in collaborazione con Hello bank!

Insieme al meteo e al caos per trovare parcheggio, il lavoro è uno dei primi argomenti di discussione ogni volta che si parla con una persona che si conosce poco. E quindi, a meno che non evitiate scientificamente ogni contatto umano, molto probabilmente sarete costretti a rispondere alla domanda "che lavoro fai?" dalle 3 alle 90 volte in un mese. Generalmente seguita da "Dove?"

Come freelance, ho lavorato da casa e con orari irregolari per anni, e ho sempre vissuto ciò che un tempo si definiva "telelavoro" come qualcosa di quasi "squalificante." Non tanto perché effettivamente lo sia—non vedo perché—quanto per il fatto che ad ogni mio "Io invece lavoro da casa" mi è sempre sembrato di leggere sulla faccia del mio interlocutore dei giganteschi e taciuti "ok quindi non lavora." Anche se magari lavoravo di più, anche se magari lavoravo facendo orari incredibili e inusitati. "Casalingo." "Disoccupato." "Mantenuto."

Ovviamente ho sempre reso grazie agli dei per il fatto di avere avuto un'occupazione—di cui peraltro sono sempre stato piuttosto contento—a prescindere dal luogo in cui la espletavo. Ma una pacchiana, ingiustificata ed esasperata forma di "etica protestante" mi faceva immaginare che "casa," per gli altri, significasse automaticamente ozio, e che qualsiasi cosa facessi per accreditarmi come infaticabile trottola piena di vita non riuscisse mai a giustificare il mio potermi guadagnare da mangiare standomene sul divano. Ecco, a quanto pare non sono l'unico.

L'ultima indagine Censis, pubblicata una settimana fa, ha alleviato il mio senso di inadeguatezza nei confronti dell'argomento: secondo la ricerca "Vita da Millennials: web, new media, startup e molto altro," i ragazzi tra i 18 e i 34 anni che lavorano da casa sarebbero circa 1,8 milioni.

Un altro dato interessante, e che riguarda anche me, è quello dei giovani che lavorano fuori dagli orari d'ufficio: sarebbero addirittura 3,8 milioni i millennial italiani che lavorano oltre l'orario formale—di cui quasi un terzo senza ricevere il pagamento per gli straordinari—e 1,1 milioni quelli che lavorano anche di notte. Tre milioni, invece, è il numero di giovani che protraggono la propria attività lavorativa durante weekend.

Il dato più rilevante, in questa selva di numeri già abbastanza significativi, resta però un altro: ossia che la tendenza al lavoro diffuso, ovunque e in qualsiasi ora del giorno, starebbe crescendo in modo ormai inarrestabile. Lo si evince dal fatto che i giovani italiani, rispetto ai "baby boomer" (la fascia 35-64 anni), lavorano nel 17 percento dei casi in più oltre l'orario d'ufficio. Così come sono di più (4 percento), rispetto alla generazione precedente, anche i giovani che lavorano in orari "extra" senza ricevere i meritati straordinari.

Insomma: il trend ha fatto il salto generazionale. E che sia giusto o meno, che sia una congiuntura del tutto casuale o l'inverarsi degli anatemi à la Piketty, sembra comunque che il lavoro da casa e quello extra siano qui per restare.

La cosa mi viene confermata anche da Franco Fraccaroli, professore di psicologia del lavoro all'Università di Trento. "Ho l'impressione che ultimamente esista una spiccata tendenza a mettere in discussione i mezzi, i tempi e gli spazi tradizionali del lavoro. È un processo in pieno corso e non si arresterà facilmente: molte aziende si stanno orientando verso questa forma di lavoro, ed è chiaro che anche grazie alle nuove tecnologie il confine tra sfera lavorativa e sfera non lavorativa è diventato sempre più debole. Proprio per questo ci portiamo la nostra vita privata dentro il lavoro e il lavoro dentro la vita privata."

Il telelavoro, da questo punto di vista, è argomento di studio di cui si dibatte da anni. La mia esperienza personale è che fare della cucina di casa il proprio ufficio e lavorare in boxer comporta innegabili comfort, e innegabili svantaggi. E che gli svantaggi, alla lunga, rischiano decisamente di prevalere, tra picchi di solitudine, inaridimento della creatività e mancanza di stimoli esterni e di contatti "veri" con altre cose che non siano la caffettiera, l'accendino e i tasti del computer.

Più in generale, però, la mia idea è che lavorare da casa sia una fregatura. La letteratura non manca: appena pochi giorni fa sul Financial Times Lucy Kellaway—esperta di questioni di lavoro, gestione della vita lavorativa e management—spiegava quanto il lavoro da ufficio sia fondamentale a dare un senso al proprio operato, a "diventare più umani."

Per dare una nozione più scientifica della cosa, secondo alcuni studi—come questo—il telelavoro tenderebbe a esacerbare la sensazione di fatica fisica e mentale, devastando la sottile linea fra lavoro e resto-della-vita. Secondo Tracy Haugen di Deloitte, la parte peggiore—la più sofferta—sarebbe peraltro proprio la pressione da iper-reperibilità, "l'essere rintracciabili ovunque e in qualsiasi momento" e finire nuovamente nel gorgo delle cose da fare. "Imparare a disconnettersi è considerata una nuova skill, per molti," concludeva.

Il lavoro da casa, tutto questo, lo appiattisce e mescola in una melassa confortevole e mortale. "L'invasione della sfera lavorativa anche nelle ore di vita privata—con relativo e potenziale aumento del carico di lavoro—non può che aumentare i livelli di stress," mi spiega Fraccaroli. "Penso alle mail, all'uso dei social network, alla possibilità di esser rintracciati ovunque. Questo non può che provocare maggior tensione, e rendere più difficile stabilire delle priorità all'interno della propria giornata, lavorativa o meno: si rischia di aumentare eccessivamente il carico di lavoro mentale, lo sforzo richiesto per la concentrazione, negando al proprio organismo la cosiddetta fase di recovery—ossia la possibilità che viene data al lavoratore di recuperare le proprie forze, le proprie energie."

Sul tema del telelavoro, però, Fraccaroli non si sbilancia: "Una risposta secca è difficile da trovare, ma non userei la parola 'fregatura' per il lavoro da casa, sarebbe forse una forzatura. Nel momento in cui una persone riesce a definire spazi temporali ben chiari, a gerarchizzare le mansioni e i progetti su cui lavora, magari la cosa riesce a diventare più gestibile."

È chiaro però—continua—che bisogna andare a vedere quali sono i vantaggi e gli svantaggi, e poi trovare la giusta via di mezzo. Se da un parte quindi, abbiamo "maggiore flessibilità nella gestione dei propri tempi, più autonomia," dall'altra "gli svantaggi sono l'inevitabile diminuzione delle relazioni sociali, e delle forme di scambio tipiche del posto di lavoro—che sono un elemento importante della vita lavorativa, e di quella personale."

Il calcolo del rapporto costi-benefici, tra l'altro, non si fermerebbe alla sola prospettiva del lavoratore. "Anche nelle aziende è lo stesso," mi suggerisce il professore: se da un lato esistono vantaggi organizzativi, come il risparmio di costi fissi, dall'altra verrebbero a mancare "molte di quelle forme di verifica e di monitoraggio necessarie nella gran parte dei posti di lavoro: non c'è più 'cartellino' da timbrare, non c'è bisogno di supervisor, la produttività può esser simulata, e dunque deperire velocemente."

L'idea, dunque, è che bisogna imparare a gestire il proprio tempo e le proprie energie. Ma essere comunque "molto espliciti coi propri datori di lavoro su ciò che si fa e su ciò che ci si dovrà limitare a fare, mettendo i punti ben in chiaro dal punto di vista contrattuale: diritti e doveri valgono ovunque, e devono valere per chi lavora da casa così come in tutti gli ambiti lavorativi."

Il tema vero, infatti, non è altro che quello di un giusto trattamento lavorativo, relazionato al lavoro, alla retribuzione e alle norme che regolano la vita professionale di chiunque.

Garantirsi questi spazi vitali, e un'equa distribuzione delle proprie giornate, per Fraccaroli è fondamentale "specie per quanto riguarda i giovani": stipendio e diritti di un adulto tra i 35 e i 65 anni—infatti—ricadono molto più facilmente in territori contrattuali nei quali alcuni "paletti" appaiono immutati da anni. I giovani, in questo senso, nella loro continua ricerca per un lavoro purché sia tale, sono costretti ad accettare condizioni, e a rivedere aspettative e richieste al ribasso, con sacrifici che costano molto anche dal punto di vista psicofisico—sempre il Censis, non a caso, parla del 46,7 percento di giovani che svolgerebbe un lavoro di livello più basso rispetto alla propria qualifica. Con tutto ciò che ne deriva.

"Le pause durante la giornata, il riposo notturno, il riposo del fina settimana e le ferie non sono semplici diritti acquisiti, ma anche forme pensate per recuperare energie—in pratica per lavorare al meglio," conclude Fraccaroli. "Se questo scompare, è chiaro che può creare dei danni alla persona, al suo equilibrio, alla sua salute, provocando forti disfunzioni." Che mi sembra anche un'ottima giustificazione da usare ogni volta che si viene sorpresi a non fare nulla di produttivo.

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