Interviste

"Mi no son busiero" — Krano e il suo blues del Piave

"Requiescat In Plavem" è uno dei dischi più strani e belli usciti quest'anno, e contiene tutta la solitudine del Veneto rurale.

di Marco De Vidi
14 novembre 2016, 9:34am

(tutte le foto sono di Giulia Mazza)

Requiescat In Plavem, l'esordio solista di Krano uscito lo scorso aprile per la Maple Death Records, è uno dei dischi più sorprendenti e inaspettati dell'anno. Mi ha ricordato un po' per analogia nell'approccio Die di Iosonouncane, uscito l'anno scorso. Non tanto per lo stile, quanto per l'unicità rappresentata da un disco tanto ben riuscito e capace di esprimere una profondità, una definizione stilistica, una voce così nuova e a se stante, così personale, da essere impossibile da replicare. Vedremo con i dischi a venire se questo messaggio sarà raccolto da qualcuno, rielaborato, nel frattempo abbiamo un album prezioso da scoprire. 

La storia del disco poi sembra una favola che elogia l'artigianato musicale, e la cosa migliore è che è tutto vero.

Krano, al secolo Marco Spigariol, che in un momento di pausa dai suoi principali progetti musicali (i trevigiani Vermillion Sands arrivati a pubblicare in quel periodo per le cult labels statunitensi Fat Possum e Sacred Bones, e i torinesi Movie Star Junkies, nel roster di un'altra etichetta fondamentale come la svizzera Voodoo Rhythm) si ritira in una casera vicino a Valdobbiadene, suo paese d'origine, sui colli tra Treviso e Belluno. In eremitaggio insieme a lui, un po' di bottiglie di vino, qualche strumento e un Tascam 388 (un piccolo registratore analogico) per incidere quel che viene. Marco suona per giorni, fino a definire le idee e registrare alcune tracce, con l'aiuto di qualche amico in visita.

Ne risultano pezzi cantati nel dialetto della sinistra Piave, come fossero un quaderno di appunti, o un personale commiato da un luogo che si è deciso di abbandonare. Poi il disco resta lì, sospeso, forse dimenticato, mentre i progetti vanno avanti, Marco si trasferisce a Torino, riprende l'attività musicale con La Piramide di Sangue (progetto spin-off di alcuni Movie Star Junkies) e altre collaborazioni come i Vernon Sélavy. Poi un amico fa arrivare l'album alla Maple Death di Jonathan Clancy, che capisce di avere tra le mani un lavoro meritevole e lo pubblica, lo scorso aprile, quattro anni dopo la genesi delle canzoni, che risale al 2012.

Il disco in poco tempo arriva su Brooklyn Vegan e NPR (la radio pubblica statunitense) col suo portato immaginario che potrebbe avvicinarlo alle uscite indie-folk degli ultimi anni—cose come Devendra Banhart, Bon Iver e compagnia. Eppure lo stile così eccentrico, il modo di suonare storto, imperfetto, con strumenti volutamente scordati, una qualche aura a metà tra il misticismo e un'ubriacatura, rendono questo lavoro molto più autentico rispetto ad altri tentativi folk, più vissuto, radicale perché totalmente libero. E cantato in dialetto, per di più.

Quello che non può non colpire di questo disco è l'uso che Krano fa della lingua. È un dialetto stretto, molto localizzato, in una regione in cui esistono decine di varianti e differenze sostanziali anche a pochi chilometri di distanza. Quando ho chiesto a Krano di inviarmi i testi del disco, mi ha inviato un foglio con le liriche di ogni canzone scritte in una lingua diversa, serbo, spagnolo, portoghese, hindi, giapponese, e questo ha confermato la mia percezione di un uso di un dialetto ultralocale come qualcosa di universale, come una sorta di esperanto, anche per il modo di cantare che quasi non permette di distinguere le parole, che fa dissolvere la lingua, facendola diventare dunque puro suono (un po' come il vonlenska, la lingua inventata che utilizzano i Sigur Rós). 

"Sì, hai centrato in pieno l'idea dell'universalità che volevo dare al disco. In realtà un vero spunto dialettale all'epoca non l'ho avuto, se non l'idea di fare esattamente l'esatto opposto dei vari Rumatera, Medrano, Pitura Freska e Los Massadores. Infatti io volevo fare un disco sullo stile dei Demon's Claws [band blues-punk canadese, NdR], non alla Belumat, anche se li ho assorbiti inevitabilmente fin da piccolo. Se devo proprio connotarmi con la musica in dialetto veneto, trovo un'affinità con un disco che ho scoperto da poco, del gruppo Canzoniere Popolare Veneto, El Miracolo Roverso: è un album dove c'è molta ricerca, sia nel linguaggio che nei contenuti, e sì, poi parla di morte, parla di avvenimenti realmente accaduti, un po' come quello di cui scrivo io, no? [Ride]…".

Per chi non vive in Veneto o non lo conosce bene, è difficile concepire un gruppo che canti in un dialetto regionale e suoni a concerti davanti a qualche migliaio di spettatori venuti appositamente. Eppure anch'io durante l'adolescenza sono stato un grandissimo fan dei Catarrhal Noise (che condividono il cantante con i Rumatera), gruppo che già dal nome fa intendere di trattare temi tutt'altro che seriosi, in grado di radunare folle di ragazzini in motorino (truzzi compresi) ad ascoltare il loro punk-metal demenziale. Oppure immaginare Piazza San Marco a Venezia piena per la reunion dei Pitura Freska nel 2008 durante il Carnevale. Eppure succede questo con le varie formazioni che usano il dialetto in musica da queste parti.

Quello che si nota è però sempre un lato grottesco, una dimensione goliardica, con testi che parlano di vita di campagna, volgarità, grigliate e auto elaborate. Sono poche le eccezioni, in musica per lo meno. Tra queste contiamo sicuramente i Radiofiera, molto più legati al rock cantautorale, ma diversissimi da Krano come impostazione.

Anche i Belumat (duo di Belluno, appunto) citati da Krano sono un caso anomalo—non so se esistano artisti analoghi in Italia: un duo di etnolinguisti e studiosi che sulla lingua e la musica veneta ha fatto ricerche di decenni, scrivendo canzoni, pubblicando libri, riscoprendo e portando alla luce un patrimonio orale con un lavoro immenso. Lavoro anche di divulgazione, dato che per anni i Belumat hanno tenuto un programma TV su una rete locale molto seguita. A guardare quelle trasmissioni, tanto all'epoca quanto oggi, si coglie però un'ironia che spesso diventa grottesca, esagerata, anche imbarazzante per quanto sia casereccia e provinciale. Non me ne vogliamo i molti fan del programma "A marenda coi Belumat".

Non so se questo sia dovuto ad un'autoreferenzialità che è caratteristica di ogni zona d'Italia, ma che forse qui risulta più marcata a causa di un isolamento culturale, del ripiegamento su se stessi, al dominio di una cultura del lavoro, che per decenni ha visto nell'operosità, nel produrre e fatturare gli unici valori da perseguire, dimenticandosi di tutto il resto—la scuola, l'educazione, l'ambiente, i libri, figurarsi la musica e i cantautori. E se questo per qualche decennio può aver funzionato, può avere almeno scacciato gli incubi di quei contadini che fino agli anni Sessanta convivevano con scabbia e pellagra, ha lasciato dietro di sé rovine industriali, cementificazione, inquinamento.

Il riferimento al Canzoniere Popolare Veneto è interessantissimo in questo senso. Il gruppo fondato nel '64 da un Gualtiero Bertelli giovanissimo e da Luisa Ronchini, cui poi si è aggiunto Alberto D'amico (e non sto qui a raccontare le varie formazioni e vicissitudini), rappresenta un tentativo di raccontare e reagire al proprio tempo, riscoprendo la musica popolare e rinnovandone i codici. Recentemente se ne è scritto ad esempio nella Guida alla Venezia Ribelle, che a Bertelli dedica un intero capitolo. Bertelli, veneziano nato nell'isola della Giudecca nel '44 e figlio di un operaio, affronta in musica tutte le trasformazioni che dagli anni '60 e '70 in poi caratterizzeranno un territorio in profondo cambiamento, con la città lagunare che comincia a spopolarsi, gli operai del Petrolchimico che si ammalano e muoiono di fabbrica, i paesaggi bellissimi di queste terre inquinati e rovinati per sempre. El Miracolo Roverso parla della peste del 1630 come una grande metafora di quello che stava avvenendo in quegli anni. Certo, poi il Canzoniere Popolare Veneto ha un ruolo più "classico", meno alternativo rispetto a Krano, è inserito in un più ampio movimento di riscoperta della musica popolare in Italia e lo stesso Bertelli ricopre un po' il ruolo di cantastorie delle lotte operaie, presente alle manifestazioni e attivo politicamente. Altri tempi e altro approccio.

Ma anche Krano a suo modo racconta il suo tempo, anche se da un punto di vista eccentrico, da personaggio marginale qual è. Marginale nel senso che non è una rockstar eh, niente di grave. Krano esprime in musica e (poche) parole i luoghi in cui è cresciuto, un paesaggio che è cambiato, si è trasformato, eppure per alcune cose sembra immutato nei secoli—e così l'ethnos, identità, la capacità di riconoscersi e vivere in relazione a una terra. Le storie che Krano racconta nel disco sono anch'esse molto localizzate, come se tutto si svolgesse attorno al fiume Piave, eppure in qualche modo universali. E hanno la capacità di esplorare la mentalità e il carattere peculiare di queste terre, riportando tutto ciò però a qualcosa di universale, a una dimensione intima che appartiene a tutti, gli affetti, gli amori, le amicizie che finiscono ("Amighi"), i lutti.

Basti pensare a brani come "Schei"—malinconici arpeggi a descrivere un rapporto quasi ossessivo con i soldi e le cose che si possiedono, rendendo tutto ciò parametro importante anche nelle relazioni, mentre per Krano "i soldi non valgono niente, troverai qualcuno di meglio, me despiaze tanto par ti". Oppure "Va pian", un di' o chealtro te te farà mae, la raccomandazione di qualsiasi mamma o nonna in un luogo che per decenni è stato risucchiato da un'unica grande corsa, metaforica o meno, verso l'arricchimento, percorso dal mito della velocità, con la voglia di impressionare gli altri grazie al macchinone più grosso e più potente possibile.

"Le mie canzoni parlano di me e di quello che mi gira attorno. Sono emozioni e sentimenti di un uomo ed è difficile confidarsi e scavare nella mia privata. Sono sensazioni che ancora oggi fatico ad esprimere verbalmente e forse è questo il motivo per cui ci ho scritto delle canzoni".

Questi racconti minimi in musica secondo me rappresentano (aldilà delle intenzioni di Krano forse) una voce, una testimonianza, un modo importante di porsi in relazione con queste terre. E forse ancora mancava, evidentemente. Allargando il campo, alla letteratura ad esempio, qualche tentativo di nuova narrazione di quello che è successo in questi anni e in questi territori è stato fatto (Maino, Targhetta, Lamberti) ma spesso rinunciando alla forma, decostruendo, al massimo cercando di raccogliere i pezzi con non poca difficoltà.

Se la storia è sempre legata alla necessità di trovare un senso, alla capacità di trovare un racconto che dia o almeno spieghi la direzione che hanno preso gli eventi, il Veneto poi diventato Nordest è estremamente in difficoltà. La crisi di un sistema industriale (le microimprese familiari interrelate e al servizio di poche più grandi aziende, che una volta chiuse o delocalizzate hanno fatto crollare il sistema come fosse un domino di migliaia di pezzi) che in pochi decenni ha trasformato una landa di poveri contadini emigranti in una delle zone più ricche del mondo, ora fatica a ritrovare un'identità, un senso. Una voce, dicevamo. E solo recentemente, anche per ovvi motivi generazionali, qualcuno ha cominciato a esprimere questo territorio, questa storia (ormai post). Ma siamo appena all'inizio.

La musica qui ha sempre rappresentato una forma di reazione fortissima all'acclamato miracolo industriale, alla rincorsa alla ricchezza e alla civiltà del capannone. Da Frigidaire Tango a Full Effect, One Dimensional Man, Teatro degli Orrori, Father Murphy, fino a band meno conosciute ma eccezionali come (puro gusto personale) Wora Wora Washington, The White Mega Giant, Red Worms' Farm, Amia Venera Landscape, soprattutto generi come il noise, l'hardcore, qualsiasi cosa quanto più distorta e rumorosa (il rovesciamento del rapporto uomo-macchina, di fatto) hanno rappresentato la migliore forma di decostruzione e risposta a una mentalità dominante che metteva insieme perbenismo e approccio fighetto, un feticismo delle merci tanto più spinto quanto più serviva a coprire il vuoto culturale e di un'identità in trasformazione troppo rapida, parrocchia e fabbrica.

Se pensiamo anche agli spazi, ai locali che hanno fatto un po' la storia della musica alternativa di questi luoghi, anche quelli chiusi o che magari riaprono sotto altri nomi o in luoghi analoghi, il New Age, il Magic Bus, il Rivolta, lo Spazio Aereo, il Phobic, l'Hoffman, il Deposito Giordani, sono tutti residui di questa invasione di capannoni e onnipresenza industriale, spessissimo ricavati da ex fabbriche o da stabilimenti in affitto, contigui a zone industriali, aziende, uffici, parcheggi, luoghi del lavoro in contrasto perfetto con i vagabondi notturni devoti alla causa del rock'n'roll.

Ecco, ma il lavoro di Krano in tutto in ciò ha forse un pregio ulteriore.

Krano è stato capace di ritornare a un'essenza quasi pre-storica (almeno di quella parte di storia che ha travolto una società senza però stravolgerne del tutto il carattere) di questi luoghi, e di farlo usando una musica nuda, spoglia, tanto essenziale quanto senza tempo. E questo è forse anche il motivo per cui un album registrato nel 2012 può venire pubblicato nel 2016 senza che nemmeno si percepisca lo scarto temporale, riuscendo a porsi anzi come una specie di instant classic anomalo. Requiescat In Plavem è un disco prettamente e peculiarmente folk, perché popolare in un senso profondissimo, ispirato, intessuto, quasi posseduto da queste terre, questo fiume, i tic e le espressioni più autentiche di queste genti.

Basti pensare a pezzi come la traccia nascosta in coda al disco, bellissima, che sembra quasi una preghiera, prima di disarticolarsi in evoluzioni noise e psichedeliche. Oppure a "Vergine de Luce", un pezzo che Krano ha rubato agli scout, e che traspone in musica la fede semplice di queste genti, tanto contraddittoria (un popolo di bestemmiatori che ha sostituito il culto dei santi a un paganesimo politeista, legato alla natura, pànico) quanto autentica, sincera, unico rifugio in grado di dare sollievo e senso alle fatiche e alla durezza del lavoro. Oppure il racconto della semplicità di una storia d'amore come in "Mi e Ti", i ricordi dell'infanzia trascorsi assieme alla nonna in "Tosca", l'autoritratto puro, ingenuo di "Busiero", accompagnato da una chitarra scordata e percussioni rilassate.

La musica, suonata con pochi strumenti fintamente trasandati e casuali, delle chitarre, un'armonica, un piano honky tonk, forse proprio perché spogliata di tutto, forse proprio perché riportata ai fondamentali, riesce ad arrivare a tutti (a molti almeno), a porsi come universale. I nomi scomodati sono molti, ovviamente a partire da Neil Young, fino a Tom Petty, Randy Newman, i Meat Puppets, Brian Wilson. Anche Morricone, di cui si sente l'influenza in Tosca ad esempio, il pezzo più spaghetti-blues effettivamente. Ovviamente tutto l'hipsterismo indie-folk di oggi ha qui le proprio radici, niente è più naturale di voce chitarra malessere messo in musica, eppure quest'autenticità non è da tutti. Anzi.

Npr ha scomodato il non-ancora-premio-Nobel Bob Dylan, ma anche Jorge Ben (quello di "Mas Que Nada") e il suo Força Bruta, con cui in effetti Requiescat In Plavem condivide atmosfere sognanti, seducenti, e un afflato mistico, direi spirituale. Tutto questo forse è dovuto anche al fatto che Krano ha lavorato in totale solitudine o quasi (e della sua natura di eremita canta in "Romit", ad esempio).

"L'isolamento non è stata tanto una reazione alla dimensione della band," mi spiega Marco, "si tratta piuttosto di un'esigenza che ho sempre avuto. È da quando ho 14 anni che mi registro da solo. Lo facevo alle volte perché non trovavo qualcuno disposto a fare musica, ma soprattutto perché mi piace molto proprio l'atto del registrare. Semplicemente, questa volta sono riuscito a raccogliere più materiale del solito, sufficiente per un disco. Ho addirittura scartato quattro pezzi, perché non li trovavo coerenti con il resto dei brani".

"In questi quattro anni ho continuato a suonare live queste canzoni" continua Krano, "prima da solo, poi, quando ho fatto sentire il disco ad alcuni miei amici, a loro è piaciuto e si sono proposti di suonare assieme dal vivo. All'inizio la band era composta da Caio e Vincenzo dei Movie Star Junkies e Juan della Piramide di Sangue. Juan mi ha dato una mano a contattare delle etichette, ma con scarso risultato sinceramente. Poi Vincenzo ci ha suggerito di proporci a questa nuova etichetta emergente di cui aveva sentito parlare e così Juan ha mandato il disco a Jonathan".

Della nuova etichetta di Jonathan Clancy, ex A Classic Education e ora al lavoro con His Clancyness (che in questi giorni escono con il nuovo album Isolation Culture) abbiamo già parlato qui. Per definire cosa univa gli artisti scelti per la sua label, Jonathan diceva che "Maple Death sembra produrre solo personaggi strambi e solitari, e in un certo senso è proprio vero. Inoltre si tratta sempre di musica molto personale, che racconta il micro mondo di chi l'ha scritta". Niente di più vero, se pensiamo a Krano.

In alcuni dispacci per la stampa, Clancy rifletteva su come fosse stato ricevere "questa registrazione, non avevo idea di cosa avessi davanti. Era arrivata senza alcuna nota, solo una lettera in un inglese incerto. Per giorni ho provato a mettere assieme i testi cercando di decifrarli e di capire che lingua fosse, sognando di qualche rifugio latino americano. Il poco che sapevo era che stavo in realtà facendo una passeggiata lungo il fiume Piave, muovendomi tra cascate pre-belliche, guardando set con alberi febbricitanti e montagne e una valle piena di nuda bellezza psichedelica di fronte ai miei occhi".

La bellezza psichedelica, la natura ancora pura eppure custode di segreti violenti, è quella che si vede nello splendido video che ha anticipato l'uscita del disco, il singolo "Mi e Ti". 

"Da parte mia non ci sono grossi racconti dietro a questo video. Un caro amico che stimo molto, Samuele Gottardello, si è proposto di girare il video perché credeva in questo disco e voleva darmi una mano a divulgarlo", così racconta Krano. "Io mi fido ciecamente di lui e ovviamente gli ho dato carta bianca in tutto e lui ha fatto un lavoro magistrale sotto ogni punto di vista. Anche se poteva scegliere un attore migliore…"

Il videoclip, che è in realtà praticamente un cortometraggio, racconta la storia di un soldato (interpretato dallo stesso Krano) che si smarrisce durante un attacco nemico, in quella che potrebbe benissimo essere la Prima Guerra Mondiale sulle trincee ancora oggi visibili attorno al Piave, e che cerca di raggiungere casa, la sua amata, gli affetti, le abitudini di un tempo. Anche in questo video è ben presente quell'ambivalenza di cui parlavamo pochi paragrafi fa: la dimensione locale, legata a una realtà anche storica perfettamente circoscritta e riconoscibile, ma anche l'apertura verso qualcosa che è di tutti, la nostalgia, gli affetti, il ricordo, un viaggio di ritorno che non si sa se avrà buon esito.

Il regista del video è in realtà anch'egli un musicista, fino a qualche tempo fa all'opera come cantante di Hormonas e Buzz Aldrin e ora attivo da solista con il nome di Second H. Sam, due album di cantautorato elettrico con una voce profondissima. Ritorna spesso il nome dell'Outside Inside Studio di Montebelluna (a poca distanza dalla Valdobbiadene di Krano), luogo in cui è stato mixato anche Requiescat In Plavem, rifugio di Matt Bordin—leader dei purtroppo non più attivi Mojomatics—e che negli ultimi anni è diventato un punto di riferimento anche internazionale per moltissime band garage, psichedeliche, noise e di sperimentazione, in particolare quelle innamorate delle registrazioni in analogico, senza contare che da lì sono passate molte delle band citate in quest'articolo.

Dopo i molti concerti seguiti all'uscita del disco, nonché la poca considerazione da parte di ambienti ufficiali come il Premio Tenco (Krano non era nemmeno tra i cinque finalisti tra gli album in dialetto quest'anno), non ci resta che scoprire quale sarà il seguito di un progetto così particolare e anomalo.

"Spero proprio di fare un altro disco con la Maple Death perché mi trovo proprio bene con lo spirito dell'etichetta. E poi i pezzi per un secondo disco li abbiamo già. L'unico vero ostacolo è che ho il registratore in riparazione, altrimenti saremmo già in studio!"

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