Werner Herzog ci ha parlato di scienza, lingua, Marte e sogni febbricitanti

Quattro chiacchiere con il regista inarrestabile, su Radio Motherboard.
03 novembre 2016, 11:59am
Werner Herzog nei pressi del monte Sinabung, Sumatra, Indonesia. Immagine: Netflix

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Werner Herzog è una forza della natura. Anche se non avete visto i suoi film, è facile che li abbiate sentiti nominare. La sua voce teutonica e tectonica vi è probabilmente familiare, e forse anche la sua reputazione. Se davvero non li avete visti, non avete che l'imbarazzo della scelta. Ne ha fatti circa una cinquantina nel corso degli ultimi cinque decenni, e solo quest'anno ha realizzato due documentari—Lo and Behold e Into the Inferno, rispettivamente su internet e sui vulcani—e due film di finzione, Queen of the Desert, con Nicole Kidman, e Salt and Fire, con Gael Garcia Bernal (anche in questo film c'è un vulcano). Le dozzine di film che ha girato sondano il terreno strano, sublime, terribile e meraviglioso della condizione umana: documentari poetici come Grizzly Man e Incontri alla fine del mondo; favole assurde come Stroszek, la storia di un ex-detenuto con disturbi mentali, un vecchio e una prostituta che lasciano la Germania per la terra promessa del Wisconsin rurale; e film epici come Fitzcarraldo, per cui Herzog—tra gloria e infamia—ha fatto portare una nave su per una montagna in Perù.

Questo incidente è diventato una metafora dell'etica di Herzog, ma non è il solo ad aver contribuito alla formazione della leggenda di Herzog negli anni: il regista sembra fiorire in mezzo ai pericoli. Uno dei momenti herzoghiani che preferisco non è in nessuno dei suoi film più famosi. Risale al 2004, quando, nel mezzo di un'intervista televisiva con la BBC, qualcuno ha sparato a Herzog con un fucile ad aria compressa. Sul suo volto compare un'espressione stupita, ma non fa una piega: dopo aver ispezionato la piccola ferita sanguinante, si fa una risata.

Potete guardare la scena su internet, insieme a un numero infinito di meme e caricature di Herzog, opera di ciò che il regista definisce i suoi "impostori di internet." Ma a Herzog non importa cosa pensa la gente di lui, del mito che lo circonda. Gli interessano i miti, è vero, ma intesi come le storie che le persone hanno da raccontare. Il suo ultimo film, Into The Inferno, è tanto sulla cultura e le idee che circondano i vulcani quanto sulla scienza che li riguarda. La sua guida è Clive Oppenheimer, uno scienziato geniale e appassionato che ha incontrato mentre girava in Antartide, e che lo porta in giro tra 6 vulcani attivi diversi, compresa una zona particolarmente pericolosa in Indonesia, dove i due non riescono a staccare gli occhi dal cono del vulcano. (leggete il pezzo di Tim Maughan a proposito di Oppenheimer e la vulcanologia.)

Ovviamente il film è una cornucopia di immagini di vulcani in eruzione in alta definizione da togliere il fiato, alcune girate da un drone, alcune girate da Herzog stesso e dal suo direttore della fotografia, altre, infine, girate da Katia e Maurice Krafft, una coppia di vulcanologi francesi che registrano ossessivamente i torrenti di lava e le eruzioni da vicino, più vicino di chiunque altro—troppo vicino, in ultima analisi. La loro storia—e le riprese sublimi per cui hanno rischiato tutto e per tutto—è quintessenzialmente alla Herzog. "Ciò che siamo, come funzioniamo in quanto esseri umani, ciò che per noi è fantastico, cosa significa raccontare storie, che cos'è la poesia per noi, quali sono le nostre paure e le nostre glorie," ha detto Herzog rispondendo alla domanda a proposito del motore dei suoi film. Into The Inferno potrebbe sembrare un documentario sui vulcani, ma "non è ciò che il National Geographic avrebbe fatto," aggiunge il regista, con tono allegro. Per Herzog, realizzare un documentario non è questione di formule, ma "una sfida contro la gravità, per il bene di qualcosa di meraviglioso—per raggiungere la poesia pura. Puri sogni febbricitanti in mezzo alla giungla."

Sulla scrittura: "Posso scrivere una sceneggiatura ovunque mi trovi… nei corridoi di un aeroporto indaffarato, nella zona di imbarco o su un autobus affollato. O a casa, tra una dichiarazione dei redditi e l'altra, mentre rispondo al telefono. Non ho bisogno di un posto specifico, insomma… Una volta scrivevo con una macchina da scrivere, ma quei giorni sono finiti. Certo, l'idea di sprecare troppi alberi non mi fa impazzire. E questo è il fascino di internet, dove puoi mettere le tue pubblicazioni... [ma] mi ricordo le cose meglio se le scrivo a mano."

Sulla lingue che scompaiono: "È impressionante. Di tutte le lingue di cui disponiamo ora, forse resterà il cinque percento alla fine di questo secolo. E non sono solo le lingue. Con loro, scompare anche una certa visione del mondo. Immagina l'ultimo russo che scompare. Non ci sarebbe più Tolstoy, niente più musica di Tchaikovsky, niente più poesia di Akhmatova o Tsvetaeva. È impossibile descriverlo."

Sul clima: "Dobbiamo imparare in fretta dai nostri errori, o finiremo per non essere più necessari su questo pianeta. Non lo siamo mai stati, a mio avviso. Ma è una di quelle conseguenze dell'evoluzione, e ora siamo qui e dobbiamo fare del nostro meglio."

Sulla colonizzazione di Marte: "Sono contrario all'idea di colonizzare Marte come una terra promessa—sarebbe meglio sforzarci per rendere il nostro pianeta più abitabile di quanto sia ora… Andrei, se potessi portarmi una videocamera. Altrimenti l'idea di colonizzare Marte solo per avere un rifugio sicuro da questo pianeta mi sembra un'idea mal concepita. Credo che non succederà. È una di quelle utopie tecnologiche che, secondo me, non diventerà mai realtà. Altre utopie si avvereranno, e saranno quelle che hanno a che fare con internet."

Into the Inferno è disponibile su Netflix.

Guardate qui sotto

l'intervista di Motherboard ad Herzog per l'uscita di

Into the Abyss,

un documentario su un uomo condannato a morte in Texas.