Un tour dei paninari più "zozzi" di Roma

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Un tour dei paninari più "zozzi" di Roma

A Roma si va dallo zozzone perché si sceglie la mazzata, la botta post fame tossica, lo stordimento della digestione. Siamo andati in giro per la città a saggiare il vero tasso d'ignoranza alimentare dei chioschi.
2.11.15

Probabilmente ormai in Italia nessuno è immune a quello che oggi viene definito street food, e questo vale anche e soprattutto per Roma: dalle caldarroste in su, in effetti, direi che non ci manca nulla. Il fatto è che oggi tutto si è infighettito, in un hype con tanto di festival associati, gourmet, serie tv e la tanto sfoggiata parola "qualità" a fare da arma a doppio taglio. In tutto ciò, però, c'è una categoria di cibo di strada che resiste immutabile, ed è quella degli zozzoni.

A Roma sono chiamati così quei posti in cui lo stile alimentare rustico supera i livelli di guardia e le garanzie su quello che ti metti in bocca sono fuori di parametro: di base trattasi di chioschetti/camionette all'aperto attrezzate con semplici piastre a gas, cibo in bella vista dietro l'apposita vetrinetta e condimenti sott'olio. Se sono così frequentati, è principalmente per una questione sottoculturale—a Roma si va dallo zozzone perché si sceglie la mazzata, la botta post fame tossica a effetto immediato, lo stordimento della digestione, e non la qualità. E anche se da molto tempo oramai il kebab, per rapidità di confezionamento e suggestione esotica, supera come richieste il caro vecchio panino "stratificato", in un certo senso gli zozzoni hanno la stessa valenza monolitica e fuori dal tempo del Colosseo.

I trucchi del mestiere secondo il paninaro di Porta Maggiore.

È proprio per dimostrare quanto appena detto che ho deciso di formare una squadra di professionisti e testare il cibo di strada di Roma, quello degli zozzoni, avvalendomi dell'aiuto di un amico (Matteo, driver e assaggiatore in seconda) e di una fotografa (Valentina).

Insieme abbiamo ideato un piano d'azione infallibile: ci muoveremo di mercoledì, un giorno infrasettimanale, così da saggiare il vero tasso d'ignoranza alimentare nei chioschi e non la faccia del fine settimana, quando "so boni tutti". Il criterio di scelta si è basato principalmente sul passaparola e su una serie di interviste casuali ad amici e sconosciuti, specialmente se avvezzi all'ubriachezza o simili. Il vero intenditore di zozzoni infatti non è uno stinco di santo: è mosso verso i panini da stati alterati di coscienza. Tripadvisor è invece stato bandito perché il vero zozzone è quasi carbonaro, infrattato, una figura mitica che col suo fascino agisce in sordina ma in maniera molto più ficcante e capillare di una serie di recensioni sul web. Così, coi dati in nostro possesso, ci siamo messi alla ricerca del campione degli zozzoni romani 2015.

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Partiamo con un ritardo di mezz'ora circa sulla tabella di marcia, da un beer shop che è l'esatto opposto di quello che ci aspetterà, così, solo per preparare la bocca, e raggiungiamo la Festa del Cinema di Roma, dove Valentina ha avvistato un paninaro zozzo a servizio degli spettatori in zona auditorium. Scopriamo però che ha chiuso prima del tempo, e ci spostiamo verso la seconda meta. Ovvero Giorgione, zona corso Francia. Ma non sapremo MAI se i suoi panini sono meno sintetici di quelli del McDonald's a lato, perché il chioschetto non è ancora aperto. Dopo essere stati cacciati via a pedate, eliminiamo dunque dalla lista i primi due esercizi.

In contemplazione davanti a "Patrizia, il panino che ti vizia."

Già con visioni di disfatta nella mente e deliranti previsioni che ci vedono costretti a ripiegare sui cornettari, cerchiamo la terza tappa. È il misterioso zozzone presso il palazzo della regione Lazio—palazzo che potete osservare in tutto il suo splendore in Fantozzi, nelle migliori scene dell'azienda. Ignorando la collocazione di tale chiosco prima lo scambiamo per un fioraio, poi circumnavighiamo il palazzo finché non avvistiamo il nostro obiettivo.

La biografia di Patrizia.

L'ambiente là dietro è meraviglioso: diciamo che la popolazione è composta principalmente da prostitute e papponi, poco distanti da un cimitero di bottiglie vuote ricoperte di piscio. Ma nel desolato parcheggio ecco l'oasi, il chioschetto di Patrizia, un personaggio mitico che da 18 anni opera in zona e che—ci dice—prima aveva un altro chiosco all'Eur, successivamente chiuso per ragioni economiche. Sul vetro dell'espositore, davanti ai wurstel che riposano capovolti nelle loro buste, c'è una biografia con vita morte e miracoli tratta da un'intervista a un giornale. Lo slogan dell'esercizio è "Patrizia, il panino che ti vizia."

Patrizia all'opera.

In un certo senso Patrizia è un donnone affascinante, che ti prepara il panino non lesinando doppi sensi sui wurstel. Forse mosso da questo umorismo malizioso scelgo appunto un panino col wurstel e scamorza affumicata, riempito con maionese, roba piccante, senape radioattiva e altre porcellate lisergiche (le cipolle crude davvero interessanti). A livello di sapore è una mazzata soddisfacente, ma subito dopo mi si chiudono le palpebre e mi sento la bocca allappata come se avessi sulle labbra dell'Attak.

Il panino double platinum di Patrizia.

Provo una coppietta per rifarmi la bocca, e chiudendo gli occhi vedo compensato piccante. Matteo opta per un panino con una salsiccia aggressivissima, ma il migliore è l'hamburger di Vale. Il grosso neo è che i panini con aggiunta di scamorza da quattro euro lievitano a sette, e va a finire che col conto generale ci andavamo al sushi.

Intorno tutto è molto pittoresco: c'è un tizio seduto in macchina nel parcheggio, parallelamente al chiosco, che chiede il panino gesticolando. Patrizia, per tutta risposta, indica i wurstel e gli fa ridendo maliziosa, "lo vuoi bello grosso?" Li lasciamo lì, mentre tento di arginare i peti, diretti vero la tappa successiva: l'Eur.

In fase di studio davanti al Panino Matto.

Vicino al defunto e rimpianto Luneur, il lunapark che tanto amavamo da piccini, c'è il chioschetto di Er Panino Matto. Fra un Asterix e Obelix e un Cesare e una Cleopatra pregevolmente disegnati che recitano battute tipo "Aho anvedi che pezzo de panino," il chioschetto è molto scenografico. Il proprietario e il suo aiutante sono carichi, gioviali, si fanno fotografare con piacere—"tanto su facebook già ce stamo!"

La salsiccia del Panino Matto.

La cosa bella di questo posto sono i tavolini per sedersi, ma le pietanze quest'oggi non sono tantissime. Matteo decide di provare le cotolette e io, sfidando l'abbiocco procurato dalla precedente esperienza, mi butto sulla salsiccia perché l'hamburger è finito. I condimenti sono tantissimi, praticamente si sentono solo loro: in apparenza sembra che il nostro uomo cucini più leggero, ma la verità è che la cotoletta è cartongessosa, mentre la salsiccia anonima.

In bocca ho i fili di Spiderman, ma ancora non cedo alle lusinghe dell'acqua minerale: solo una birra aiuterà a riacquistare le papille gustative interrotte, non prima del test coppietta che stavolta è positivo. Il prezzo è leggermente più alto di Patrizia, con un panino base a quattro euro e 50.

Davanti allo Zozzone.

Mentre cerco di contenere i rutti ci spostiamo a Porta Maggiore, dove risiede lo Zozzone per antonomasia (tutti lo chiamano Zozzone, quindi immagino che lo sia, anche viste le leggende di piastre scrostate a vivo). Arriviamo, e veniamo messi subito in attesa, perché il Masterchef è impegnato con alcuni avventori in una conversazione a base di "je faccio un culo così."

Quando si libera ci dice subito "ve faccio un panino fantasia, creo." Lo stile, quindi, è superiore ai precedenti paninazzi: abbiamo qui un vero artista. Premetto che, tappa fissa delle mie notti romane da giovincello, non tornavo dallo Zozzone dal 2001, e voglio vedere se è ancora come lo ricordavo. L'hamburger sa di hamburger, ma era meglio quello di Patrizia. Sulle salse però non discuto, perché sono davvero una specie di Pollock.

Il panino dello Zozzone da vicino.

Mentre consumiamo lui ci dà delle dritte su come fare un perfetto hamburger à la Zozzone: "mica me volete rubà i segreti con le foto eh!? L'importante è er tipo di carne, poi mettete su 'na piastra calda sul gas e er gioco è fatto." A sentire "il tipo di carne" le mie orecchie diventano due antenne di Spock che già immaginano storie impensabili di materie prime dalla prelibatezza speciale: di che carne si tratta? "Ma de carne de vitella, ovvio!" Accusata questa perla di saggezza, incantati, togliamo il disturbo, non prima di chiedere, nell'ordine: io una "doggy bag" da mangiare in auto (che invece rimarrà sul cruscotto fino al termine del raid) e Matteo una bottiglia di birra, poi gettata nella pattumiera e fatta schioccare sonoramente per mascherare il panino gettato pure lui in perfetta sincronia.

Mi piace immaginare si stesse trattenendo dal darci la pala in testa.

Cominciamo a non farcela più: abbiamo gli spasmi, ma il professionismo ci impone l'ultima, insidiosa fatica. Wurstellone a Centocelle, famoso per essere un dopolavoro di scoppiati, impiegate del piacere e insomma tutti i professionisti della notte. Oggi è deserto perché è mercoledì.

L'insegna glam del Wurstellone.

Non è un chioschetto ma normali quattro mura, eppure il cibo in mostra parla chiaro: se avesse le ruote non si capirebbe la differenza. Io ordino un panino con la fettina rossogrigia, Matteo si arrende (perderà presto i sensi) e Valentina sceglie un supplì plasticoso.

La fettina coi colori sociali della Cremonese.

C'è una grandiosa offerta però, in un certo senso inspiegabile: un panino più due uova a 3,50 euro. Purtroppo non posso accettare, e a questo punto ho difficoltà a finire anche quello che ho già ordinato, così ripeto la scena della doggy bag e uscendo svuoto il condimento sotto una macchina parcheggiata in seconda fila.

Le offerte di Wurstellone.

Ormai segno il rosso, ho la bocca che sa di disinfettante del policlinico Gemelli e ordino la prima bottiglia d'acqua minerale della serata—un segno di sconfitta totale. Per restare in tema quattro mura dovremmo testare anche il Casilina Forno, ma siamo provatissimi. D'altronde lo conosciamo a memoria. Ci andiamo tutte le notti quando finiamo le nostre gloriose serate danzanti e il suo pezzo forte è il panino con la porchetta. Pare venga da Ariccia, il ripieno non si sa cos'è: è consigliato consumarlo alle quattro di mattina perché tanto con quello che ti sei bevuto nelle ore precedenti riesci a mangiare pure i sassi e se ti dice bene non ti viene la febbre.

Mentre scendo dalla macchina alla fine del nostro viaggio noto un piatto di plastica rovesciato vicino alle ruote. Prendo gli avanzi del panino dello Zozzone di Porta Maggiore e ce li poggio su, apparecchiando per i piccioni di zona. Prima di sciogliersi, la mia squadra decreta vincitore del contest Patrizia—visto che il panino costa meno di tutti (scamorza esclusa), è più tosto da digerire ("test mazzata" superato) e riserva grosse sorprese (fra le quali i peti).

Ma questa è vita, questa è Roma: come dicono gli Odei "Roma! È la strada che ti testa." Infatti mi sa che dovrò farmi presto un tagliando.

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