Il delicato rapporto tra le serie tv e il rap

FYI.

This story is over 5 years old.

Il delicato rapporto tra le serie tv e il rap

Atlanta e The Getdown riescono ad entrare nel cuore emozionale dell’argomento hip-hop e raccontarlo meglio di qualsiasi saggio sia mai stato scritto.

Se sei cresciuto in una provincia italiana il tuo approccio al rap probabilmente non è avvenuto tra le panchine, i muretti e le piazzette in cui si è fatta la storia del genere. Il mio orizzonte culturale in materia, ad esempio, è stata per diversi anni una cassettina a nastro con poche canzoni mal registrate, seguita poi da dischi più corposi, ma altrettanto centellinati. All'epoca il fascino che il rap esercitava su di me mi appariva inversamente proporzionale alla sua comprensione, eppure, pur non avendo ancora preso parte a una jam né fatto parte di una crew, conoscevo il significato di gran parte della terminologia base legata ai quattro elementi dell'hip-hop. Da quattro dischi che sono riuscito a racimolare da ragazzino, vista la difficoltà nel reperirli, cercavo di prendere più informazioni possibili. Ho cavato il sangue dalle rape, come si dice, sino a riuscire a toccare concretamente l'ambiente solo ad adolescenza conclusa, quando forse era troppo tardi. Non riuscivo a sentirmi appieno parte di esso, e mi sembrava che si cercasse di nobilitare l'esclusività della nicchia prima ancora che la musica o le altre espressioni artistiche dell'hip-hop. Aleggiava un'aria di sacralità comprensibile, che mi teneva incollato ad esso come un satellite al suo pianeta, senza mai inglobarmi del tutto. Sarà questo ad avermi fatto percepire la cultura hip-hop come qualcosa a cui dai senso solo se vi accedi, con lo scopo di tramandare a tua volta, altrimenti continui a vedere tutto come un ambiente folkloristico, fatto di buffi personaggi che quando non si sparano addosso si esprimono con codici, movenze e ideali tutti loro. Per abbattere questa visione ad un certo punto ho cercato un narratore esterno, non di parte e capace di svelare ciò che mi sfuggiva, ma all'epoca era più complesso che trovare dischi. Piano piano comunque arrivarono libri e documentari, come Il Rap spiegato ai bianchi di David Foster Wallace, Storia ragionata dell'hip-hop italiano di Damir Ivic o il recente Numero 0 di Enrico Bisi. Eppure queste opere, per quanto capaci di fornire un quadro storico e contestualizzato nella cultura musicale e sociale di riferimento, sembrano non cogliere la viscerale capacità che ha avuto questa musica nel farsi apprezzare indistintamente da persone di estrazione sociale e culturale diversa. È come se una sorta di distanza di sicurezza emotiva, dovuta al fatto di non essere parte della scena, impedisse di narrarne il lato emozionale, umano. A mancare non era la sostanza, ma la forma. Tempo fa mi è capitato tra le mani il libro Muro di Casse dello scrittore Vanni Santoni. Un romanzo in bilico tra narrativa e reportage, saggio e ricostruzione storica, che ha come tema centrale la cultura rave in Europa dall'89 a oggi. La forza di questo libro sta tanto nella meticolosa ricerca documentale quanto nella scelta della struttura narrativa: è un romanzo, non un saggio. Questo gli permette di trascendere il nucleo storico e sociale per trasmetterlo tramite le vicende umane dei protagonisti. Il risultato è un'opera capace di superare quella distanza di sicurezza ed entrare nel cuore emozionale dell'argomento, i rave in questo caso. Esiste qualcosa di analogo per l'hip-hop? Probabilmente sì, e l'ho ritrovato in due recenti serie TV. Una è The Get Down, prodotta da Netflix e affidata alle mani di Baz Luhrmann, racconta gli antefatti che hanno portato alla nascita della cultura hip-hop. Un racconto focalizzato e circoscritto in un preciso periodo e luogo: South Bronx, estate 1977. Ma The Get Down è anche una storia di formazione a cavallo tra amicizia, amore e ambizione, che narra le vicende di un gruppo di ragazzi poco più che adolescenti la cui unica ragione di vita è la musica. Lo fa con toni volutamente eccentrici e colorati, al limite del grottesco e carnevalesco. I toni della cultura hip-hop insomma, e funziona perfettamente.

Pubblicità

Il cast di The Get Down.

La narrazione sopra le righe voluta da Luhrmann (tipica del suo cinema) a prima vista appare fuori luogo e richiama vecchi stereotipi di un ghetto devastato e povero, ma creativo e colorato, popolato da personaggi altrove improbabili. Se spostiamo il nucleo narrativo alla musica, i protagonisti diventerebbero il veicolo biografico dell'hip-hop, ne incarnerebbero gli ideali e darebbero loro vita. I colori accesi, le movenze teatrali, i dialoghi sopra le righe, in questa serie diventano un perfetto mezzo per raccontare le sfide, gli eccessi, i drammi, l'approccio sacrale e divino alla musica come mezzo di rivalsa non solo verso un ambiente sociale ostile, ma anche verso chi quell'ambiente lo vive. Sono un perfetto linguaggio per raccontare qualcosa che ancora si sta formando, che vive la sua fase infantile e altro non è che un caotico mix di disparate influenze, non solo musicali. Il percorso di formazione insomma non è solo di Ezekiel "Books" Figuero (Justice Smith) e dei suoi amici, ma anche della cultura hip-hop, ancora in fase embrionale ma riconoscibile grazie al lavoro di documentazione fatto dalla produzione, che si è avvalsa di figure come DJ Cool Herc (presente tra i personaggi, insieme a Grandmaster Flash), Nas e Nelson George, come consulenti. The Get Down romanza epicamente vicende storiche. La narrazione non si nasconde dietro un'aura di drammaticità seriosa o pedante, piuttosto accende i riflettori su un movimento tanto colorato ed esuberante quanto fortemente legato a un mix di valori e ideali come rispetto, credibilità, sfida, riscatto sociale e, non ultimo, il sogno americano, costruiti nel rapporto e nelle sfide con la vita, che è forse ciò che ha permesso a questa musica di aderire nei più disparati contesti sociali, a prescindere da quello di provenienza. Questi elementi si trovano ancora oggi nella musica dei rapper che hanno fatto dell'autobiografia la propria cifra stilistica. Era, ed è, la vita del rapper a dare forma e sostanza alla sua musica, a cui si deve aggiungere una buona dose di capacità narrativa e vocale per trasmetterla, che certo ne accresce la drammaticità, ma non la inventa. La credibilità del rapper va aumentando quando ciò che esprime aderisce a un reale vissuto, in un continuum tra artista e persona. Il vero resta vero e il falso non si esprime, per dirla come la direbbe Kaos. Eppure oggi viviamo in un'epoca in cui finzione e realtà sono separate da una linea tanto sottile da risultare invisibile, e non di rado la prima prende il sopravvento sulla seconda. Un'epoca dove la narrazione è tutto, a discapito spesso dei contenuti o dell'aderenza alla realtà. Oggi siamo tutti degli storyteller che esaltano i lati più emozionali e belli della propria vita. Facciamo un po' l'opposto dei rapper delle origini, avvicinandoci di più a quelli contemporanei. In un contesto simile, come si pone una musica che ha fatto dell'aderenza al reale un suo tratto distintivo? A cui è poi seguita la gloriosa ondata del gangsta rap anni '90 che ha alzato l'asticella del vissuto da contesto degradato e violento a contesto degradato, violento e malavitoso decretando un nuovo standard caricaturale ed estetico che rimane ancora oggi in voga e che ha posto le basi per il un altro prodotto televisivo che è in grado di raccontare l'hip-hop: Atlanta. Atlanta, serie TV realizzata da Donald Glover e prodotta dal canale FX, la quale, esattamente come The Get Down, si focalizza su un dato luogo e periodo: Atlanta, oggi. Ma all'opposto del prodotto Netflix, che enfatizza il mito delle origini, qui si sottolinea e si mette in scena la contraddittoria e banale normalità della vita di quattro ragazzi, delle loro ambizioni e dei ruoli che sono costretti a interpretare nella vita.

Un'altra serie su Atlanta.

La serie segue le vicende di Earn (interpretato dallo stesso Donald Glover), trentenne squattrinato che vive alla giornata (quando non mantenuto dalla sua ex ragazza) e che cerca di svoltare proponendosi come manager del cugino Alfred (Bryan Tyree Henry), aka Paper Boi, rapper che sta ottenendo un discreto successo in città grazie a un singolo in cui glorifica una vita dedita alla triade soldi-sesso-droga. In realtà scopriamo presto che Alfred di soldi ne ha ben pochi, la sua attività di spacciatore non gli permette nemmeno di aggiustare lo specchietto retrovisore della macchina e la notorietà gli deriva da una sparatoria in cui è rimasto coinvolto e dalla quale cerca inutilmente di affrancarsi, perché teme di diventare un cattivo esempio per i giovani (sul serio). Alfred, così come l'amico Darius e il cugino Earn, sono il ritratto di una generazione di mezzo, privi di mezzi e punti di riferimento, incapaci di interpretare le loro stesse ambizioni e a volte anche di comprenderle. Earn è intelligente e determinato, ma probabilmente nessuno gli ha insegnato a sfruttare queste capacità, e si arrabatta come può, legandosi alle ambizioni da rapper del cugino, alle quali nemmeno lo stesso Alfred crede più, e vive tutto come una recita imposta, perché, come una giornalista gli dirà, lui è un rapper, e la gente vuole che sia stronzo, non buono, quindi deve fare la sua parte. La potenza narrativa di Atlanta si trova tutta in piccoli dettagli, che si annidano in scene di vita apparentemente ordinarie e banali ma che in realtà si dimostrano perfetti meccanismi per smontare tutta una serie di stereotipi legati alla cultura hip-hop che ancora oggi ne decretano successo e fallimento, veridicità o finzione, di cui lo stesso circuito mediatico del rap sembra essere vittima e a cui deve sottostare per mantenere uno status ormai consolidato.  Atlanta e The Get Down sono due serie TV agli antipodi per scelte narrative ed estetiche, ma sono entrambe in grado di cogliere lo spirito umano di un genere musicale che in trent'anni è passato da fenomeno di nicchia a principale genere musicale delle nuove generazioni. The Get Down coglie lo spirito sacrale e divinatorio degli ideali che hanno animato e spinto alla creazione di questo fenomeno. Ne esalta le imprese, le loda, romanzando un coreografico mondo popolato da personaggi al limite del kitsch (che gli stessi artisti, negli anni, hanno contribuito a costruire), quasi fossero usciti da un sogno o un ricordo che col passare degli anni ha trattenuto solo le parti migliori, più belle. Atlanta invece coglie le contraddizioni e i paradossi dell'eredità lasciata da chi ha portato al culmine del successo questo genere, e in cui oggi il rap si è ingabbiato. Coglie la sottile sfumatura di realtà e finzione dentro le normalissime vite di giovani di periferia. Le città stesse, elementi onnipresenti nella cultura hip-hop, sono rappresentate in modi totalmente opposti. Il Bronx di The Get Down è presente in maniera ossessiva e macchiettistica, è parte integrante della narrazione, a sottolineare che il rap è nato lì e solo lì poteva nascere. Atlanta invece appare indistinta e sfuocata, una periferia come tante oggi in America, forse a sottolineare quanto sia universale l'incapacità di questa musica di affrancarsi da se stessa.

Segui Noisey su Facebook e Twitter.