Sette anni da ragazze elettroniche

Il collettivo veneto Electronicgirls festeggia il suo settimo anniversario. Johann Merrich, una delle fondatrici, ci ha parlato di femminismo, Stockhausen e creative commons.

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05 gennaio 2017, 2:16pm

Questa sera a Spazio Aereo si festeggiano i primi sette anni di Electronicgirls, il collettivo di musiciste e netlabel che da tempo cerca di innovare il modo di intendere la musica elettronica in un ambiente complicato come Venezia.

Se il collettivo fondato da Johann MerrichLECRI e Chironomia (musicista devota al theremin) era nato in prima battuta per rispondere all'isolamento e alla difficoltà di fare musica elettronica, soprattutto per una ragazza, negli anni è cresciuto in parecchie direzioni, sviluppando una filosofia in grado di far coincidere sperimentazione e immediatezza, ricerca sonora e apertura verso nuovi mondi sonori. Oggi gli altri membri fissi sono gli autori dei progetti Bertrand Rossa (il primo uomo coinvolto in maniera continuativa), B.E.A. che assieme a Chironomia fa parte anche del progetto UMLAUT e la new entry Alessandra Trevisan.

L'approccio—che deve molto al  do it yourself —ha fatto sì che fin da subito si optasse per scelte radicali ma molto chiare, come la decisione di non stampare dischi fisicamente e permettere di scaricarli gratuitamente con licenza in Creative Commons.

La voglia di trasmettere le proprie conoscenze ha trovato espressione soprattutto negli Electro Camps (anche grazie alla collaborazione con l'associazione co-fondata da Electronic Girls, Live Arts Cultures), laboratori aperti in cui decine di musicisti da tutto il mondo hanno potuto confrontarsi e collaborare. L'ultimo anno ha visto per esempio la presenza di Markus Stockhausen, figlio del compositore Karlheinz Stockhausen e prosecutore dei suoi concetti sulla  musica intuitiva.

Le attività del collettivo sono state capaci di attirare decine di musicisti in questi anni, come quelli che hanno partecipato al disco, disponibile proprio da oggi, The 7 Deadly Sins, lavoro realizzato grazie a una call aperta e che vede 14 musicisti confrontarsi in musica con il tema dei sette peccati capitali.

Il booklet di The Seven Deadly Sins

Partiamo proprio da qui nella nostra chiacchierata con Johann Merrich, fondatrice e teorica del collettivo, autrice anche del testo (importantissimo) Le pioniere della musica elettronica (11), sulla storia spesso misconosciuta delle musiciste che hanno operato in questo campo nel mondo.

Noisey: Partiamo dalla release che verrà presentata oggi, The 7 Deadly Sins.
Johan Merrich: Penso sia un lavoro interessante, sono contenta perché abbiamo ricevuto moltissime proposte musicali, ben due dal Brasile, per esempio, due dall'Austrialia, altre da diversi paesi europei. Sono molte donne, una decina, il resto sono ragazzi. La call aperta è sempre finalizzata a ricercare nuovi artisti che poi possiamo proporre o aiutare nella circuitazione dei loro live. Chiaramente più si estende una proposta, più occasioni si hanno di incontrare persone che magari difficilmente si sarebbero potute conoscere. Anche dagli Electro Camps o comunque dai workshop che teniamo si creano sempre delle relazioni con gli artisti che spesso durano nel tempo.

In questo caso abbiamo lavori anche molto originali, ogni pezzo è diverso dagli altri. Per noi è anche molto bello riuscire a capire come nei vari continenti prenda forma la musica elettronica o elettroacustica. Penso ad esempio a Isabel Nogueira, insegnante di musicologia a Rio Grando do Sul, che abbiamo avuto come ospite all'Electro Camp. Nella sua musica tenta di integrare la tradizione brasiliana con un approccio quasi pop. La partecipazione dall'estero per noi è sempre una soddisfazione, perché vuol dire che il nome di Electronic Girls trova dei canali per circolare e per accogliere le produzioni di artisti che vengono da lontano, e per noi si tratta di stimoli nuovi, è sempre una buona occasione di confronto.

Spero davvero che il disco piaccia, anche perché ci sono delle elettroniche molto varie, dal pezzo con il beat alle cose più sperimentali. Quindi anche per i profani è un buon lavoro per avvicinarsi a questo mondo.


Il lavoro che hai fatto con il tuo blog, poi diventato un libro, è stato andare a cercare chi aveva fatto questo percorso nella musica prima di te e di voi come collettivo. E nel libro si scoprono storie interessantissime di musiciste bravissime spesso però dimenticate o non riconosciute per il lavoro che hanno fatto.
Partiamo da un presupposto: la presenza del femminile nell'elettronica e nell'elettroacustica c'è sempre stata. Credo che la problematica principale sia piuttosto la trasmissione di questa storia, il recupero di alcuni dati in qualche modo andati un po' persi. Non so quale sia la motivazione, però ad esempio è abbastanza difficile compiere una perlustrazione per quanto riguarda la storia dell'elettronica in Italia, è veramente molto difficile.

Recentemente ho ricominciato a fare delle ricerche sulle pioniere della musica elettronica restringendo il campo solo all'Italia. Andando a cercare negli archivi o mettendosi in contatto con persone che lavorano all'interno degli ambienti della sperimentazione, compaiono dei nomi importanti, ad esempio l'anno scorso ho scoperto Hilda Dianda, praticamente l'unica donna che lavorava nello Studio di Fonologia di Milano, che tra l'altro ha studiato a Venezia, allieva di Malipiero (compositore e direttore storico del conservatorio lagunare). Però se tu vai a guardare nei libri che parlano della storia della musica elettronica in Italia, di Hilda Dianda non c'è traccia. Un'altra musicista che ho scoperto sempre l'anno scorso è Daniela Casa, che lavorava come compositrice di colonne sonore per documentari della Rai, faceva delle cose pazzesche e aveva parecchi sintetizzatori a casa sua, e anche lavorando su di lei è stato abbastanza difficile recuperare delle notizie. Ci sono alcune informazioni che vengono generalmente omesse nei testi di storia ufficiali. Non so quale sia la motivazione, però più vado avanti nelle mie ricerche più mi rendo conto come la presenza delle donne in questi settori non fosse sporadica, era più che riconosciuta al tempo ma la storia non si è più trasmessa. Non chiedermi la motivazione, non vorrei finire in disquisizioni sul gender o sulla potenza del patriarcato perché sono cose quasi stancanti da ripetere. Non è nemmeno, almeno per me, una questione di femminismo più o meno militante. Per me è una questione di rigore nella ricerca. Semplicemente non è giusto tagliare fuori questa parte di storia, è un fatto di rigore filologico.

Tu sei però anche, e soprattutto, una musicista. E nel 2016 sei tornata al disco con A bigger splash into the unknown, dopo molti anni di silenzio almeno discografico.
Sì. Il mio lavoro è nato dopo un periodo di stallo, perché era dal 2012 che non mi prendevo del tempo per registrare un disco intero. Per un bel po' ho scritto soprattutto in ensemble, perché mi trovavo meglio a lavorare con delle textures che fossero composte da tante persone, da tante menti e da tante sonorità diverse. Tutto ciò con la tecnica dell'improvvisazione e seguendo il metodo della musica intuitiva di Stockhausen. Non so come sia successo in realtà, ma mi sono chiusa in casa, mi sono fatta quattro giorni barricata a suonare e basta, dormendo molto poco, ed è uscito da sé un lavoro che guarda molto alla circolarità e alla compulsione. A me è sempre piaciuto molto il kraut rock e quindi quell'idea di circolarità che mi viene sempre in mente ad esempio pensando a un brano dei Neu o di molti gruppi affini, c'è sempre quasi una specie di loop che ha delle microevoluzioni all'interno. Tutto questo combinato con l'idea dell'ossessione, della compulsione, che sono dei temi che accompagnano la mia vita da sempre. Ho tirato fuori un po' tutto questo attraverso le macchine, in un modo nuovo rispetto a quello che ho sempre fatto. Ho sempre lavorato utilizzando tante tracce, che poi da mixare erano un delirio. Questa volta ho lavorato sul piccolo, mi sono concessa solo tre tracce aperte e quattro strumenti. La cosa molto bella è che mi è ritornato il mio Poly 800 della Korg che adoro, mi sono fatta trascinare da quel tipo di sonorità un po' anni Ottanta. Insomma, è un lavoro nato di getto, un momento di totale concentrazione dopo un silenzio durato un bel po' di anni.

Parlami un po' più nel dettaglio dei metodi di Stockhausen e di come li utilizzi per i tuoi lavori.
Karlheinz Stockhausen negli anni '60 introdusse la pratica della musica intuitiva. Il musicista, diceva, è un po' come un'antenna, che intercetta attraverso la sua concentrazione le vibrazioni, le pulsazioni che sente attorno a lui, e le fa confluire velocissimamente attraverso il mezzo che sceglie. È un metodo che implica una concentrazione molto alta sull'ascolto di sé e di ciò che ci sta attorno e richiede una grande prontezza nel cambiamento: più hai la possibilità di essere veloce nel generare e modificare un suono, più hai la possibilità di essere aderente nella tua operatività creativa. È il motivo per cui io in live non uso software per esempio, perché queste operazioni diventano molto laboriose. Lavorando dal vivo utilizzo solo le macchine, con cui davvero posso creare e modificare un'onda, un suono, tutto in tempo reale.

Del vostro progetto ho sempre apprezzato la volontà di condividere le conoscenze e di sostenere il lavoro degli altri, soprattutto delle giovani musiciste che fanno elettronica, che spesso si trovano isolate e che in voi hanno un punto di riferimento fondamentale.
Diciamo che nel mondo dell'elettronica i primi passi li devi fare da solo. Io ho iniziato venendo dal metal e dall'hardcore. Ho cominciato con l'elettronica alle superiori, come un programma orribile come Fruity Loops, che però era abbastanza intuitivo e divertente. Ho poi la fortuna di avere un fratello che fin da piccolo aveva la passione per i sintetizzatori, che ora costruisce e restaura, dunque sono un po' cresciuta dentro a questo mondo. La mia prima macchina l'ho presa a diciannove anni, è una groove box che utilizzo ancora oggi, la Yamaha AN 200. Il fatto è che ci si deve un po' arrangiare, soprattutto all'inizio, anche se io ho avuto, oltre a mio fratello, tanti altri musicisti con cui sono cresciuta. Ma nessuno ti regala niente, e questo è un po' il brutto di questo mondo. Penso che condividendo le conoscenze forse anche la ricerca sul suono potrebbe progredire più velocemente, ma è un'attitudine che esiste poco nell'elettronica.

Noi abbiamo cercato di diventare un punto di riferimento per chi vuole approfondire determinati ambiti della sperimentazione. È una cosa importante per noi perché ci rendiamo conto che non esistono molti laboratori di questo tipo nel nostro territorio o in generale nel nord Italia, che non siano chiusi all'ambiente dei conservatori o di istituzioni private. È importante invece anche riuscire a stimolare la curiosità, penso ad esempio al workshop che ha tenuto il percussionista giapponese Murayama l'anno scorso, che non prevedeva delle conoscenze specifiche per partecipare, ma era tenuto da un grande musicista, molto esperto, e che però poteva essere fruito anche da persone che erano ai primi approcci con la musica. A noi piace che tanti vengano introdotti anche per la prima volta al suono e all'ascolto, è qualcosa di davvero fondamentale per noi.

Soprattutto, all'inizio abbiamo cominciato a farlo con le donne. Il primo workshop che abbiamo tenuto nel 2010, sulla sintesi del suono, era rivolto solo a ragazze, e questo perché volevamo cominciare dando una possibilità in più a chi magari è un po' viene per vari motivi ostacolato nell'ambiente musicale. In questi anni secondo me molto è cambiato, noto che ci sono molte più ragazze che fanno elettronica, in molte ci scrivo, magari chiedono un consiglio… In Italia magari meno rispetto ad altri posti come la Scandinavia, ma vedo che le ragazze più giovani, ventenni ad esempio, hanno già le idee abbastanza chiare e lavorano bene, inoltre sono più disinibite nell'uso dei mezzi tecnologici. Ma questo è anche perché quando abbiamo cominciato noi, con i primi modem e le connessioni lentissime, c'era davvero un altro tipo di tecnologia. Oggi con l'avanzamento tecnologico sono cambiate moltissime cose, la tecnologia è una cosa molto normale da approcciare, quindi penso sia anche molto più intuitivo fare musica elettronica. Sono convinta che andrà sempre meglio, e che non ci sarà più (lo spero davvero) neanche la necessità di dare un'attenzione in più al femminile, spero ci sarà un livellamento tecnologico che darà davvero a tutti la possibilità di impiegare questi mezzi per fare musica, sempre di più. È giusto così.

Se vuoi esperire dal vivo quello che ci ha raccontato Johann, vai allo Spazio Aereo questa sera a fare gli auguri a Electronic Girls. 

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