I problemi di una donna che vuole abortire in Italia

Tutte le foto sono state scattate in occasione della Marcia per la Vita del 2013, a Roma.

Foto di Federico Tribbioli

Quello dell’aborto è un tema su cui ogni donna si è trovata almeno una volta nella vita a riflettere, perché messa direttamente di fronte alla scelta o semplicemente in quanto, appunto, donna. Se oggi ogni donna in Italia può permettersi di fare questa scelta, ipotetica o reale, lo dobbiamo alla legge 194 del 1978—poi confermata da un referendum plebescitario del 1981—con cui si sanciva che ogni donna ha il diritto all’interruzione volontaria di gravidanza. Prima di allora questo fatto veniva considerato un reato.

Da quella legge gli aborti sono scesi drasticamente fino ad arrivare, nel 2014, a quanto emerge dal rapporto del Ministero della Salute emesso a inizio novembre, a un numero per la prima volta inferiore ai 100mila: una riduzione del 58,1 percento rispetto al 1982, primo anno a cui i dati fanno riferimento.

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E se questa è stata presentata come una buona notizia dal Ministero della Salute, dal rapporto si evince anche un altro dato: l’alto tasso di obiettori di coscienza, che nel nostro paese, con variazioni consistenti di regione in regione, sono più della metà di ginecologi e anestesisti.

A permettere a ginecologi, anestesisti e infermieri di astenersi secondo coscienza alla partecipazione diretta all’aborto è l’articolo 9 della stessa legge 194, che recita che “l’obiezione di coscienza esonera il personale sanitario ed esercente le attività ausiliarie dal compimento delle procedure e delle attività specificamente e necessariamente dirette a determinare l’interruzione della gravidanza, e non dall’assistenza antecedente e conseguente all’intervento.” All’articolo viene inserita un’eccezione, nel caso l’aborto sia necessario per salvare la vita della paziente.

Le persone che usano questa clausola per astenersi dall’effettuare direttamente interruzione volontaria di gravidanza (IVG) sono ad oggi circa il 70 percento dei ginecologi e il 50 percento degli anestesisti. In aumento è anche il numero di strutture sanitarie in cui le operazioni non sono svolte.

Sempre secondo il rapporto, il numero di non obiettori risulterebbe “congruo, anche a livello sub-regionale, rispetto alle IVG effettuate, e non dovrebbe creare problemi nel soddisfare la domanda di IVG.” Ma a fronte di questo dato, lo scenario reale sarebbe un po’ diverso o—come evidenziato da Chiara Lalli in un articolo del 2014—”peggiore di quello descritto dal Ministero e connotato da particolari che la relazione [del 2013] non rileva,” come l’esistenza della cosiddetta “obiezione di struttura” vietata dalla 194 ma in realtà molto praticata. E le conseguenze, aggiunge Lalli, non riguardano solo l’applicazione della legge, ma “la formazione, l’incapacità di far fronte agli aborti spontanei, l’arretratezza delle tecniche” e, in ultima analisi, la stessa situazione di isolamento dei medici non obiettori.

Come spiega inoltre Silvana Agatone della Libera associazione italiana dei ginecologi per l’applicazione della legge 194 in un’intervista sempre del 2014, “le statistiche del ministero della Salute, che parlano di pochi aborti a settimana per i medici non obiettori, sono falsate.” Quei numeri sarebbero infatti da attribuire, secondo Agatone, al fatto che i pochissimi posti letto messi a disposizione da alcune strutture costringerebbero le donne ad andare ad abortire altrove.

Per cercare di capire meglio la realtà dei medici obiettori sono stata al Niguarda, l’ospedale che secondo le ultime statistiche, con l’87,5 percento di obiettori di coscienza, detiene il tasso di obiettori più alto di Milano. A parlarmi delle IVG è Mario Meroni, direttore del reparto di ginecologia dell’ospedale. “La legge 194 l’hanno fatta quando io ero già laureato,” spiega. “Ma da un punto di vista culturale, del desiderio, ero già sicuro che non avrei mai praticato aborti. Sono diventato medico per salvare vite umane, non ho nessuna intenzione di eliminare quelle vite. Quella legge prevede l’obiezione di coscienza.”

In generale, mi dice Meroni, “la decisione di studiare medicina non può essere edificata dal fatto che io debba fare tutto quello che nell’ambito della medicina viene chiesto. Il professionista si può esternare degli spazi di cose da non fare. lo decido che faccio il ginecologo perché ho a cuore le patologie della gravidanza, non mi si può chiedere di uccidere una vita.”

Nello spiegare le motivazioni che fanno di lui un medico obiettore, Meroni dice di non voler “mettere sullo stesso piano una vita e una situazione di carattere affettivo o economico: uso due pesi diversi. In un caso si parla di vita, nell’altro di subordinati alla vita. Io dal mio punto di vista, proprio per la scelta che ho fatto, proprio perché ho scelto di fare il medico, scelgo di non farlo.”

A pensarla come lui, in Lombardia, come evidente dallo stesso rapporto del Ministero della Salute, sono quasi due ginecologi su tre, il 68,4 percento. La conseguenza è che spesso è necessario ricorrere a medici a gettoni, ovvero medici esterni non obiettori di coscienza pagati a prestazione per effettuare le interruzioni e garantire così l’esercizio di quanto sancito dalla 194. Solo nel 2014, gli ospedali pubblici della Regione Lombardia hanno speso per questo motivo un totale di circa 250mila euro.

Secondo i dati riportati del Ministero della Salute, il Niguarda stesso avrebbe speso nel 2014 una cifra di 80.000 euro per sopperire alla mancanza di medici non obiettori. Numeri su cui Meroni commenta così: “Non deve interessare a nessuno, se noi facciamo il nostro lavoro, [ il fatto] che abbiamo pochi obiettori, non posso scegliere il personale in base a uno schieramento ideologico.”

“È legittimo dire ‘io prendo questo medico perché è obiettore o non è obiettore’? No,” continua. “Non ci penso nemmeno, io valuto un medico esclusivamente per il suo valore scientifico. Ci sono un sacco di ospedali che non fanno IVG, da quando sono arrivato a dirigere nel 2009 non abbiamo mai passato sedute di interruzione della gravidanza,” spiega Meroni riguardo alle critiche. “Nonostante io abbia solo tre non obiettori [due secondo il rapporto], facciamo il nostro lavoro. Due volte alla settimana, 52 settimane all’anno.”

Per Meroni, “è chiaro che se fossimo l’unico ospedale di Milano le cose sarebbero diverse: le donne milanesi non potrebbero andare a Firenze ad abortire, questo sarebbe un negare che in Italia esiste una legge che garantisce alle donne la possibilità di interrompere la gravidanza.”

Nonostante il Niguarda sia l’ospedale milanese—tra quelli che effettuano IVG—con il più alto numero di obiettori di coscienza, non rappresenta di certo un caso isolato né il peggiore in Italia, dove il tasso varia pesantemente da regione in regione. In alcuni luoghi gli obiettori di coscienza vanno a toccare il 100 percento, e da regioni in cui gli obiettori di coscienza rappresentano una percentuale minima, come la Valle d’Aosta, si arriva a regioni come la Basilicata, il Molise e città come Bolzano, dove il numero degli obiettori supera il 90 percento, fino al Lazio e alla Sicilia, regioni in cui la situazione varia drasticamente da ospedale a ospedale.

È proprio per questi numeri che negli scorsi anni si è tornato a parlare con insistenza degli aborti clandestini, la cui ombra, da prima della legge del ’78, non è mai stata sconfitta. Nel 2012 si stimavano intorno ai 15mila l’anno. E se da un lato questa stimaproprio per la natura clandestina degli abortideve essere considerata approssimativa, dall’altro è certo che la potenziale difficoltà di accedere alle IVG ha comportato nel 2014 una sanzione da parte del Consiglio d’Europa, che ha accusato l’Italia di violare i diritti delle donne che intendono sottoporsi a IVG. Secondo il Comitato Europeo dei Diritti Sociali del Consiglio, l’alto numero di obiettori di coscienza, infatti, “non garantisce l’esercizio effettivo del diritto delle donne a interrompere la loro gravidanza.”

Ma nonostante ciò, il progressivo svuotamento della legge 194 e la conseguente negazione di un diritto non sembrano preoccupare particolarmente la politica italiana—anzi: è un tema sempre più ignorato, e per questo sempre più a rischio.

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