Foto FMP: Paul Beauchamp. Foto ?Alos per gentile concessione di Stefania Pedretti.

Altre storie di musica queer dall'underground italiano

Prosegue la nostra indagine sul rapporto tra LGBTQ e scena indipendente italiana. Questa volta a parlare sono Stefania Alos Pedretti (OvO) e Fabrizio Modonese Palumbo (Larsen).

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06 novembre 2017, 10:36am

Foto FMP: Paul Beauchamp. Foto ?Alos per gentile concessione di Stefania Pedretti.

Nella scorsa puntata abbiamo parlato del rapporto, non sempre facile, tra il mondo gay e queer e la scena musicale italiana più legata all'underground, a band lontane dai riflettori del mainstream – e quindi in teoria più libere di esprimersi, di rivendicare una diversità, di affermare la propria identità, anche di genere.

E abbiamo anche visto che le cose non sono esattamente così semplici. Una "scena" queer vera e propria non esiste. Anzi, come per il mondo musicale più pop, temi come l'omosessualità, accezioni diverse dell'identità di genere sembrano quasi non esistere. Queste tematiche hanno sempre trovato davvero poco spazio all'interno della musica italiana, e pare sia prevalso il desiderio di nasconderle, di far finta di nulla, di tacere di argomenti difficili da affrontare all'interno di un discorso musicale.

Affiorano però alcune personalità, capaci di diventare a modo loro anche dei punti di riferimento. Quanto più pare che attorno ci sia il deserto, tanto più emergono con forza. Abbiamo parlato con Helena Velena, musicista transgender attiva fin dagli inizi del movimento punk, e con Vittoria Burattini, batterista e fondatrice dei Massimo Volume, che si definisce transgender. Entrambe legate a una città, Bologna, che per questi argomenti ha rappresentato sempre un po' l'avanguardia in Italia.

Oggi continuiamo il nostro piccolo viaggio con due musicisti che hanno fatto della propria queerness una bandiera, chiave di lettura anche per tutto il proprio lavoro in musica. Parlo di Stefania Pedretti, al lavoro soprattutto con la band OvO e da solista come ?Alos, e di Fabrizio Modonese Palumbo, attivo fin dall'inizio degli anni '90 con i suoi Larsen, ma anche con i molti altri progetti come ( r ) o gli Almagest!.

Stefania "Alos" definisce il suo lavoro in musica così: "Queer because she doesn't admit gender identity, pagan because she's against all religions". Attraverso il recupero dell'aspetto rituale della musica, il ritorno ad una dimensione che è forse andata persa soprattutto nel tempo dell'intrattenimento infinito dello streaming, Stefania non fa che ricercare quella che è una forma di totale emancipazione da generi, categorie, limiti. Sia musicali che di identità.

Fin dai tempi delle Allun, Alos ha portato in musica la provocazione, un'immagine aggressiva e quasi demoniaca, con quel growl che pare provenire dagli inferi e un lavoro su musiche rumorosissime e incazzate. Con i molti progetti (gli OvO, il lavoro da solista, le moltissime collaborazioni) ha esplorato i suoni più estremi, dal noise al black metal all'elettronica. Tutto in un rogo felice di categorie e rigidi incasellamenti. Se avete dubbi su quanto possa essere liberatorio questo tipo di approccio alla musica, non posso che consigliarvi di assistere a un concerto degli OvO, e poi ne riparliamo.

?alos live stefania pedretti ovo

Stefania, nelle sue varie fasi artistiche, ha sempre esplorato in modo molto consapevole (e personale) temi riguardanti il femminismo, l'espressione di un'identità di genere unica e non rigida, l'emancipazione da ruoli sociali che appaiono spesso come definiti una volta per sempre – e che Alos ha sempre cercato di rovesciare.

Questa performance ne è un esempio, in cui Stefania gioca sugli stereotipi della donna che fa la casalinga, creando un concerto di musica noise mentre cucina. Oppure il lavoro presentato al festival di Santarcangelo assieme al regista Markus Öhrn, Azdora, in cui alcune alcune signore anziane del paese, mai esibitesi prima, hanno formato una band black metal, tenendo un vero concerto davanti al pubblico del festival.

Stefania dell'ultima edizione di Santarcangelo è stata la curatrice della parte musicale, assieme alla compagna Francesca Morello (anche lei musicista). Tra gli artisti chiamati c'era Baby Dee, musicista transgender al lavoro da solista e che negli anni ha collaborato con moltissime importanti band (da ANOHNI/Antony and the Johnsons agli Swans, che come vedremo torneranno in questo articolo).

"Riflettendoci, in realtà io credo che una scena non esista ancora. Si spera che nasca, che cresca, però al momento ancora non c'è. Ci sono però le persone e i collettivi. Tra di noi siamo tutti un po' incrociati. Bologna è una delle poche città in cui esista qualcosa che si possa chiamare queerpunk. Helena Velena è ovviamente uno dei riferimenti, è un po' la mentore di tutte noi. C'è ad esempio questa band punk a tema queer, le Alga Kombu, hanno testi che parlano molto di politica e discriminazione, è veramente figo come gruppo. Alcune delle componenti fanno parte del collettivo Queers of Chaos, legato a spazi come Xm24 e Atlantide. So che recentemente hanno cercato di occupare uno spazio per la Consultoria [pensata come luogo di discussione e assistenza, indirizzata a tutti ma con particolare attenzione alle persone trans e queer, spesso discriminate nei normali consultori, nda], subito sgomberato. C'è tutta una serie di persone che lavora per creare spazi, perché dopo la chiusura di Atlantide questi mancano."

"Cominciano ad esserci anche altri gruppi di questo tipo, parlo di musica, che vanno più verso l'elettronica, il clubbing, DJ magari. Però il problema di solito è che chi è non viene dal giro più underground, chi è legato al mondo LGBT più ufficiale, non è contro il sistema, molti di questi musicisti sono per essere accettati dal sistema, più che volerlo distruggere. C'è un po' di contrasto ad esempio tra il mondo queer, il giro cui appartengo anche io, che definirei anarco-queer, e la realtà LGBT più istituzionalizzata, l'Arci Gay ad esempio. È una cosa legata ai presupposti politici. Non sono contro gli Arci, anzi ben venga che esistano, che si occupino di argomenti importanti, penso alla questione della Cecenia oggi, o all'aiuto che riescono a dare a molte persone che magari vivono in paesi piccoli, che soffrono perché non possono esprimere la propria identità, perché vengono discriminate, persone che magari hanno meno consapevolezza rispetto a questo mondo e non si sentono forti."

"Togliendo però questo presupposto fondamentale, per chi è più dentro a un discorso politico alternativo, io personalmente non mi trovo molto in sintonia con queste realtà più istituzionali, più legate ai partiti ad esempio. Io non sono a favore di com'è la società in questo momento, non voglio essere integrata in questa società perché a me fondamentalmente fa schifo. Sono per cambiarla, per stravolgerla. È una società che non vuole il diverso, vuole l'uguale, e lì sta il grande problema dal mio punto di vista. Si vuole l'uguaglianza di tutti, un diverso normalizzato, non eccentrico, diventiamo tutti dei bravi cittadini italiani e facciamo una bella famiglia. Ecco, diciamo che la happy family alla Mulino Bianco già nell'eterosessualità, per dirla nella maniera più semplice, mi fa schifo. E non voglio neanche l'alleanza da happy family eterosessuale in versione gay. Poi se uno vuole farlo è giusto che lo faccia, qui o in qualsiasi altro posto del mondo, perché tutti devono essere liberi di realizzare i proprio sogni. Sarebbe bello però che se io voglio avere una famiglia formata da cinque persone o chissà che altro, che io sia comunque libera di farlo anche in un'altra maniera. Dovrebbe esserci l'accettazione del diverso, invece mi sembra che sia sempre il diverso che cerca di farsi integrare diventando uguale agli altri. Il bello è proprio che se si è diversi, bisogna venire accettati in quanto individui diversi. Per chi è dentro a certe attività queer un po' antagoniste rispetto al sistema, il punto è proprio questo. Noi non vogliamo la società attuale, vorremmo una società migliore. Vogliamo che ci sia spazio anche per chi è diverso."

"Diciamo che ognuno deve essere libero di essere com'è e come si sente. Oggi la parola queer spesso si usa perché è cool, si dice queer per non dire più gay o frocio perché è brutto. Ma queer va rivendicato nel suo significato più letterale, in senso assolutamente positivo: sono felice di essere bizzarra. Non si tratta, che ne so, di una donna che ama una donna e basta. È tutto un mondo più complesso, magari sono una donna che ama una donna a cui piacciono anche gli uomini. Magari sono fluida nella mia sessualità o nel mio genere. È un modo di andare oltre, di distruggere tutte le scatoline, non di crearne di nuove. Perché la complessità dell'animo umano non si può ridurre così, non è che uno è semplicemente gay o lesbica. In realtà tante persone sono tante cose. Queer cerca di comprendere molto cose diverse, anche la transessualità, il femminismo, l'antirazzismo, sono tanti discorsi assieme, che non si possono dividere in scatoline."

"Con Francesca, in generale non abbiamo mai sentito discriminazioni. Non so se sia perché entrambe ci mettiamo in una posizione per cui non ci sentiamo assolutamente in difetto, io anzi mi sento diversa e sono felice. Non vorrei mai essere uguale a qualcun altro. Francesca ed io siamo proprio fiere di essere freak, quindi anche le persone ci accolgono. E questo da molto tempo. Io sono stata con Bruno per molti anni [Dorella, batterista degli OvO, nda], poi sono stata con un'altra donna e poi con Francesca. Io e Bruno abbiamo vissuto tutto in modo molto tranquillo, anche per noi attorno agli OvO non c'è stato chissà quale shock. Eravamo una coppia, siamo stati assieme tantissimi anni, certo. Adesso però ognuno fa un'altra vita e anzi siamo contenti del fatto che continuiamo ad essere una band, mentre in situazioni analoghe normalmente succede che ci si lascia e anche la band finisce. Noi siamo riusciti ad andare oltre le dinamiche anche sentimentali. All'epoca è stata una rottura importante, una coppia storica che si lascia e io che comincio ad andare con le donne. Poteva esserci qualche problema, invece devo dire di non aver mai sentito ostacoli, o discriminazioni."

"Discriminazioni semmai ne ho sentite in quanto donna, a essere sinceri. Questo a volte esiste, nella musica come nella vita di tutti i giorni. E so che è un punto dolente della scena, so che è una parte del discorso che nessuno vuole accettare, ma è questo che si percepisce."

"Sia io che Francesca siamo comunque molto coscienti di noi stesse. Forse vedendoci noi stesse diversamente non ci siamo mai sentite discriminate. Siamo anche fortunate però. In quanto queer ho visto che a volte c'è anche tanta curiosità, ci sono locali che vorrebbero trattare certi argomenti, ma non da un punto di vista classico. È capitato allora che qualcuno chiamasse proprio me e Francesca, sia per un discorso musicale visto che entrambe suoniamo e anche cose molto diverse, sia per un fatto di esperienza personale, per avere degli scorci un po' differenti. Quindi anzi in realtà c'è stata una dinamica inclusiva più che altro rispetto al queer, e questa è una cosa molto bella."

Assieme a Francesca Morello e Simona Dell'Aquila, da qualche anno Stefania organizza il Degender Fest, che quest'anno si terrà per la prima volta proprio a Bologna all'Xm24 (manca poco, siete avvisati). Con workshop, mostre, DJ set e soprattutto concerti, il festival cerca di abbattere muri e categorie stantie, mescolando attività e generi musicali, riflessioni sull'identità e sul genere a momenti di gioco e divertimento.

"Siamo un piccolo collettivo composto da tre persone" mi spiega Stefania, "e tutto è partito da un'esigenza personale. Io ero appena tornata dalla Germania, vivevo a Berlino. Tornata in Italia, a Ravenna, ho conosciuto Simona, che vive vicino a Rimini. Questa è un'area che sembra molto attiva dal punto di vista queer, Rimini è un luogo che sembra molto gay friendly, con tantissimi locali legati soprattutto alla vita notturna. In realtà però, forse anche perché si fa questo collegamento tra mondo gay e vita by night, festaiola, vista come eccentrica, c'è un sacco di gente arrabbiata e intollerante verso questi temi. Abbiamo pensato un po' per gioco di fare un festival dove si desse importanza, questo soprattutto da parte mia, alla musica. Ci sono molti festival in Europa che trattano tematiche queer, o legate alla sessualità, ma in cui se ne parla a livello accademico, o comunque troppo serioso. Ci sono workshops bellissimi, incontri di livello altissimo, poi c'è di solito un momento di vuoto e scatta il party. C'è un vuoto, come dire, momenti culturali molto importanti, ma a livello musicale molto poco. Va bene la festa, ma la musica non è solo intrattenimento. E quindi abbiamo deciso di organizzare un festival che prendesse dentro anche altre cose, dando importanza all'aspetto musicale. Per me, come per Simona e Francesca, le cose si incrociano, ogni riflessione è collegata a molto altro".

"Cerchiamo di mischiare molto gli ambiti, c'è sempre una mostra, ci sono artisti che vanno dalla fotografia alle illustrazioni. Ci sono artisti queer come artisti che non lo sono, e che semplicemente ci supportano – come è stato con gli Hate&Merda o con le Agatha. Alla musica cerchiamo di dare molto rilievo, chiamando artisti queer ma che di base siano dei musicisti che facciano della bella musica". Quest'anno ad esempio ci sarà Bleedignblackwood, progetto solista di Timo C. Angel, artista berlinese dall'immagine provocatoria e al contempo poetica, che tiene il suo diario musicale muovendosi tra folk e dark, tra cantautorato e elettronica ambient (Stefania come curatrice spacca il culo, Santarcangelo 2017 lo ha confermato).

"È un festival veramente DIY, creato da noi tre con le nostre energie. Si svolge in una giornata. Di solito si parte sempre da un laboratorio, anche ironico (quest'anno il workshop è sul "Sadomaso per principianti"), poi fin dall'inizio ci sono i DJ set, poi i concerti. Volevamo evitare gli step e le suddivisioni tra il pubblico che magari viene al laboratorio o alle presentazioni o magari solo al concerto. L'idea è che chi viene si goda tutta la giornata, per viversi il festival, per conoscere altre persone, che è un'altra cosa che in molti festival si perde oggi. Alle 18 già si balla, è una cosa che non ci si aspetterebbe. La cena è sempre vegan, cosa che per tutte noi è fondamentale. I concerti siamo riuscite a farli cominciare molto presto ultimamente, anche alle 20. E senza far suonare per ultimo il gruppo più importante. C'è sempre questa cosa che si crea una sorta di piramide, noi vogliamo distruggere tutta questa dinamica, per cui il primo gruppo è importante quanto l'ultimo. Non è un festival dove arrivano masse enorme di persone, è molto semplice, è un luogo in cui ci si sente a casa. Arrivano anche molti curiosi, e non si sentono respinti anche se è la prima volta. Noi pensiamo che in fondo tutti siano queer, ognuno a suo modo."

"Come è stato quest'anno a Santarcangelo, dove abbiamo chiamato Baby Dee o una come Gnučči, aldilà dei sottogeneri musicali c'è un filo rosso che lega un po' il tutto, c'è questa idea di qualcosa che sia happy positive, è il fatto di creare un ambiente positivo, dove tutti si sentano accolti, è questo che abbiamo cercato di dare al pubblico, per farlo stare bene. Noi vogliamo che tutti stiano bene, e il nostro festival vuole essere una carica di energia poi per tutto il resto dell'anno. E magari ti apre anche la mente, scopri degli aspetti che ti colpiscono e che ti aprono ad altre cose nuove. I tempi in fondo sono maturi per affrontare queste tematiche con leggerezza. E la musica è un mezzo perfetto. Tante persone quando sentono parlare di certi argomenti si sentono un po' a distanza, non capiscono. Farlo con la musica, con figure forti, di rottura, rende tutto più accessibile."

"Succede però che nell'ambito musicale, in Italia accade molto, ci siano individui che magari sono gay o lesbiche, però non lo mettono in musica, non gli importa, non ne parlano. Ovviamente non è giusto che una persona si esponga se non se la sente, la musica dovrebbe andare oltre a tutto questo. Ma a volte si pensa che in alcuni generi, in alcune scene, non ci siano individualità queer ma in realtà ci sono, solo che non si sa. Ognuno fa quel che vuole, alla fine. Diciamo però che è un peccato, a volte. Ovviamente prima di tutto c'è la musica."

"Per quanto riguarda me, poiché un po' tutto quello che faccio è stato criticato da qualche parte oppure è facilmente criticabile, ho cominciato a tirare fuori tutto – e chi se ne frega. Non cerco la provocazione, cerco di essere libera più che altro, esprimendo me stessa. Lo faccio in maniera naïf, però c'è sempre chi prende le mie performance come provocazioni, e spesso vengo attaccata per questo. All'inizio, come ?Alos, la musica che facevo ad esempio era meno estrema, c'entravano più altri aspetti, legati a una certa idea di femminismo. Oggi i miei dischi e i miei concerti sono molto più cattivi musicalmente, è emersa quest'altra caratteristica. In tanti non riescono ad inquadrarmi. Come ?Alos non vengo chiamata nelle manifestazioni queer più tranquille, sono troppo estrema. Una mia amica mi dice giustamente: 'Stefania, ai froci la tua musica non piace'. Quindi la mia diventa una lotta personale, perché sono esclusa da tante cose. Me ne frego e vado avanti per la mia strada. Mi apro le porte da sola, è questo il mio modo di essere."


fabrizio modonese palumbo larsen (r) almagest jamie stewart
Foto: Jamie Stewart.

Come Stefania Pedretti, anche Fabrizio Modonese Palumbo ha sempre rivendicato la propria queerness, affrontando in musica temi legati alla propria identità di artista omosessuale. Con i suoi Larsen da venticinque anni esplora il lato oscuro, collaborando e andando in tour con alcune delle band più interessanti per quanto riguarda la scena sperimentale e d'avanguardia, come gli Einstürzende Neubauten, i Nurse with Wound, gli Xiu Xiu dell'icona queer Jamie Stewart, con cui i Larsen hanno pubblicato tre dischi sotto il monicker di XXL. Poi c'è ovviamente Michael Gira, leader degli Swans, che i Larsen hanno convinto a produrre un loro album con una raffinatissima forma di stalking, inviandogli un paio di cd al mese per un anno intero, poi mandandogli soldi e un biglietto per Torino, infine ospitandolo e pagandolo lautamente per il lavoro ma senza mai farsi vedere dall'ospite nel corso di tre lunghe settimane di registrazioni (l'album era Rever, poi pubblicato proprio dalla Young God di Gira).

"Per quanto riguarda il rapporto tra mondo queer e musica underground, io non riesco proprio a mettere a fuoco il concetto di scena, per lo meno in Italia. Credo che all'estero ci siano più interazioni, credo esista un blocco che in qualche modo rappresenta una controcultura. In Italia credo ci siano più che altro delle individualità, non vedo tanto un'identità di gruppo da questo punto di vista. Di sicuro nel mio lavoro artistico, io vedo una forte connessione tra il linguaggio musicale, anche di "marketing" o relative a come ci si presenta, e un'identità politica che sia queer, o LGBT, o omosessuale, come preferisci definirla."

"È vero però che ho quasi cinquant'anni, e per forza di cose non sono necessariamente in contatto con quello che sta succedendo negli ambienti dei più giovani, intendo fino ai vent'anni, dove magari invece c'è una forte identità di gruppo che sceglie di rappresentarsi come tale. Ma per quella che invece è la mia esperienza, per quella che è la mia (uso un termine orrendo) generazione, non ho mai visto nell'underground italiano né tanto meno nella scena pop italiana, una presa di coscienza politica di gruppo. Individuale assolutamente sì. Mi sono chiesto diverse volte il perché di questo, ma non sono mai riuscito a darmi una risposta. Forse dipende proprio dalla natura della scena musicale italiana, che in realtà non si è mai costituita in "scene", per lo meno in tempi recenti (mentre magari negli anni Ottanta con l'hardcore, il metal, il punk, qualcosa del genere è esistito). Ma in quello che sarebbe il mio mondo, quello della musica più sperimentale, più d'autore, di ricerca, non credo ci sia mai stata una forte connessione, nonostante poi ci siano tantissimi rapporti d'amicizia, interazioni, collaborazioni. Però nulla che io abbia mai identificato come, appunto, scena."

"Emergono comunque delle personalità che possono dare delle direzioni. Io sono convinto che si tratti di traghettare anche un po' un modello di comportamento, di manifestare un'opzione, una possibilità di vita. Credo in realtà che tutti noi siamo individui fortemente politici, e per chi è omosessuale, queer, trans, LGBT, ci sia un peso più forte e più politico su di noi, non perché lo vogliamo, ma perché ci tocca, molto semplicemente. E quella del nostro lavoro è una dimensione pubblica, non importa se si tratti di cento spettatori, mille o diecimila. E quindi come ci manifestiamo in questa dimensione pubblica dà comunque delle indicazioni a chiunque voglia percepirle, o anche a chi non voglia ma semplicemente ci incontra nel suo percorso. E tu dai un'indicazione, dai un modello, una possibilità. Ecco. E questo per me è molto importante. Per lo meno, è una cosa di cui sono molto cosciente e che tengo sempre molto presente in quello che faccio. Mi piace pensare che lo facciano anche gli altri. Lo vedo fare da molti, ma non lo vedo fare nell'ottica invece di collettività."

"C'è anche un altro aspetto, però. E cioè che uno vuole essere preso sul serio come musicista. Quando fai questo lavoro, e questo è stato valido anche per molti anni fa, hai quasi paura che quell'essere un musicista omosessuale diventi un limite sul tuo operato artistico. Non perché la gente non ti prende sul serio, ma perché ti connota in modo forte. E quindi per anni ho sentito dire da molti, anche da personaggi famosi (come Marc Almond, per dire), 'No, io sono un musicista'. E invece oggi io sono molto contento di definirmi un musicista omosessuale e cerco di fare il più possibile per tirarlo fuori. Questa identità politica la vedo come un plusvalore, non come diminutiva rispetto a quello che faccio. Però questo è stato un percorso, fatto a livello individuale, frutto di una scelta personale".

L'attuale formazione dei Larsen vede due gay e due eterosessuali. Il suo progetto solista si chiama ( r ), mentre negli Almagest!, band in cui suona anche il compagno Paul Beauchamp (che, a proposito, con il chitarrista Paolo Spaccamonti ha fatto un discone quest'anno), tutti e quattro i componenti sono gay. Le tematiche omosessuali non sono mai mancate nei testi di Fabrizio, assieme a molto altro, dall'esoterismo all'approccio onirico, che si traduce in una musica free form, che si muove tra elettronica e noise, ambient e sperimentazione. Musica fluida, in cui sono volutamente decostruite strutture, ritmiche, chitarrone, e molti altri stilemi del rock.

C'è un termine molto bello che mi è capitato di sentire recentemente, depatriarcalizzazione, che ben si collega al lavoro fatto in musica da Fabrizio.

"Io sono fermamente convinto che il linguaggio musicale di per sé abbia un valore politico. E bisogna esserne coscienti, per poterlo fare al meglio e per portare avanti anche una ricerca artistica che sia coerente. È per questo che io poi ho problemi con alcuni generi musicali, in generale perché mi piacciono cose che non siano inscatolabili, che abbiano sempre una personalità propria. Ma anche perché trovo in una serie di generi un'estetica e una storia che poi nega la mia individuale. Nell'hardcore ad esempio, quella violenza a tutti i costi e in qualche modo il culto della figura maschile, 'Hey bro' e quelle cose lì. Anche no, basta, grazie. Quindi trovo anche strano quando magari invece di quel linguaggio si appropriano delle identità che sono identità queer o LGBT, perché mi sembra ci sia una forte sconnessione tra le due realtà. Penso sia nostro dovere invece portare avanti altro."

"Con i Larsen, che è una componente importantissima della mia vita e un progetto che porto avanti da venticinque anni, in realtà siamo in quattro, come in tutti i gruppi l'identità in gioco non è solo la mia, quindi è ovvio che diventa anche più difficile veicolare certi messaggi. Nel mio lavoro da solista, come ( r ) sono molto più diretto, ho fatto ad esempio un album che ha come sottotitolo A gay album by Fabrizio Modonese Palumbo, con molti testi dichiaratamente omosessuali. Con gli Almagest!, dove con Paul, Ernesto Tomasini ed Evor, siamo tutti e quattro omosessuali, lì per esempio il messaggio passa anche da una presentazione scenica ed estetica precisa, che fa riferimento al cabaret anni '20, un immaginario che ci appartiene moltissimo."

"Recentemente sono andato a vedere gli Slowdive con un amico, band che amo molto, e prima ancora che il concerto cominciasse ci siamo trovati a fare lo stesso discorso semplicemente guardando il palco. E notando come una band, che poi ha una presenza di suono molto ricca, imponente, sul palco avesse solo 6 o 7 piccoli amplificatori. Prima ancora che salissero sul palco già percepivi che non era una presenza, hai usato un termine giusto, patriarcale. Non c'era quel senso, cioè, di imposizione, quella che ti trasmette il muro di Marshall ad esempio. A volte basta veramente poco per mediare un'estetica, e quindi anche un'etica, altra."

"Vivo a Torino da sempre, ma sono cresciuto in realtà in un paese di montagna, Torre Pellice. Ero tagliato fuori da tutta una serie di input, non solo perché non ero in città, ma anche perché parliamo di anni in cui internet non esisteva. Ho fatto fatica a trovare una mia identità, non trovavo nulla in cui rispecchiarmi, nulla che mi facesse dire: 'Sì, quello voglio, quello sono'. Quel che arriva sono sempre messaggi di mercato, il rock è spesso quella roba super virilizzata. Poi in mezzo a quelle poche cose che vedevo in televisione un giorno mi compare Klaus Nomi e beh, quello era parecchio queer. Per me è stato un fulmine a ciel sereno. Lì mi ritrovavo, ma al momento neanche lo capivo sinceramente. Però lì scatta secondo me un meccanismo di riconoscimento. E mi piace pensare che lo stesso meccanismo possa essere effettuato oggi da qualcun altro su quello che è il mio lavoro, il lavoro di Vittoria, di Stefania, di Helena e di chiunque altro, che noi si possa essere in qualche modo una chiave di volta per qualcun altro."

"Dal punto di vista personale ovviamente ho subìto discriminazioni, ma come musicista sinceramente no. Anche perché per fortuna mi muovo in un ambiente che si spera sia comunque abbastanza civile ed evoluto. Ci sono stati un paio di episodi forse, che ricordo in realtà più con divertimento che con rabbia, anche se lì per lì me la sono sicuramente presa. Una volta a un concerto a Glasgow. Per anni ho cominciato il mio set solista (anche se poi eravamo in due a suonare) con la cover di Tammy Wynette, The ways to love a man. Una palese dichiarazione di intenti, non cambiavo neanche il testo. Aprivo con questo pezzo da solo sul palco e Daniele, che mi ha accompagnato in quel tour, mi raggiungeva dopo. E d'abitudine finito il pezzo arrivano gli applausi, si spera, o l'indifferenza quando non funziona, però insomma questo è quello che capita. A Glasgow sono arrivati un po' di insulti, e un atteggiamento un po' di confronto verso di me, al quale io sinceramente non ero abituato e soprattutto che non mi sarei aspettato a Glasgow. E invece è successo e per un attimo sono rimasto perplesso e anche un po' preoccupato, perché non sai mai quanto queste cose possano degenerare, e intanto tu sei sul palco. Tra l'altro per fortuna era anche un concerto bello pieno. Poi in realtà mi sono reso conto che il meccanismo, e me l'hanno anche confermato, era proprio più di confronto, e non necessariamente dovuto alla mia sessualità, proprio del tipo 'Non ti conosciamo, sei italiano, sei ricchione, vediamo se sei all'altezza di stare lì'. Lo trovo un atteggiamento proprio stupido e pietoso, fa ridere anche perché quelli che mi hanno insultato poi sono quelli che mi hanno comprato tutti i dischi, che vengono a stringerti la mano perché gli hai tenuto testa. Diciamo che è andata bene così."

"Un altro avvenimento un po' bizzarro invece è successo a Mosca, dove non mi sorprende per nulla visto che conosciamo quali discriminazioni esistano nella società russa, e ovviamente parlo di struttura politica, e poi di conseguenza di struttura sociale. Mai in Italia. Qui devo dire di non aver mai avuto dal punto di vista professionale nessuna forma di allontanamento o di pregiudizio nei miei confronti. Al tempo stesso è vero che però in Italia non ho neanche mai avuto nessuna forma di riconoscimento come musicista omosessuale. Tu sei forse il primo a intervistarmi su questi argomenti. Mentre all'estero sì, ci è stato chiesto di suonare in contesti LGBT, una scuola di Berlino mi ha chiesto di fare una lecture su questi argomenti. In Italia no. In questo vedo un atteggiamento che è molto italiano, che si è manifestato anche politicamente negli ultimi anni. In Italia in realtà non c'è mai stata una discriminazione legale verso gli omosessuali. Non c'era neanche all'inizio del fascismo, e se ci pensi è assurdo. Però non c'è neanche mai stato un riconoscimento. Anche solo il fatto di parlarne, ad esempio. Come dire, non è un problema, però non è neanche un valore. E invece no, col cazzo, è un valore eccome. E il mio valore sono io e come me milioni di altri. E quindi in qualche modo è vero che in Italia non ho mai avuto dei problemi come musicista omosessuale, ma è anche vero che l'identità di musicista omosessuale non mi è mai stata riconosciuta fino a tempi molto recenti."

Fabrizio e il compagno Paul Beauchamp dal dicembre scorso sono uniti in forma civile, a Torino. "Il nostro rapporto ormai ha quindici anni di storia, però legalmente solo pochi mesi", spiega Fabrizio. "Ho contattato l'ufficio appena uscita le legge. Ho trovato solo gente estremamente disponibile, un ottimo servizio. L'ufficio poi è quello che è, una stanza all'interno dell'anagrafe, il solito ufficio pubblico abbastanza squallido. E quando tu entri, la prima cosa che vedi è un poster di Tiziano Ferro. Questo mi ha fatto molto ridere, ma anche pensare onestamente. Perché in Italia c'è lui e basta, in ambito mainstream. Gli altri personaggi sono super nascosti. E non si è nemmeno mai capito perché, Tiziano Ferro (che è stato l'unico ad avere i coglioni di fare coming out) dimostra che non c'è un perdita di pubblico, che anzi anche chi non ti ascoltava comincia magari a darti retta. Però c'è ancora quella paura. Come in televisione. L'unico aperto, chiaro, è Costantino Della Gherardesca, non c'è nessun altro però che se ne fotte, che dice 'Io sono questo, uso il mio linguaggio, lo faccio con coscienza e tiro dritto'. Non c'è. E questo secondo me non è pudore, c'è proprio un buco culturale alle spalle".

"Soprattutto, secondo me, manca una capacità critica e di lettura del reale. Ad esempio, il classico discorso che alcuni fanno in Italia: 'Se c'è il gay pride, allora perché non c'è l'etero pride?'. Perché non ce n'è bisogno. Perché noi siamo vittime di una società che è l'eterosocietà, e l'eterosocietà non è mai stata vittima di un'omo- o di una queersocietà, semplicemente perché non ci è neanche mai stato concesso di provare ad averne una, giusto? E da questo punto di vista ci deve essere una presa di coscienza. Non più però da parte del movimento queer o LGBT, ma da parte di tutto il resto del mondo. E soprattutto da parte dei maschi, che sono un virus, sono un danno sociale incredibile."

"Torino è una città culturalmente molto viva. Nonostante tutte le critiche che possa fare all'attuale amministrazione, mantiene un'identità in cui mi sono sempre ritrovato. Torino ha una bella storia da questo punto di vista, è profondamente laica. Ci sono forse città in Italia e in Europa dove sembra che ci sia più movimento gay, che però si manifesta in sex club, nei gay village e in questo tipo di cose, che io ho sempre visto più come delle zone franche. Però se c'è bisogno di una zona franca vuol dire che il resto del mondo ti è nemico. A Torino di zone franche non ce ne sono così tante, e non ce sono mai state, secondo me perché in fondo il resto del mondo qui non è così nemico. Non ho mai avuto problemi a girare ovunque. È una città che mi ha indubbiamente agevolato in quella che è stata la mia crescita personale, e come me credo molti altri. Ovviamente faccio sempre riferimento alla mia età e alla mia generazione. E confrontandomi con persone più anziane di me (sembra impossibile ma ne esistono), quando Torino era una città industriale, dove qualsiasi lavoro era collegato alla Fiat, mi hanno raccontato che essere omosessuali è stata una cosa che veniva fatta pagare parecchio. Non tanto magari con violenza o discriminazioni, ma semplicemente col fatto di non poterlo vivere nel quotidiano, di essere costretti a nascondersi. Io personalmente non mi sono mai nascosto, e questo è anche sicuramente attitudine, conseguenza di scelte personali, però è anche vero che ho sempre vissuto in un contesto sociale che me l'ha concesso. Non so come sarebbe andata magari facendo un altro lavoro, ma anche vivendo in un'altra città, ci sono delle zone di Roma in cui io con Paul proprio eviterei di cercare dei casini. A Torino non mi sono mai posto nessun tipo di problema."

"Rispetto a quello che potrà essere il rapporto tra musica e queer, a come si esprimerà oggi e in futuro, io sono un grande fan delle nuove generazioni. Mi sembra abbiano delle grandi potenzialità, un'identità politica molto forte. Forse hanno una disillusione economica di partenza che non li ha portati a mettersi in una posizione di difesa e di frustrazione. Vedo gente molto aperta, molto a fuoco, che sa molto bene dove vuole andare e come andarci, e poi per ovvi motivi sociali è gente più libera, quindi anche nella musica io credo che venga più facile manifestare la propria queerness, di qualunque natura sia. Perché è più facile, e perché ne hanno più coscienza sin da subito. Anche perché è una cosa che a loro è più facilmente concessa, e penso che questo sia un gran vantaggio. Al tempo stesso forse, e lo spero, ci sarà sempre meno bisogno di evidenziare quell'identità politica. Nel momento in cui la società non discrimina più, non ti antagonizza, a un certo punto poi uno se ne può anche fottere, quindi io mi auguro che non ci sarà più questo bisogno di farsi tutte le seghe mentali che mi sto facendo io in merito o che si stanno facendo altri."

"Però al momento invece ce n'è ancora bisogno, e quindi è giusto farlo e a me sembra che i giovani lo facciano abbastanza bene. E innanzitutto ci vuole una presa di coscienza, sarò marxista in questo, non lo so, ma credo moltissimo nel rapporto tra etica ed estetica. Cioè quella roba lì per me è fondamentale, io non riesco veramente più a tollerare certe messinscene, certi modi di presentarsi, non tollero l'ironia, né i cliché. Secondo me bisogna avere una fortissima coscienza del rapporto tra etica e estetica ed essere molto consci di quali gesti si mettono in atto. Sia per quanto riguarda la presenza scenica, che come scelta di linguaggio. E con linguaggio non intendo necessariamente le parole ma proprio il materiale sonoro che si va ad attuare. E anche qua serve avere un po' di coscienza della storia della musica e della cultura. Banalmente il mondo del clubbing è sempre stato un mondo di controcultura queer e antagonista, e il mondo del rock invece è diventato (non sempre eh, all'origine tutto il contrario), ad esempio dagli anni Ottanta in poi, sostanzialmente il mondo del conformismo, infatti poi ti trovi gente come Kid Rock, non troverai mai una come Madonna che viene dalla disco, non è proprio possibile. E quindi serve avere un po' il senso della storia innanzitutto, e capire da dove veniamo."

"Poi nulla impedisce all'omosessuale di fare heavy metal ovviamente. Pensa a uno come Gaahl, cantante dei God Seed (e che per anni è stato frontman dei Gorgoroth). Uno così, che fa black metal, che si becca un sacco di minacce perché dice di avere il fidanzato, che tra l'altro fa il designer. Cioè, uno che è tutto sbagliato. Però è proprio quello il punto, se fai quelle scelte lì allora le devi fare tutte sbagliate. Devi andare a minare il sistema completamente, devi destrutturarlo del tutto. Che ad esempio è quello che fa Stefania. Si muove in un ambiente di musica estrema, e l'aspetto interessante è che lei è una donna di un metro e cinquanta, dichiaratamente queer e lesbica e lo fa da quella prospettiva. È un po' una mina vagante all'interno di quel sistema. Se uno ha una coscienza del valore dei linguaggi e della storia che ci sta dietro, allora diventi pericoloso per l'eterosocietà e la puoi smantellare. Se invece non ne sei cosciente invece ti trovi anche a rischio di feticizzarla."

"E trovo che in questo momento la presa di coscienza più forte avvenga da parte delle donne, siano bisex, lesbiche, queer, o qualsiasi altra cosa. E questo perché ne hanno veramente i coglioni pieni. E giustamente. Un maschio, un uomo gay, invece può nascondersi. E questo è un grande limite. Sono sicuro che ce ne siano tantissimi, anche nell'ambiente musicale. Ma penso che molti abbiano ancora una paura fottuta di non essere abbastanza maschi, di apparire checche, e questa forse è la cosa più misogina che uno può fare. Molte donne invece se ne fottono abbastanza di queste cose. Il problema non è essere lesbiche o queer, il problema sociale vero è essere donne. Un problema che vivono ogni giorno."

"Penso che i termini del discorso siano proprio questi: riappropriarsi della propria storia, averne coscienza, e capire il valore del linguaggio che si usa. E metterlo in atto, con un'azione dirompente più che dovuta. Sono molto ottimista in realtà, guardando le nuove generazioni tutto può solo andare verso il meglio. Però credo che proprio per questo non si debba abbassare la soglia d'attenzione. E proprio questo è il momento in cui bisogna darci dentro più di prima. Il castello ha cominciato a crollare, e allora serve darci quelle due mazzate per buttarlo giù del tutto e toglierci il problema."

Marco è su Twitter: @marcodevidi

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