Pubblicità
VICE News

Vi racconto cosa vuol dire essere l'avvocato di uno dei peggiori criminali al mondo

José Refugio Rodríguez ha rivelato a VICE News diversi dettagli della strategia legale decisa dal Chapo. Farlo uscire di prigione in 10 o 12 anni “sarebbe il picco più alto della mia carriera,” ci ha spiegato.

di Jan-Albert Hootsen
14 marzo 2016, 8:24am

Foto di Rebecca Blackwell/AP Photo

Segui VICE News Italia su Facebook per restare aggiornato

Joaquín "El Chapo" Guzmán ha passato gli ultimi due mesi nella stessa cella di massima sicurezza dove era stato sbattuto lo scorso luglio, e da cui era poi riuscito a fuggire. Qualcosa nel frattempo è cambiato: dall'evasione a oggi, infatti, l'aura mitica che lo circonda non ha fatto che aumentare.

"Joaquín Guzman è diventato una leggenda. Attorno alla sua figura si sono generate storie di cui persino noi ignoriamo l'origine," ha detto José Refugio Rodríguez, l'avvocato che coordina il team legale di El Chapo. "Sono sbalordito dal suo potere mediatico."

Lo scorso weekend Rodríguez ha concesso una lunga intervista a VICE News, rivelando i dettagli sulla sua strategia - a breve e lungo termine - per raggiungere il suo obiettivo: ottenere l'estradizione del suo cliente negli Stati Uniti. El Chapo vuole patteggiare con le autorità americane, e dichiararsi colpevole in una corte americana.

È stato El Chapo a decidere la strategia legale, ha spiegato Rodríguez a VICE News, durante i loro brevi meeting settimanali da 30 minuti consentiti dalle regole del carcere. "Non c'è molto tempo per parlare," dice. "Durante le nostre conversazioni, prende lui le decisioni su come procedere."

L'avvocato, 60 anni, ha rivelato anche un'altra cosa: El Chapo è ancora determinato a vedere realizzato un film sulla sua vita, con l'attrice Kate del Castillo — la stessa che aveva aiutato Sean Penn a incontrare il boss del cartello di Sinaloa a gennaio.

Quando José Refugio Rodríguez nomina il suo assistito, lo chiama Joaquín o Signor Guzman. Mai El Chapo.

"Fisicamente è messo male," spiega Rodríguez. "Se non lo lasciano dormire, morirà." Secondo il legale, il boss viene tenuto al freddo, sorvegliato continuamente, richiamato numerose volte durante la notte, presidiato da cani-poliziotto. "Al posto suo che cosa preferiresti, morire o essere imprigionato da un'altra parte?"

Rodríguez sta molto attento a eludere le domande più spinose: soprattutto quando gli chiediamo se El Chapo sarebbe disposto a fornire alle autorità americane informazioni sensibili sui suoi complici, o sugli ufficiali corrotti, in cambio di un accordo migliore.

L'avvocato José Refugio Rodríguez. (Foto di Jan-Albert Hootsen/VICE News.)

Nell'intervista con VICE News, l'avvocato ha anche rivelato che se gli sforzi per migliorare le condizioni di El Chapo in Messico andassero a buon fine, allora si batterà per tenere il suo cliente nel paese — dove le possibilità di tornare in libertà sono più alte.

"Se riusciamo a ottenere condizioni che garantiscano che la vita di Joaquín Guzmán non è in pericolo in Messico, allora ci batteremo con le unghie e con i denti per tenerlo qui," dice, durante l'intervista, avvenuta in un ristorante nella città di Morelia.

"Secondo la mia esperienza, non vedo come là [negli Stati Uniti, ndr] possa essere condannato a meno di vent'anni di reclusione," aggiunge l'avvocato. "Qui in Messico, sempre che non riusciamo a farlo uscire in meno di 10 o 12 anni, avrà comunque diritto ai domiciliari. Potrebbe riuscire a passare gli ultimi anni di vita a casa sua."

Poche ore dopo l'intervista, Rodríguez ci contatta per dirci che El Chapo ha ottenuto una sospensione delle misure più rigide, permettendogli di dormire più a lungo — talvolta, anche fino a sei ore.

Lunedì scorso tuttavia il commissario per la sicurezza nazionale, Renato Sales, ha rilasciato un comunicato, in cui ha spiegato che "lo stato messicano non si presterà a ricatti o strategie mediatiche."

La frase sembrerebbe rispondere alle accuse di presunta "tortura" verso el Chapo, accuse ribadite sia dall'avvocato Rodríguez sia dalla moglie 26enne del Chapo, Emma Coronel.

L'ex reginetta di bellezza, che non aveva mai parlato alla stampa, il mese scorso ha cominciato improvvisamente ha rilasciare interviste — accusando il governo di voler uccidere il marito, affinché non riveli quello che sa alle autorità americane.

Nelle ultime settimane, la vicenda surreale che ruota attorno al Chapo è stata condita anche da un altro colpo di scena: tale Rosa Isela Guzmán, in un'intervista al Guardian, ha dichiarato di essere la figlia maggiore del boss. Aggiungendo, inoltre, che l'uomo sarebbe andato a trovarla a casa sua in California, quand'era latitante. La rivelazione esplosiva sembra aver disturbato i membri della famiglia, in particolare la moglie Emma Coronel, che ha detto di non conoscere nessuna Rosa Isela Guzmán. "Sono informazioni molto delicate che non hanno nessuna base nella realtà," ha detto.

L'avvocato Rodríguez definisce tale botta e risposta "un conflitto familiare", ma cerca di mantenere le distanze. Anche lui però ammette di essere sorpreso dall'attenzione rivolta dai media internazionali verso ogni nuovo sviluppo nella vicenda di El Chapo.

La soap opera surreale sulla vicenda del Chapo è cominciata subito dopo la sua seconda cattura, quando il procuratore generale messicano disse che i poliziotti erano stati aiutati da alcune persone dell'industria cinematografica, le quali stavano elaborando l'idea di un film biografico sul narco-boss.

Oggi si parla meno del progetto per il film, ma Rodríguez afferma che è sicuramente ancora nei piani. "Guzmán non mi ha detto niente su Sean Penn, ma vuole ancora che il film sia fatto," dice. "E sarà fatto."

Rodríguez spiega anche di aver saputo per la prima volta del film quando venne contattato dagli avvocati del Chapo, affinché desse un'occhiata a un contratto proposto da due produttori argentini. In rapporti con Oliver Stone, questi due produttori sarebbero stati presenti anche all'incontro con Sean Penn.

Secondo l'avvocato, Guzmán avevo inizialmente sperato che Del Castillo avrebbe interpretato la moglie — salvo poi ritenere che fosse troppo vecchia per il ruolo.

"Il film non sarebbe stato fatto con i soldi di Joaquín," spiega oggi Rodríguez, "I produttori volevano che firmasse i diritti per il suo nome, così da poter ricevere finanziamenti adeguati da Hollywood e cercare attori di alto livello, il miglior regista, e il miglior sceneggiatore, trasformare il tutto in una mega produzione."

L'articolo di Rolling Stone non faceva parte del progetto, spiega Rodríguez. Secondo l'avvocato, Del Castillo si sarebbe sentita tradita da Penn e i produttori, e delusa perché l'intervista "apparteneva" a lei tanto quanto all'attore. Stando alle sue parole, Penn non avrebbe osservato alcuni accordi, pubblicando la sua foto con El Chapo e un video del boss che risponde alle domande, inizialmente registrato solo a conferma delle dichiarazioni dell'articolo.

Date le discordie nate in seguito alla pubblicazione del pezzo, i problemi legali di Del Castillo, e la ri-cattura di El Chapo, è difficile pensare che le cose riprenderanno da dove erano state lasciate. Ma Rodríguez insiste che l'idea di una biopic rimane sostanzialmente la stessa. "Il progetto esiste ancora, e Kate vi avrà un ruolo," dice.

Addosso un maglione blu e un paio occhiali scuri, l'avvocato appare stanco, mentre spiega che cosa l'avventura con El Chapo gli stia costando. "Per favore, ignorate le mie borse sotto agli occhi, ho lavorato senza sosta negli ultimi giorni," spiega durante l'intervista, che continua ad essere interrotta da chiamate e messaggi di altri clienti e giornalisti. "A volte mi sembra di lavorare nelle pubbliche relazioni," sorride.

Rodríguez è nato a Culiacán, la capitale dello stato nativo di Guzmán, Sinaloa, e luogo di nascita di alcuni dei più famosi boss della droga del paese. Quando aveva un anno, la sua famiglia si è trasferita nella città di Apatzingán, nella regione di Michoacán della Terra Caliente, anch'essa famosa per la sua tradizione di narcotraffico e criminalità organizzata.

È avvocato da 36 anni. Nel passato ha assistito anche Armando Valencia, nota figura criminale di Michoacán attiva negli anni '90. Oggi Rodríguez rappresenta anche Inés Coronel, il suocero di Guzmán, sospettato di essere un pezzo grosso del cartello di Sinaloa.

"Ho avuto l'opportunità di lavorare a molti casi importanti," racconta. "Con colombiani, messicani, membri del crimine organizzato."

L'avvocato dice di non aver avuto nessun tipo di rapporto con Guzmán prima di essere contattato dalla famiglia del boss l'anno scorso. Con lui ha parlato per la prima volta ad aprile, durante quattro lunghi colloqui. "Ero sorpreso dalla fiducia che riponeva in me. E non voglio deluderlo," dice. "Mi piace."

Rodriguez dice di non aver nessuna obiezione morale a difendere un cliente così famoso e accusato di aver mosso incredibili quantità di droga e aver alimentato la terribile violenza della guerra per il narcotraffico in Messico, che si stima abbia ucciso più di 100.000 persone.

"Senti, so perfettamente cosa è scritto nelle cartelle di Guzmán. Dicono che potrebbe essere imprigionato per narcotraffico e criminalità organizzata," dice. "Non sono uno che giudica al di là dei fatti. E questa è la verità: quando hai a che fare con una persona, più passa il tempo e più si crea un legame affettivo."

Negli anni, alcuni avvocati che hanno lavorato con membri del crimine organizzato sono stati uccisi, ma Rodríguez dice di non avere mai ricevuto "mai una parola cattiva da nessuno," nemmeno dai nemici dei suoi clienti.

"Quando ho rappresentato Arnando Valencia ho ricevuto minacce. Non sono andato a Michoacán per sette anni," racconta. "Ho rischiato veramente, ma stavolta non c'è nulla del genere."

Intanto, l'avvocato si prepara per quella che si aspetta sarà "una lunga battaglia" per migliorare le condizioni di detenzione del suo cliente in Messico.

"Se in Messico non rispetteranno un giusto processo, credo che Joaquín potrebbe uscire, e se questo succedesse potremmo evitare l'estradizione," dice, apparentemente convinto.

"Sarebbe il picco più alto della mia carriera. Potrei andare in pensione, poi. Vorrei tornarmene in campagna, passare tempo con i miei bambini e coltivare la mia piantagione di papaye vicino a Apatzingán."


Segui VICE News Italia su Twitter, su Telegram e su Facebook

Segui Jan-Albert Hootsen su Twitter: @Jayhootsen