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Metal Carter è più forte della morte

Abbiamo intervistato Metal Carter per parlare del suo album Slasher Movie Stile, del suo rapporto con la droga, di Instagram, di razzismo e di come la violenza gli ha cambiato la vita.

di Sonia Garcia
29 novembre 2018, 11:03am

Fotografia promozionale

La prima volta che ho parlato con l’unico e solo Sergente di Metallo, aka Metal Carter, aka Death Master & King italiano è stato nel 2013. Anche se all’epoca la sua esistenza era avvolta un po’ nel mistero, da fangirl totale del Truceklan quale ero sapevo che c’era da rendergli omaggio in ogni modo possibile. Per molti anni è stata una mia priorità assoluta e sono andata—e vado tutt’ora—molto fiera di quella prima intervista con uno dei suoi più membri più iconici e celebri. In quegli anni ho seguito il percorso del Sergente, andando ai suoi concerti e instore quando passava da Milano e mantenendomi in contatto con lui come potevo.

A distanza di cinque anni sono cambiate un po’ di cose. L’Italia in primis, il rap, me, e senza dubbio lui, Metal Carter. Lo scorso 26 ottobre è uscito su Believe Digital Slasher Movie Stile, sesto album solista del Sergente, dopo il successo di Cult Leader (2016) e Dimensione Violenza (2014). Ci ho fatto due chiacchiere in ricordo dei vecchi tempi, ma anche per consolidare il rapporto di stima mantenuto in questi anni, nonché il suo ruolo di Death King del rap italiano. Abbiamo parlato di violenza, razzismo—su cui è sicuramente più woke di tanti—social e haters.

metal carter slasher movie stile
La copertina di Slasher Movie Stile di Metal Carter, cliccaci sopra per ascoltarlo su Spotify.

Noisey: Che reazioni ha generato Slasher Movie Stile finora?
Metal Carter: Sta andando bene, i fan sono molto contenti e ne sto conquistando di nuovi. Non c’è un solo pezzo che sia stato criticato. Come al solito sono stato maniacale nel lavorarci. Dopo Cult Leader, uscito nel 2016, ho fatto una trentina di live e promosso in giro l’album, dopodiché sono tornato in studio. È stato tutto abbastanza no-stop. Per gli album precedenti mi prendevo pause più lunghe mentre ora che mi sono stabilizzato con studio e team, il 3Tone Studio, il mio producer Depha Beat e tutte le altre persone con cui collaboro. I tempi si sono accelerati.

Ti trovi bene con il tuo team?
Ci siamo trovati tutti bene nel lavoro di gruppo, ed è fondamentale per quello che voglio fare con la mia musica. Il disco bomba lo faccio, ma se non ho alle spalle un team che mi piazza i concerti, o che mi cura gli introiti SIAE, tutto ciò che si collega alla mia attività di musicista, non andrò lontano. Non sono così presuntuoso da dire che so fare tutto. Io so fare il rap. Dopo vent'anni di dedizione posso permettermi di dire che il rap lo so fare. Soprattutto adesso che ci sono i ragazzini di vent'anni che fanno trap…

Com’è la convivenza con la trap, la nuova scuola, i giovani artisti della scena?
Questi ragazzini fanno i king dopo due giorni che sono in giro. Io dopo vent'anni che faccio rap, quando entro in cabina so esattamente quello che devo fare, ma sono anche molto autocritico e studio tantissimo. La nuova scena mi è indifferente. Sono abbastanza disinteressato alle nuove scuole, seguo principalmente i miei coetanei e quelli con cui ho collaborato nei miei dischi. Ognuno di loro l’ha fatto perché c’è un rapporto di stima reciproca, altrimenti non sarebbe andata in porto la collaborazione. In questo album si è vista questa differenza, rispetto al precedente.

Come sei arrivato a realizzarlo? Cosa caratterizza Slasher Movie Stile?
Penso sia il seguito naturale di tutto il mio percorso artistico intrapreso fino a ora. Cult Leader aveva sonorità diverse e molti più featuring. C’erano Fibra, Noyz, Madman, Nex Cassel, Danno, Aban, Ice-One, E-Green… una buona parte del meglio del rap italiano. Stavolta mi sono concentrato su di me e ho puntato a collaborazioni più underground. Si tratta esclusivamente di artisti romani: Ci sono Rak e Sedato Blend, c'è un pezzo con Numi, un ragazzo giovane di Acilia, mio amico stretto e legato alla scena trap. Tra tutti i featuring, è quello più “moderno”, e quando nelle dirette mi chiedono chi stimo della nuova scuola faccio sempre il suo nome. Poi c’è il mitico Suarez GDB, e infine c’è lo skit di Noyz, in cui mette in chiaro la mia posizione di Death King della scena italiana. Metal Carter, che nelle sue canzoni affronta un certo tipo di temi, è molto fraintendibile, ma più passa il tempo più la gente arriva a conoscerlo davvero.

E poi c'è una bonus track, "Pagliaccio di Ghiaccio Parte 3".
È un pezzo che è stato richiesto tantissime volte dai fan. L’ho messa come bonus perché per quanto sia intrisa di violenza, ha un mood diverso. Come apertura, invece, ho l’intro con lo scratch di DJ Craim, il DJ di Kaos. Un rapper dovrebbe considerare l’importanza dello scratch nella sua musica: in un periodo in cui si sta perdendo la cultura delle quattro discipline hip-hop, io ci tengo molto a riproporre la vecchia scuola.

Ci sta. Il tuo è un approccio da sempre molto coerente, anche un po’ controverso, come il pezzo omonimo nell’album.
"Controverso", che è proprio il brano in cui cerco di spiegare al grande pubblico di che natura sia questa controversia. Nel ritornello dico "Sono solo un tipo preciso / dal dolore reciso", che non è altro che la verità. Addirittura il mio editore aveva interpretato: sono un tipo preciso nel recidere", ha! In realtà intendo che sono proprio una persona precisa, a posto, che si comporta bene e non è un criminale, ma che è portata a scrivere certe cose per via del dolore che ha subito in passato. Il dolore può compromettere la tua precisione, la tua stabilità. Il dolore della vita, le vicissitudini, mi hanno causato non pochi problemi, e questi a loro volta mi hanno reso più sensibile a certi argomenti e linguaggi. Superare le vicissitudini della vita ti rende forte, saggio ed esperto. Solo chi viene messo in difficoltà può capire la sua reale forza e io mi sento, adesso come non mai, un uomo forte.

Il tuo linguaggio è ormai una firma, dopo tutti questi anni.
Sì, è come se esistesse un Metal Carter style, unico e inconfondibile. Di pari passo col primato del Death Rap King italiano. Il primo a definire il death rap è stato Necro, rapper di Brooklyn ebreo, che usava anche per descrivere la sua musica. Descrizione che si è poi diffusa in tutto il mondo. L’ho anche scritto sotto al video di "Doccia di Sangue": secondo Necro, è uno stile di gangsta rap più intenso, folle, malato e brutale. È influenzato dal death metal e dai film horror.

E in che rapporti sono il death rap e il gangsta rap?
Il vero gangsta rap non parla di spaccio o di cosa combinano i malandrini per strada, come si crede in Italia, ma di eliminazione. Un vero OG, Original Gangster, elimina direttamente i suoi nemici. Necro e Kool G Rap, non a caso, si sono messi a fare musica insieme a un certo punto, sotto il nome di The Godfathers: il progetto ha funzionato perché Kool G Rap faceva gangsta rap classico, mentre Necro lo reinterpretava in chiave esasperata, cinematografica. Pur con background diversi, entrambi andavano a parare sull’eliminazione fisica di qualcuno. Ovviamente si spera sempre che rimanga tutto un trip, ma il messaggio alla base è quello. Il death rap è più cruento, va a trattare anche di massacri, satanismo... quello che faccio io. Il gangsta rap è più street, quindi incarna comunque una violenza ancestrale che si può vivere in certe situazioni estreme.

La violenza è il leitmotiv della storia degli Stati Uniti, non è un caso se il rap—e l’hip-hop in generale—è nato lì.
Certo, gli Stati Uniti sono un tutt’uno con la violenza. Anche io qualcosa ne so. Vengo da un quartiere dormitorio, neanche periferia Primavalle. Adesso è migliorato, ma quando ero bambino non aveva affatto una bella nomea. Tra genitori mezzi squilibrati e il quartiere sono letteralmente cresciuto immerso nella violenza. E sai che chi ha paura di essere ucciso sviluppa in sé una sorta di vincolo alla violenza? Chi ha terrore, viene minacciato di morte, o si ammala e va a finire in clinica—e non è il mio caso perché sono sempre stato una persona forte—sviluppa lo stesso esatto istinto. Tu vuoi uccidere me? Allora anche io voglio uccidere te! È quello che succede in guerra tra due eserciti in conflitto: se non spari prima te, sparo prima io. Nessuno di noi due è contento di farlo, ma è la circostanza che ci porta a compiere questo gesto. Quando uno è messo così alle strette, è quasi costretto a essere folle e disumano. Per questo è nato il gangsta rap, per necessità.

Qualche tempo fa su Facebook ho letto un tuo commento, di risposta a un ragazzo che sotto a un tuo post parlava di razzismo: "Invece il razzismo è intrinseco nella natura umana, è difficile trovare una sola persona che non abbia un minimo di tendenze razziste e discriminatorie verso qualcun’altra". Trovo che sia verissimo.
È semplice: l'uomo tende a discriminare, a odiare, e quindi a essere razzista.

Già. Dicendo "siamo tutti antirazzisti" non ci si prende carico di alcuna responsabilità. Essendo il razzismo un sistema, dovremmo partire dal presupposto che nessuno ne è realmente escluso.
Sì, perché altrimenti si scade nel buonismo spiccio, sebbene l'antirazzismo sia un principio sacrosanto. Ultimamente mi stavo leggendo il libro di Harley Flanagan, il fondatore di una famosa punk hardcore di New York, i Cro-Mags. Lui è bianco e punk, ma ammette di aver avuto tendenze razziste perché nel suo quartiere i bianchi erano in minoranza e venivano presi di mira da neri, portoricani, eccetera. Quindi ammette di essersi trovato ad avere atteggiamenti razzisti nei confronti di quelle minoranze. Ed era pure punk! Di solito quando si pensa a un punk non si pensa a un razzista, ecco. Questi sentimenti sono conseguenze dirette di esperienze di vita non propriamente serene, o felici. Vengono fuori perché vieni messo alle strette.

Certo, non è un modo per giustificarli. Queste ammissioni dovrebbero aiutare a sviluppare un discorso più realistico su come affrontare certe questioni.
Eh sì. Il razzismo peggiore è quello fondato sull’odio verso chi ha un diverso colore della pelle. È tremendo. L'odio altrui lo puoi subire in moltissime circostanze. Ad esempio, da ragazzino nel mio quartiere venivo odiato semplicemente per come mi vestivo. Tutti ascoltavano musica disco, erano coatti e mi prendevano di mira. Non dico di aver subito razzismo, ma quel substrato di odio incondizionato me lo sono preso anche io. Ero un estraneo totale che ascoltava musica strana e si vestiva strano. Provavano un misto tra paura e odio nei miei confronti. Poi il quartiere era periferico e più una zona è periferica più è ignorante. Se si sta in centro è ovvio che c’è un concentrato più alto di gente di cultura, e la cultura porta tolleranza. Ad ogni modo la società è cambiata molto. Quando ero ragazzo era molto omologata, distinguersi era oggetto di scherno immediato.

Com'è Metal Carter quando usa Instagram? Che rapporto hai con i social?
Ottimo. Ultimamente faccio molte dirette Instagram, è divertente sia per me che per i miei fan, che così possono partecipare alla mia vita quotidiana. Iniziano a capire un po’ di più chi sono. Sono diventato più estroverso e uso i social con maggiore libertà. Ho avuto anche periodi difficili, perché mi sono lasciato con mia moglie, e non è stato semplice. Non so se hai visto che su Instagram avevo lanciato quel gioco della Death Queen…

No, non ho visto!
Avevo fatto un giochetto per distogliermi dalla separazione con mia moglie, una specie di contest per ragazze per uscire con me. Come fosse un Truce Uomini e Donne. “You wanna be my Death Queen? Fight for the Death King!” era il motto. È durato tre mesi. Consisteva nell’uscire con me, era molto semplice. Ho avuto anche due Queen Hunter per un periodo, che mi aiutavano a selezionare.

Un Truce Tinder!
No, non era così basso. Non mi interessava scopare. Avevo un fine un po’ più nobile, volevo trovare la mia Death Queen. E infatti l’ho trovata. La ragazza con cui sto l’ho conosciuta così. Doveva essere serio, come contest, non potevo prendere in giro le persone. Con alcune di loro sono rimasto in amicizia, con altre meno, com’è anche normale. Il mio editore è rimasto colpito da questa mia trovata, mi ha detto che era geniale a livello di marketing. Il punto è che non ho pensato assolutamente al suo potenziale comunicativo, non sono un tipo che pianifica le cose in questo modo. È venuto da sé perché sono in questo periodo particolarmente estroverso.

Come ti rapporti con gli hater?
Ci sarà sempre chi avrà da ridire sui miei testi, perché sono troppo crudi o scandalosi. Ovvio che cerco sempre di reinventarmi in quel senso, di trovare nuove rime eclatanti, che fanno parlare di me. Il rap è così: la gente dice certe cose per esporsi. Ci sono sempre pro e contro. In realtà a conti fatti gli hater sono sempre di meno, perché ormai hanno capito chi è il Death King. Non c’è nulla da fare. Quando tutta la scena collabora con te, quando tutti gli addetti ai lavori ti supportano… qualcosa vorrà dire. Questa cosa del contest può sembrare una stupidata, ma chi è che si può permettere di farlo nel 2018 senza che nessuno ribatta? Nessuno ha fiatato, perché il Death King sono io e basta. Quando uno ha un primato è giusto rivendicarlo.

Magari una tipa può sentirsi oggettificata, non so.
Per questo devi essere una tipa un po’ particolare, per partecipare. Quello della Death Queen è una corona che pesa. Non sei una Barbie Queen, né la Pop Queen, ma la Death Queen. Ti deve star bene questo appellativo. Ormai a quarant'anni mi conosco, so che carattere ho. Mi piace esprimermi in questo modo. Si tratta di arte e rap, ed esiste dappertutto. Anche i miei show dal vivo si sono talmente affinati che ormai chi mi viene a vedere dal vivo si trova davanti uno show da paura. La mia presenza scenica è figa. Quando la realtà è così schiacciante devi solo stare zitto.

È vero che sei diventato straight edge?
Sì, dal 1 gennaio 2018. Anche questo ha aiutato il mio parziale cambiamento di personalità, nell’essere più estroverso e avere le idee più chiare. Ho fatto come la letterina a Babbo Natale: da un giorno all’altro ho detto "Adesso mollo tutto". E l’ho fatto. Non avevo problemi di dipendenza gravi con niente, altrimenti non ci sarei riuscito. Hai fatto bene a chiedermi questa cosa, perché ovviamente c’è ancora qualcuno che non ci crede, a cui rispondo sempre che se mi drogassi lo direi. Che problema ci sarebbe? Invece no, non mi bevo manco il té o il caffè. Nessuna sostanza che possa alterare la mente.

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