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La Supercoppa, o come indignarsi per l'Arabia Saudita solo quando fa comodo

La vicenda delle donne saudite non nasce ieri con Milan-Juve, ma è ben presente a tutti da diversi decenni—tranne a chi fa comodo.

di Lorenzo Declich
04 gennaio 2019, 7:00am

Il "King Abdullah Sports City Stadium" a Jedda, dove si disputerà la Supercoppa italiana. Foto via Wikimedia Commons.

Il ciclo di una polemica politica funziona così: uno si sveglia la mattina e si fa un giro delle news. Ne vede una che gli suona male, apre il social network, e spara. Talvolta si tratta di una cosa di buonsenso; spesso però è piena di semplificazioni e inesattezze; e molto più spesso è qualcosa che manca di contesto.

A quel punto può essere che qualcuno dia seguito alla sparata. In quel caso si va avanti, si costruisce il caso, si incarta bene il tutto. Senonché una volta chiusa la storiella, ricevuto il plauso e incassato il consenso, le cose rimangono appesa là, senza un domani, senza un risultato tangibile reale. Nel frattempo qualcuno si è ripulito la coscienza, qualcun altro si è attaccato al carro dei vincitori e così via.

L'ultimo esempio è la vicenda della Supercoppa italiana tra Milan e Juventus che si giocherà a Jedda, in Arabia Saudita. L’altroieri la Lega Serie A aveva diramato le istruzioni per l'acquisto dei biglietti e si era scoperto che allo stadio c'erano settori riservati ai soli maschi, dunque era scattata l'indignazione.

Ieri appunto ci si è svegliati, si è fatto un giro su Twitter e si è iniziato a far polemica. I picchi più alti: Giorgia Meloni e Alessandra Mussolini. La prima ci ha spiegato che "le donne possono andare solo accompagnate nel settore famiglie, da sole no, perché l’Islam non lo ammette" ma il fatto è che "l'islam" in questa cosa c’entra fino a un certissimo punto: è l'Arabia Saudita, casomai, interpretando al suo solito retrogrado modo l'islam, che emette un regolamento.

Alessandra Mussolini, poi, ci ha detto che "La #LegaCalcio lo sa che le #donne non possono entrare nello stadio," ma la notizia è imprecisa, come si legge nel comunicato che lei stessa ri-pubblica.

Intanto pure Matteo Salvini si è infiammato, dicendo: “Che la Supercoppa italiana si giochi in un paese islamico dove le donne non possono andare allo stadio se non sono accompagnate da un uomo è una tristezza, una schifezza, io la partita non la guardo. Dove sono le femministe italiane e le Boldrini di turno? Io un futuro simile in Italia per le nostre figlie io non lo voglio."

Naturalmente, "le femministe italiane" sono da tempo sul pezzo e Salvini non lo sa, o finge di non saperlo, o comunque non si cura del dettaglio perché—lo sappiamo—si fa solo i fatti suoi.

Per la cronaca, la vicenda delle donne saudite non nasce ieri con Milan-Juve ma è ben presente a tutti da diversi decenni. Negli ultimi anni la campagna per permettere alle donne di guidare è arrivata fino in Italia ma, soprattutto, c'è stata—parliamo degli ultimi mesi—un'ondata di arresti di attiviste saudite ad opera di Mohammed Bin Salman, il principe ereditario e vero burattinaio dell'Arabia Saudita.

Arresti con accuse che giudicheremmo stravaganti se non fossero invece allucinanti. Ad esempio, lo scorso maggio, le autorità saudite hanno arrestato sette persone—incluse quattro donne che si erano battute per il diritto di guidare—con l'accusa di avere avuto "contatti sospetti" con entità straniere e di avere fornito loro "soldi con l'obiettivo di destabilizzare il Regno."

Questa roba è perfettamente chiara alle femministe italiane e ovviamente a tante altre persone. Così come sono chiare le responsabilità del principe nell'assassinio del giornalista Jamal Khashojji all'interno dell'ambasciata saudita di Istanbul e—infine—nell'aggressione dello Yemen che, come tutti sanno, ha portato morte, distruzione e fame in quel paese.

Molte altre persone sanno bene che l'Italia vende al principe bombe fabbricate in Sardegna. Tuttavia, non sono le femministe italiane a voler "rilanciare la collaborazione" con l'Arabia Saudita, bensì Matteo Salvini. Lo scorso cinque luglio il ministro ha ricevuto al Viminale l’ambasciatore del regno dell’Arabia Saudita in Italia, Faisal Bin Sattam Bin Abdulaziz Al Saud.

Sul sito del Ministero compare infatti questo virgolettato: “L’Arabia Saudita costituisce un elemento di stabilità e affidabilità tanto nei rapporti bilaterali quanto come attore nel più generale scacchiere mediorientale. È mia intenzione rilanciare la collaborazione tra i due Paesi per riprendere un dialogo costruttivo non solo in tema di sicurezza ma in tutti i settori economici, commerciali e culturali.”

Certo, risulta un po' floscio il "turno" di Laura Boldrini che però, a dire il vero, è abbastanza tempestivo e soprattutto—al contrario di quello di Salvini—si inserisce in un contesto generale coerente.

Tornando al caso di specie, si genera il seguente paradosso: un Ministro dell'Interno che a luglio stendeva tappeti rossi al saudita ora se la prende contro due società di calcio e una federazione che vanno a far cassa a Jedda.

Il risultato è che magari Milan-Juve la giocheranno in Italia (anche se il presidente della Lega Calcio Giampaolo Micciché dice di no), ma Mohammed Bin Salman continuerà a mettere in galera le attiviste per i diritti delle donne e anzi, per coprire il suo crimine e recuperare la sua immagine di riformatore, forse aprirà tutti i settori degli stadi alle donne. Niente di più facile.

E così dimenticheremo di nuovo l'Arabia Saudita, il suo brutale dittatore, e le bombe che gli vendiamo e che uccidono la gente in Yemen.

[Aggiornamento delle 14.30 del 4/01/2019] Sono stato contattato dal segretario generale dell'Usigrai, Vittorio di Trapani, di cui ho citato un tweet nell'articolo. Ci tiene a sottolineare che, nel suo ruolo, ha iniziato a occuparsi di Milan-Juve in novembre, quando la questione dei posti riservati ai soli maschi nello stadio di Jedda non era ancora venuta alla luce. Sul piatto c'era tutto il resto. Di Trapani da allora ha scritto a Lega Calcio, Juventus, Milan e Associazione italiana calciatori, e ha incontrato il Presidente della Lega Calcio, Gaetano Micciché. Il 31 dicembre scorso è uscita su TuttoSport una lettera da lui firmata che è consultabile qui.

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