Política

Chi sono i Democratici Socialisti americani e perché non c'è niente del genere in Italia

Come mai in alcuni casi la sinistra riesce a guadagnare trazione riscoprendo il radicalismo, mentre in Italia il PD sta ancora dietro a Minniti?
15 novembre 2018, 9:37am
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La nuova generazione di politici progressisti portata alla ribalta dalle recenti elezioni di midterm negli Stati Uniti ha marcato una serie di record che, oltre il dato grezzo dei risultati, sembrano indicare un cambiamento profondo nella politica americana: non sono mai state elette così tante donne al Congresso, e tra loro ci sono le prime due native americane (Sharice Davids e Deb Haaland), le prime due musulmane (Rashida Tlaib e Ilhan Omar, quest’ultima ex rifugiata somala) e la più giovane deputata della storia USA (l’ormai famosissima Alexandria Ocasio-Cortez), mentre in Colorado è stato eletto Jared Polis, il primo governatore dichiaratamente gay.

Il messaggio sembra chiaro: la parte più progressista del paese risponde alle politiche xenofobe, nativiste e ultra-liberiste della Casa Bianca con un mosaico variegato di donne, giovani, appartenenti a minoranze etnico-religiose o alla comunità LGBTQ, e con programmi chiaramente orientati a sinistra.

Ocasio-Cortez e Tlaib sono apertamente socialiste, affiliate al gruppo dei Democratic Socialist of America (Dsa), che così hanno guadagnato per la prima volta due seggi alla Camera dei rappresentanti. In totale, i Dsa sono riusciti a ottenere 40 vittorie elettorali a livello statale, provinciale o municipale, registrando una forte crescita di consensi e ritagliandosi un ruolo da protagonisti nel dibattito politico.

Nati nel 1982 dalle divisioni del vecchio Partito Socialista Americano, i Dsa non sono un vero e proprio partito, ma un’organizzazione che raccoglie e coordina numerose sezioni (i “capitoli,” chapters) articolate a livello locale e dotate di una certa indipendenza. Sono quindi più simili a un movimento, o a un gruppo di pressione. Alle elezioni appoggiano di volta in volta il candidato progressista che si avvicina di più al proprio programma, seguendo nei confronti del Partito democratico una strategia di “infiltrazione”—ossia, cercando di battere alle primarie i candidati “moderati” sostenuti dall’establishment e spostare a sinistra l’asse del partito.

Ocasio-Cortez è riuscita nell’impresa, sconfiggendo nel proprio distretto un pezzo grosso come Joseph Crowley, che contava sull’appoggio di praticamente tutti gli esponenti democratici più in vista, oltre che su una disponibilità finanziaria quasi venti volte superiore. Il successo della giovane candidata del Bronx ha fatto guadagnare migliaia di nuovi iscritti ai Dsa, che con più di 50mila affiliati sono ora l’organizzazione socialista di gran lunga più importante degli Stati Uniti.

La loro ascesa, però, è cominciata due anni fa, con la campagna elettorale di Bernie Sanders—che, pur non facendo parte dei Dsa, definendosi “socialista” ha sdoganato un termine fino ad allora utilizzato quasi unicamente in senso dispregiativo. Alla fine Sanders è stato boicottato in tutti i modi dal Partito democratico e ha perso le primarie. Ma le forze che si erano mobilitate spontaneamente per sostenerlo sono andate in cerca di una piattaforma da cui ripartire—a maggior ragione dopo lo shock della vittoria elettorale di Trump. I Dsa, dopo circa tre decenni passati ai margini della politica, hanno saputo intercettarle.

Con buona pace dei media conservatori e dei repubblicani, che di fronte a questa nuova sinistra agitano lo spettro del comunismo come ai tempi della Guerra Fredda, il socialismo negli Stati Uniti ha assunto in questi due anni l’aspetto di un fenomeno pop. Il marxismo si diffonde tra i millennial a colpi di spiegoni su Teen Vogue, mentre sono passate tra le fila dei socialisti anche alcune celebrità dello spettacolo—come l’attrice Cynthia Nixon, che ha provato (senza successo) a spodestare Andrew Cuomo dal ruolo di candidato governatore dello stato di New York.

Da questa parte dell’oceano, dove è facile che una deputata faccia notizia più per come si veste che per il proprio programma, in molti si sono chiesti (per esempio Ida Dominijanni su Internazionale) come mai non si veda all’orizzonte nessun movimento simile. È la domanda che una parte dell’opinione pubblica di sinistra, orfana di rappresentanza politica, ripete a se stessa sin dai primi successi di Bernie Sanders in USA e Jeremy Corbyn nel Regno Unito: come mai in alcuni casi la sinistra riesce a guadagnare trazione riscoprendo il radicalismo, mentre in Italia il Partito Democratico sta ancora dietro a Marco Minniti?

Il programma dei Dsa—che prevede tra le altre cose l’assistenza sanitaria gratuita per tutti, il salario minimo a 15 dollari, l’abolizione dell’agenzia federale che gestisce militarmente l’immigrazione (ICE) e l’università gratuita—ha come modello di riferimento non Cuba o il Venezuela, ma molto più semplicemente, come il nome stesso dell’organizzazione suggerisce, la socialdemocrazia europea (nordica in particolare). Questa precisazione è necessaria per capire una prima differenza fondamentale di contesto: l’obiettivo più radicale per cui si battono i democratici socialisti americani è qualcosa che i cittadini di tutta Europa danno per scontato da più generazioni.

Qui lo stato sociale non è un obiettivo da conquistare, ma un insieme di privilegi da difendere—e sono proprio i partiti socialdemocratici a essersi impegnati maggiormente nel tentativo di smantellarli negli ultimi trent’anni, con politiche neoliberali che si sono rivelate totalmente inadeguate di fronte alla crisi economica, e hanno favorito l’ascesa di una destra nazionalista che si atteggia a difesa dello stato sociale, additando essenzialmente due nemici esterni (i migranti, le istituzioni europee) come minaccia al mantenimento del benessere acquisito.

Di conseguenza, il compito delle sinistre negli Stati Uniti e in Europa è diversissimo: da una parte, bisogna convincere l’elettorato che i benefici di un’economia in forte crescita possono e devono essere redistribuiti più equamente, mentre ora vanno a vantaggio solo di una piccola parte della popolazione; dall’altra, un’ipotetica nuova sinistra europea deve contrastare le destre opponendo un programma capace di tenere insieme l’inclusione sociale, la difesa dei diritti e una prospettiva concreta di rinascita economica per uscire da una stagnazione che sembra infinita. Non un compito facile, evidentemente.

Una seconda differenza riguarda la struttura stessa del sistema politico statunitense, dove il tradizionale bipolarismo scoraggia qualsiasi forza indipendente e condanna sul nascere le avventure politiche dei partiti “terzi,” ma allo stesso tempo rende molto più duttili e permeabili i due partiti maggiori, che grazie al meccanismo delle primarie sono relativamente facili da “scalare”—è quello che ha provato a fare Sanders, e che è riuscito a fare Trump, a livello nazionale.

I vertici del Partito democratico statunitense non sono meno sordi alle istanze di sinistra di quanto non sia la segreteria del Pd in Italia, ma sono costretti ad accettare proprio malgrado un cambiamento che si muove dal basso. In Italia, dove l’ultima volta che un outsider ha provato a scalare il Partito Democratico è stato con Beppe Grillo nel 2009, una situazione del genere è difficilmente immaginabile.

Così, le forze progressiste che pure esistono nella società italiana—basti pensare alle recenti mobilitazioni contro il decreto “sicurezza” e il ddl Pillon—si trovano riflesse in una rappresentanza politica frammentata, incapace di trovare l’onda giusta per tornare a crescere con una piattaforma unitaria.

D’altra parte, il successo dei socialisti negli Stati Uniti non va esagerato: accanto alle vittorie eclatanti ci sono state anche numerose sconfitte—tra i candidati appoggiati ufficialmente da Sanders, per esempio, solo nove su 20 hanno vinto—ed è ancora tutta da vedere l’influenza concreta che i nuovi eletti riusciranno ad avere sull’asse democratico. Una prima sfida si giocherà sulla presidenza della Camera, ruolo che l’ala più moderata del partito vorrebbe ri-affidare alla 78enne Nancy Pelosi, incarnazione vivente dell’establishment democratico più tradizionale.

Tuttavia, a prescindere dai risultati elettorali, sembra chiaro che la crescita dei democratici socialisti non è destinata a fermarsi. Gran parte del merito di questa ascesa sta nell’essere riusciti, lavorando con una prospettiva di lungo termine, a spostare i termini del dibattito, normalizzando e spingendo al centro del discorso pubblico slogan, parole d’ordine e proposte politiche che a molti conservatori sembrano ancora impensabili.

In questo allargamento della “finestra di Overton”—ovvero il range di ciò che si può dire e pensare—sta forse la lezione più importante che i movimenti di sinistra europei possono imparare dai socialisti americani. In un articolo pubblicato su Vox lo scorso agosto, Meagan Day—attivista dei Dsa e redattrice di Jacobin, la rivista socialista da poco sbarcata anche in Italia—spiega in termini molto semplici le differenze tra la il socialismo democratico e il liberalismo keynesiano in stile New Deal. Nel farlo, specifica con grande franchezza che, sul lungo termine, l’obiettivo ultimo dei socialisti è porre fine al capitalismo.

Si può discutere su quanto sia realistico questo obiettivo e su quanto sia efficace la via riformista che i Dsa accettano di percorrere per ottenerlo, ma questa ammissione così smaccatamente ideologica ha la funzione basilare di riportare sul piano del pensabile un’alternativa allo stato di cose attuale. Se guardiamo all’Italia, nemmeno nel programma di una forza politica che teoricamente dovrebbe collocarsi ben più a sinistra dei Dsa, come Potere al Popolo, l’orientamento anti-capitalista viene sancito con altrettanta chiarezza e linearità. Nei programmi delle altre formazioni che aspirano a costruire un’alternativa al centrosinistra liberale del Pd, come Possibile e il già defunto Liberi e Uguali, neanche a parlarne.

Forse allora il problema non sta nel fatto che i giovani italiani siano i meno di sinistra dell’Europa occidentale, ma nella persistente mancanza di una forza politica che—in un paese dove “socialismo” fa ancora pensare a Bettino Craxi—sia capace di riappropriarsi delle parole d’ordine.

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