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Siamo stati nel Cocoricò abbandonato a parlare con chi lo ha reso leggendario

Abbiamo raccolto le foto del più grande tempio della notte italiana dopo la chiusura e intervistato i sacerdoti della sua piramide: NicoNote, DJ Ralf, Sensoria e lo storico direttore artistico Loris Riccardi.

di Camilla Sernagiotto; foto di Marianna Arduini
05 settembre 2019, 11:00am

Tutte le foto © Marianna Arduini, Ascosi Lasciti

Il Cocoricò non è stata una discoteca tra le più importanti d’Italia. È stata la discoteca. Inaugurata nel 1989, la sua mission iniziale non era però quella di fare ballare la gente ma di immergerla in un bagno di cultura a 360 gradi. Si trattava di uno spazio polivalente in cui si celebrava l’arte in ogni sua forma. Quando poi negli anni Novanta prese piede la techno e arrivò DJ Cirillo, sull’anima polivalente del Cocoricò prevalse quella del ritmo sfrenato dei 120-140 bpm.

Però il resto non morì: il Cocoricò, checché ne dica l’italiano medio e il borghese romagnolo, è stato un tempio non solo del divertimento ma anche dell’espressione artistica e culturale ad ampio spettro. Purtroppo l’11 giugno di quest’anno il tribunale ha sancito il fallimento definitivo della società che faceva capo al locale, mettendo la parola fine su quello che molti, in maniera affettuosa, chiamavano il Cocco.

La crisi, i conti in rosso, la pressione fiscale e la morte per overdose di un sedicenne nel 2016 hanno incominciato a erodere le basi su cui la celeberrima Piramide di vetro ha poggiato per quasi trent’anni. Non che ora non ci sia più, quella piramide. Anzi: sulla collina di Riccione guarda ancora tutta la città dall’alto, simbolo del divertimento e del glamour romagnolo, come se fosse la scritta di Hollywood de noantri.

A visitarla oggi è stata Marianna Arduini di Ascosi Lasciti, la più grande community italiana di urbexer. Questi cultori dei luoghi abbandonati sono soliti inoltrarsi tra le pareti in cui polvere, crepe e usura del tempo hanno preso il sopravvento, immortalandole in scatti suggestivi. E guardando quelli del Cocoricò verrebbe da dire: “Se queste pareti potessero parlare…” Così ho deciso di farlo. Sono andata a interpellare l’anima di quelle mura: la gente che ci ha lavorato.

piramide cocoricò

Negli anni Novanta e a inizio Duemila, tantissime persone facevano parte degli ingranaggi ben oliati di un’azienda italiana celebre sia in patria sia all’estero, capace com’era di attirare il popolo dei clubber da tutta Europa. Il Cocoricò ha portato turismo, indotto economico, fama e tanto altro ancora all’Italia. Ma in pochi gli hanno riconosciuto questo merito.

Uno degli aspetti più interessanti è quello di avere portato per primo l’avanguardia teatrale e artistica accanto alla consolle, questo grazie a un direttore artistico sui generis: Loris Riccardi. “Mi ricordo di pareti ricoperte di pistole e di ragazze e ragazzi nudi in teche piene di mosche…”. A raccontarmelo è Ralf, DJ resident del Cocoricò a cui si deve l’apertura di Titilla, inizialmente un piccolo salottino all’interno del club e poi diventato celebre sala nel giro di neanche due anni.

David Love Calò, il DJ della sala Morphine, mi racconta che “tutto il locale cambiava aspetto ogni sei mesi, trasformandosi. Potevi trovare una zona composta di zolle erbose da calpestare a piedi nudi e poi un labirinto. C’erano spesso allestimenti scenici molto forti, come quello del gruppo teatrale Socìetas Raffaello Sanzio che attaccò quarti di bue ovunque, simbolo del macello di corpi”.

Grazie alla sensibilità artistica di Riccardi e alla sua vicinanza con i gruppi teatrali sperimentali della Romagna—tuttora il più grande festival di teatro, danza e performing arts d'Italia si svolge a Santarcangelo di Romagna—il Cocoricò divenne scenario di avanguardie. Dalla Teddy Bear Company ai Fanny & Alexander e ai Motus, non c’era mostro sacro della scena teatrale d’essai che non volesse entrare in cartellone al Cocoricò. Nacque il cosiddetto “teatro da discoteca”, con nomi di tutto rispetto anche del panorama mondiale come la celeberrima Fura dels Baus.

Quello proposto al Cocco era un teatro impegnato e scioccante che voleva risvegliare le coscienze dal torpore borghese. Nel 2014 la compagnia ravennate Fanny & Alexander finì addirittura in caserma e il Cocoricò si beccò una denuncia per concorso aggravato in atti e spettacoli osceni. Per entrare nel locale bisognava attraversare coppie di uomini e donne nudi, una citazione artistica della storica performance di Marina Abramovic e Ulay alla GAM di Bologna nel 1977, quando i due artisti in costume adamitico costrinsero i visitatori a passare tra i loro corpi per studiarne le reazioni.

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Cristian Camporesi, meglio conosciuto come Sensoria e Aware Project prima come produttore di Cirillo e poi come resident del Cocoricò, mi racconta della serata a tema Via Crucis, con gente seminuda crocefissa alle pareti, immobile fino all’alba. Al Cocco, Sensoria ci ha trascorso la bellezza di 25 anni, vedendone di tutti i colori. “Facevo musica dal vivo, con batteria elettronica, sintetizzatore e computer. Suonavo solo le mie composizioni quindi non ero esattamente un DJ. Sono l’unico ad avere suonato davvero in tutte le sale: nella Piramide, al Morphine, al Ciao Sex, nel bagno delle donne…”

Un nome che non è stato solo spettatore di allestimenti teatrali ma grande protagonista è il Principe Maurice, al secolo Maurizio Agosti Montenaro Durazzo. “Ero Performing Artist e Maestro di Cerimonie, a volte regista e scenografo nonché vocalist. Avevo grande libertà di espressione dovendo solo seguire linee guida dettate dal geniale Loris Riccardi”. L'allestimento per lui più interessante è stato quello della Casetta, un appartamento a vista realizzato in Piramide in cui abitava dall’apertura alla chiusura, uscendo solo per raggiungere Cirillo in consolle a fine serata. “Una specie di Grande Fratello ante litteram, insomma”.

Anche Salvi Semeraro, PR storico del Cocoricò, ne ha viste tante nei 21 anni di lavoro al suo interno. Membro ufficiale della “famiglia Cocco” dal ’98, mi parla subito di una performance per lui indelebile: “Era la serata di Capodanno del ’94 e una coreografa berlinese aveva appeso ai lati della Piramide quattro performer incaprettate. Da un privé un tizio travestito da cacciatore brandiva un fucile e si sentivano degli spari. Dalle donne appese incominciava a colare sangue che cadeva sulla gente sotto. Il sangue era quello di un maiale ucciso per la performance.” Niente era troppo avanti per un locale in cui nel ’99 potevi vedere dondolarsi sull’altalena della Piramide personaggi mitici come Cicciolina o Maurizia Paradiso, prosegue Salvi con orgoglio.

Rossana Maria Teresa VonAlberton è stata vocalist del Morphine e PR interna nel 2014. Chiama il Cocoricò “lui”, personificandolo e parlandone con voce rotta dall’emozione. Per Rossana, così come per tutti gli altri, “lui” non era solo una discoteca ma qualcosa di speciale, quasi inspiegabile per chi non ha mai varcato quella soglia. “Entravi e ti sentivi dentro una grande famiglia. Tutti si abbracciavano, l’empatia era a livelli elevatissimi, così come il lusso e la bellezza. Tutto questo ti faceva sentire importante, esclusiva, amata”.

Nello stesso anno di Rossana anche Andrea Gazzera approda al Cocoricò come PR esterno. Ha solo 18 anni ma grazie al suo entusiasmo riesce a battere il record assoluto del numero di prevendite nel primo anno di lavoro: 2205. Mi racconta che i PR vivevano tutti assieme, una decina per ogni casa per rendere più coeso e motivato il gruppo. “Il Cocoricò era un mondo parallelo. Entravi e non avevi più pregiudizi o timori. Anche persone che non c’entravano nulla riuscivano a divertirsi e a sentirsi a proprio agio. Per il Tunga XXL, una serata gay e trans, mandai un gruppo di altoatesini. Si sono divertiti tantissimo, erano entusiasti! A tutti quelli che sono andati al Cocoricò è rimasto qualcosa in testa e nel cuore”, mi dice Andrea.

piramide cocoricò

Per il DJ del Morphine David Love Calò “la cosa davvero speciale era la convivenza di realtà diversissime. Nella sala techno della Piramide c’erano molti ragazzi orientati politicamente verso destra, nel Ciao Sex c’erano gay, trans e appartenenti alla comunità LGBTQ+ e invece al Morphine bazzicavano intellettuali più orientati a sinistra. Era un’unione di gente diversissima che conviveva senza problemi nello stesso locale, una cosa unica. E nessuno con maschere: ciascuno si mostrava per quello che era realmente”.

Per DJ Cirillo, invece, il Cocco è stato il più grande rave indoor della storia. Lo presentava proprio così a chi ancora non lo conosceva: “All’estero l’ho sempre definito ‘The Biggest Indoor Rave’. Fin dai suoi primissimi anni rispecchiava—e molte volte superava—le feste e i rave in cui lavoravo in tutto il mondo”.

Nessuno riesce a spiegarsi quella cosa sovrannaturale che a tanti è successa entrando al Cocoricò. Nessuno tranne Sensoria, che mi fa una rivelazione: “La cosa speciale era la Piramide. Poco tempo fa dei fisici hanno scoperto che la piramide egizia concentra energia elettromagnetica, incanalandola e disperdendo le onde nel substrato. La Piramide del Cocoricò faceva la stessa cosa: concentrava l’energia e la passava sotto, dove c’era la gente che ballava. Perciò nella Piramide si sperimentava qualcosa di inspiegabilmente speciale”.

Non solo la Piramide offriva shot di energia pura: anche il Morphine, a dispetto del nome, era in grado di elettrizzare. Nicoletta Magalotti aka NicoNote è la performer e DJ che Riccardi scelse come curatrice artistica dello spazio che più amava. “Lo spirito con cui ho disegnato l’identità del Morphine e con cui invitavo gli ospiti era quello di creare una situazione straniante, un set in divenire, con forme e formati non omologati, interazione e sconfinamenti con universi paralleli” mi racconta. “Facevamo sperimentare un clima unico e trasversale, tra elettronica e sperimentazione radicale. Un gesto plastico disegnato per tutta una notte, dove i contorni erano nell’alterità. Un po’ come nei film di Lynch, caleidoscopici momenti in successione”.

Oltre al lato misticheggiante e intellettuale, un aspetto più tangibile ed evidente era quello della trasgressione. Il Cocoricò è stato un tempio del proibito in un Paese e in anni in cui la sperimentazione era tabù. Però sembrava che le leggi del bigottismo italiano non oltrepassassero la selezione all’ingresso.

“La trasgressione c’era, faceva parte dell’anima del Cocoricò. Anche se non ero un buttafuori, quando vedevo qualcuno esagerare intervenivo. Ma la trasgressione era soprattutto vestirsi in maniera strana ed esagerata. C’era un door selector al Titilla che faceva entrare solo le persone con outfit spettacolari, dagli abiti anni Sessanta ai boa di struzzo. Se eri in jeans e t-shirt ti scordavi di entrare. Immaginati quindi una sala con dentro 300 persone tutte vestite in maniera pazzesca”, mi racconta il PR Salvi Semeraro.

titilla cocoricò

DJ Ralf mi dice che la trasgressione esplodeva soprattutto al Ciao Sex, il club il cui filo conduttore era lo humour gay e queer. “Non credo però ci fossero atti sessuali totalmente espliciti. Ma comunque il sesso non è mai stato un tabù. C’era libertà, voglia di divertirsi e di esprimersi senza freni inibitori”.

Sensoria invece mi racconta che “negli ultimi 15 anni c’erano paletti eccome, non era tutto ammesso solo perché si trattava del Cocoricò. Dopo la legge anti-fumo, ad esempio, non era permesso accendersi una sigaretta o una canna. Qualcuno trovava il modo di farlo ma ufficialmente non si poteva. Per quanto riguarda le droghe, all’epoca andavano le pastiglie ed era difficile vedere chi le usava. Erano invisibili, le scioglievano nel bicchiere ed era impossibile controllare in maniera capillare”. Sensoria ci tiene inoltre a sottolineare che comunque il Cocoricò non era il Berghain: “C’erano punti poco visibili in cui la gente si appartava, non proprio dark room ma semmai ‘dark room condominiali’ dato che dentro c’era parecchia gente... Però non è che succedesse chissà cosa!”

Eppure non era ciò che i benpensanti mal pensavano. “Le amministrazioni e il riccionese medio vedevano il Cocoricò male, come il posto da evitare, il luogo di perdizione dei drogati. Un pregiudizio su cui il Cocco giocava molto: essere il posto del diavolo. E il fatto che la Piramide fosse di vetro e che da fuori si vedesse tutto quello che succedeva dentro, anche da lontano, amplificava questa provocazione nei confronti della città”, spiega DJ David Love Calò.

Il performer Principe Maurice mi racconta che una sera, nel percorso dai camerini alla consolle indossando una tuta in lycra leggera e un po’ lacerata in stile punk, è arrivato a destinazione a brandelli, praticamente in perizoma da danza e tacchi. “Mi era stata letteralmente strappata di dosso, non con violenza ma con morboso desiderio di contatto”. Ma ha continuato tranquillamente a lavorare. “La seminudità e la nudità integrale non sono mai state un problema nelle performance. Lì non ci si vergognava di esprimersi liberamente, si inscenavano anzi fantasie e creatività che altrove sarebbero state impossibili”.

E altrove sarebbero state impossibili anche le serate da paura che hanno fatto la storia della Piramide riccionese. Da quella consolle sono scesi i più grandi mostri sacri del clubbing di tutti i tempi. Dalla notte di Halloween 2011 con Richie Hawtin e Loco Dice fino a Chris Liebing nell’aprile 2018 e Carl Cox nell’agosto dello stesso anno, le serate memorabili sono state parecchie, molte delle quali si devono a DJ Cirillo. “Sono riuscito a portare dei resident guest con cadenza annuale con internazionali come Sven Väth, PCP, Marusha e Carl Cox, solo per citarne alcuni”, mi racconta.

Per DJ David Love Calò invece un ospite da chapeau è stato Arto Lindsay, che arrivò al Morphine con chitarra e ampli per fare un’improvvisazione di noise guitar di mezz’ora. “Ne uscì un happening anni Ottanta molto newyorkese”. Mi racconta anche della serata in cui il poeta-filosofo Manlio Sgalambro venne a recitare alcuni suoi scritti, con un accompagnatore in incognita che solo all’uscita fu riconosciuto e osannato da tutti: Franco Battiato in persona.

Di grandi nomi ne sono passati tantissimi al Cocoricò: da Enrico Ghezzi, Asia Argento, Aphex Twin, Grace Jones fino ad arrivare allo stilista Jean-Paul Gaultier. Se queste pareti potessero parlare racconterebbero la storia del costume, della cultura e della società di fine Novecento e inizio Duemila come nessun altro. Forse per la società odierna il Cocoricò di allora non avrebbe più senso, anche se in tanti sperano di vederlo risorgere dalle sue ceneri: “Penso che ci voglia una cordata di imprenditori forti che facciano andare di nuovo la Ferrari come una Ferrari. Ma sono certo che prima o poi il Cocoricò riaprirà”, mi assicura Salvi Semeraro.

DJ Ralf è più scettico. Sarà perché si rende conto che “Riccione sembra sempre meno disposta ad accogliere la nightlife. Le amministrazioni hanno preferito virare verso un turismo più maturo composto di famiglie in vacanza, sfavorendo l’attività del clubbing. Eppure Riccione deve tanta della sua ricchezza a 25 anni di clubbing! C’è chi rimpiange i tempi del Cocoricò anche a livello imprenditoriale ed economico: quel locale portava un indotto enorme alla città, basti pensare ai ristoranti e agli alberghi che riempiva ogni fine settimana”.

Addirittura le librerie hanno conosciuto tempi d’oro grazie agli allestimenti del Cocoricò. “Una sera il locale era dedicato a Yukio Mishima, lo scrittore giapponese che mescolava romanzo e Kabuki che nel 1970 per contestazione politica compì il seppuku, il suicidio rituale dei samurai”, mi racconta una persona intimamente legata al Cocoricò che ha richiesto di mantenere l’anonimato. “Il giorno dopo nelle librerie riccionesi sono entrate decine di ragazzi a chiedere i libri di Mishima. Anche questo è ciò che il Cocoricò ha portato alla città ma nessuno lo riconosce”.

Sensoria spera in una riapertura che ricolleghi il Cocoricò alle sue origini: “Sarebbe bello se rinascesse come centro multiculturale. All’inizio il Comune era contento perché il Cocoricò era una culla culturale, un fiore all’occhiello. Potrebbe tornare a esserlo”. Anche perché una discoteca vecchio stampo, secondo alcuni di loro, non avrebbe più tanto senso. Il cambiamento più grosso? Quello dello smartphone perennemente in mano.

“Negli anni Novanta in una sola serata arrivavi a conoscere cento persone che arrivavano da tutta Europa. E poi le ritrovavi il week-end dopo. Oggi non è più così e la colpa è del cellulare. Anziché vivere il momento, godersi l’esperienza, ballare e ascoltare, la gente riprende, posta sui social network, guarda non quello che ha davanti ma l’immagine attraverso lo schermo. Il cellulare ha fatto sì che la gente si trovi altrove, che non sia lì in quel momento a vivere l’esperienza nella sua interezza”, dice con rammarico Sensoria. E ha ragione perché la grandezza del Cocoricò è stata proprio quella dell’esperienza unica, irripetibile e sensazionale che ogni sera si celebrava come un rito magico su quell’altare incredibile che è stato la Piramide.

cocoricò chiuso

Secondo tutti quelli che ho interpellato, a creare la magia è stato lui: Loris Riccardi. Il direttore artistico del Cocco—che il critico musicale Pierfrancesco Pacoda nel suo saggio Riviera Club Culture definisce come colui che ha fatto “diventare la Piramide del Cocoricò un simbolo importante per Riccione quanto il Louvre per Parigi”—è da tutti indicato come l’artefice dell’incanto.

“Il Cocoricò non esiste più da tanti anni, da quando nel 2006 Loris Riccardi lo ha lasciato. Loris era Diaghilev e il Cocoricò era il suo Nijinsky. Mi dispiace che nessuno parli di Loris perché lui ha creato tutto. Un genio. Gli si deve tutto”, mi dice Isabella Santacroce, scrittrice che frequentava il Cocoricò e che a volte faceva DJ set al Morphine.

Decido di provare a contattare questo nome che tutti idolatrano ma scopro che non ha quasi mai rilasciato interviste, è riservatissimo ed è privo di Facebook, Twitter e di qualsiasi canale permetta oggi di arrivare in pochi step a qualcuno. Dopo varie ricerche riesco a raggiungerlo nel modo più anni Novanta che esista: chiamandolo sul numero fisso di casa. Nota subito il mio entusiasmo e accetta eccezionalmente di fare una chiacchierata con me. Ma guai a definirlo direttore artistico: “Io non dirigevo, è stata una magia che ho condiviso con altre persone. Mi limitavo a lanciare un’idea ma poi tutto veniva fatto insieme. Tutti eravamo direttori di tutti”.

L’intuizione di coinvolgere l’avanguardia teatrale e artistica in un luogo ben lontano dal palcoscenico è stata dettata da un sentire molto semplice: “Non ho badato a ciò che andava in discoteca ma ho tenuto presente quello che piaceva a me. Volevo colpire con qualcosa di nuovo rispetto all’ambiente della discoteca in anni in cui tutto era omologato”.

Essendo un appassionato di teatro, assieme a Nico Note ha coinvolto Romeo Castellucci della Socìetas Raffaello Sanzio: gli ho detto di fare quello che voleva per la notte di Capodanno. Lui ha allestito la Piramide con pareti interamente ricoperte di carne di mucca che gocciolavano sangue. In mezzo, su un letto fatto a ring, due performer facevano l’amore. Facevano davvero l’amore ma nessuno se n’è accorto. La discoteca intera rimase flashata da quell’allestimento che mescolava creazione, mucche e sangue. Da quel momento il Cocco incominciò ad avere un indirizzo diverso, diventò un locale diverso, unico nel suo genere. Il mio più grande rammarico è che ci siano poche testimonianze video e fotografiche”.

Erano anni in cui la tecnologia non era a portata di mano come oggi quindi può solo raccontarmi di quando Enrico Ghezzi ha messo su i dischi, di quando ha tenuto una lezione su Kubrick indossando una maschera originale del film Eyes Wide Shut e della volta in cui stava presentando il suo libro Paura e desiderio e, mentre parlava, una ballerina gli strappò il microfono per raccontare una barzelletta su John Wayne. “Tutti scoppiarono a ridere, Ghezzi in primis. Ecco: questo era il Cocoricò. Un posto magico”.

Oltre al rammarico di non avere abbastanza testimonianze video e foto, Loris ammette con un velo di amarezza che in pochi hanno saputo cogliere la loro modernità. “I nostri erano messaggi attuali, contemporanei, addirittura precursori dei tempi. E non eravamo la copertina di una rivista ma una discoteca. E soprattutto non eravamo a New York, ma a Riccione!” Benché a suo dire le leggende metropolitane sul Cocoricò fossero tante, ammette che la trasgressione faceva parte del gioco: “Era dappertutto. Tutto il mondo della notte è fatto di trasgressione, con poche eccezioni.”

Secondo lui è inimmaginabile ritrovare oggi il Cocoricò di quegli anni perché ora non avrebbe più senso. “Non mi manca il Cocoricò in sé ma tutto quello che c’era intorno: l’aria che si respirava, il profumo che si sentiva appena entravi, le persone, l’atmosfera. Mi manca l’entusiasmo e l’armonia. Lì dentro non c’era niente che stonava e non per via della musica o degli allestimenti: lì dentro c’era armonia”.

Che sia stata l’energia elettromagnetica incanalata dalla Piramide o quella intellettuale incanalata da Riccardi, oggi non si può più scoprire da dove arrivasse quell’armonia. Anche se le foto di Ascosi Lasciti e le parole degli ex addetti ai lavori fanno intuire che la bellezza era dappertutto. Compreso negli occhi di chi guardava.

Camilla è giornalista, scrittrice e autrice televisiva. Seguila su Instagram.

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