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La leggenda dei Chemical Brothers

Nessuno come i Chemical Brothers è riuscito a far passare la techno in TV e mettere d’accordo discotecari, punk, tamarri, metallari e più o meno chiunque abbia un paio di orecchie.

di Vincenzo Marino
01 ottobre 2019, 2:14pm

I Chemical Brothers live alla Hacienda di Manchester negli anni 90. (Foto di PYMCA/Universal Images Group via Getty)

I Chemical Brothers suoneranno al Mediolanum Forum di Milano il 16 novembre e al Modigliani Forum di Livorno il 17 novembre. I biglietti sono già in vendita.

In questo passaggio verso il nuovo mondo (musicale) c’è stato un momento in cui abbiamo deciso che le cose dovevano suonare sempre “nuove” e i suoni arrivare alle orecchie tutti allo stesso modo, a prescindere da genere e ritmi. Alla fine siamo arrivati ad accettare il fatto che ascoltare qualsiasi cosa sia stata scritta, pensata o anche solo ballata su TikTok da qualcuno che avesse più di 21 anni fosse da retrogradi, conservatori. Da anziani.

Capiamoci subito: quello che state per leggere non è un rant contro i giovani—i giovani-giovani, intendo, non i trentenni come me—che hanno comunque avuto il merito, finora, di aprire tutte le finestre di casa e far cambiare l’aria, liberandoci dallo schema delle band con chitarra, basso e batteria e dalle loro canzoni buone per le pubblicità delle monovolume.

A un certo punto abbiamo deciso che lo “schema-canzone” andava refreshato (non rinfrescato) e adeguato al tempo; che i suoni fossero tutti per forza freddi o almeno freschetti, oppure latini; e che non ci fosse spazio per la coerenza, o almeno per un viaggione individuale di una certa durata. Ecco: tutte queste cose le abbiamo decise così forte che ci siamo dimenticati di festeggiare il fatto i Chemical Brothers quest’anno ci hanno ricordato che suonano ancora come i Chemical Brothers. Ad aprile 2019 infatti è uscito No Geography, il decimo album in studio del duo di DJ/producer britannici di musica elettronica. Adesso provate a rileggere la frase e scomporla in unità di senso: “2019” + DJ/producer” + “elettronica” + “decimo album”. Fa strano, e dice alcune cose.

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La copertina di No Geography dei Chemical Brothers, cliccaci sopra per ascoltarlo su Spotify

Dice prima di tutto che ascoltandolo troviamo quasi 25 anni di carriera coerente per un brand musicale che si è immaginato un suono e ha continuato a scalpellarlo senza compromessi—nonché una delle esperienze musicali tra le più potenti per chiunque non avesse in animo di diventare una rockstar, preferisse la cultura club, e sia nato tra il 1980 e il 1990.

E dice, appunto, che i due rappresentano da anni un pezzetto segnante e significativo delle vite di chi li ha incrociati, musicalmente, nella propria ricerca. Scrivendo questo articolo, per esempio, non riesco personalmente a immaginare a qualcosa di più forte nella scena della mia adolescenza, che non fosse quella roba che sapete tutti se avete più o meno la mia età: i Blink, i RHCP, quella roba lì.

C’era il rockettino, o il rockettone, l’ovvio pop, e il rap era alla sua ennesima ondata tipo infiammazione. E poi lì, cagato nel nulla, c’era il video di “Hey Boy Hey Girl” che ti faceva letteralmente impazzire qualsiasi genere ascoltassi, e che finiva su MTV anche se non rientrava in quelli di cui sopra. Che poi adesso sembra del tutto naturale, o una roba talmente antica da trovare senso solo perché “passato”, ma quella roba lì finiva in TV, ed era sostanzialmente techno.

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Uno screenshot dal video di "Hey Boy Hey Girl", cliccaci sopra per guardarlo su YouTube

A titolo d’esempio: avevo decine di amici e compagni di scuola di cultura hardcore, o punk, o proto-emo, o grunge, che erano disposti a concordare sul fatto che quella roba lì, sì, magari era “da discoteca”, ma era una figata lo stesso, e ci uscivano di testa quando partiva quella voce inquietante, quella cassa, o quando passavano il video di “Out of Control” (altra bomba nucleare). Non c’è quasi nessun’altra esperienza elettro, o altro producer, in grado di essere avvicinabile a questa cosa, anche solo a livello numerico.

Comunque sia, alla fine chi lo faceva tornava ad ascoltare i Pearl Jam, o i Rancid, o Alessandra Amoroso, o che so io. Noi che abbiamo continuato, invece, siamo rimasti lì fermi, esposti alle intemperie, funestati dai cambi di guardia nei suoni. Mentre loro, i Chemical Brothers, facevano succedere Surrender e Dig Your Own Hole, e poi Come With Us e Push the Button, sempre a modo loro.

Arrivato al 2019 mi piace pensare a questa linea viola e blu, che si distende come una timeline bella liscia e dritta, come ai confini degli stati USA che tagliano random le praterie di netto perché percorrono quel meridiano lì e non si scappa: è quella striscia che arriva coerentemente fino ad aprile 2019, a No Geography, e che sopravvive a vita, morte e miracoli del big beat, alla French touch, alla dubstep mortale da trailer del cinema, al blitzkrieg della tech-house e alle adunate EDM coi suoi santi e i suoi eroi.

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The Chemical Brothers dal vivo, foto promozionale

È così perché te ne accorgi subito dal modo in cui ancora concepiscono la canzone come unità, e all’album come insieme. A come nella loro stesura ritmica i crescendo siano enfatici ma del tutto naturali, mai paraculi. A cose come i cambi di passo organici e mai troppo muscolari, a come il bassone funky non diventi mai per forza cringe anche quando il rischio è forte. A come l’ingresso dei nuovi elementi anticipi sempre di un po’ rispetto alle convenzioni musicali.

O ancora, a come il drop non si risolva nella somma delle parti, ma in qualcosa di nuovo e diverso: è quello che accade in decine di canzoni, che posso mettervi qui dentro a memoria senza andare a cercarle (“Come With Us”, “Music: Response”, “Denmark”, “Another World”, “My Elastic Eye”), e che ritrovi ancora oggi in No Geography in pezzi come “Eve of Destruction”, in “We’ve Got To Try”, o nella title track.

Abbiamo temuto per qualche tempo e per qualche uscita che l’ossessione per il suonino pulito e pop, e per il cantatone televisivo, li trascinasse nelle radio e li facesse duettare con un Giorgio Moroder. O che la loro abitudine nel tracciare tre o quattro solchi diversi ad album li portasse a rastrellare via tutto. Invece ne sono usciti con “Bango”. Che poi intendiamoci: a me piace sentire roba nuova sempre. Il Release Radar è il mio migliore amico. Di solito, se ripesco la roba che ascoltavo tre anni fa, mi brucia la fronte. No Geography è uno degli album che ho ascoltato di più quest’anno, e l’han fatto due producer elettro nati nel Settanta. Fate voi.

Vincenzo scrive e gira video per VICE, ma è anche un producer. Ascolta il suo ultimo EP e seguilo su Instagram.

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