Interviste

Tutto Populous, dal metal alla cumbia di Azulejos

"Dopo Roots dei Sepultura non ho più trovato niente che provocasse in me lo stesso shock. Poi mio padre mi ha passato i Massive Attack e i Portishead. Forse anche per quello sono diventato gay!"

di Elia Alovisi
01 giugno 2017, 9:49am

Fotografie di Flavio&Frank.

Non mi ricordo bene com'è successo, ma a un certo punto mi sono trovato a scherzare con Andrea, che si fa chiamare Populous, sul fatto che si venga tutti dal punk e dal noise. La gag è che lui davvero viene da quelle cose lì, nonostante oggi—e da un bel po' di anni—faccia elettronica, e l'abbia resa sempre di più qualcosa di scorrevole e fluido e ballabile e festaiolo. Pranziamo assieme, e appena finita la mia scodella di pasta mi sono già reso conto di quanto la sua qualità più evidente sia un'enorme apertura mentale a livello musicale: parliamo dei Meshuggah come della Dark Polo Gang, di Manu Chao come di Chanca Via Circuito senza che la conversazione si interrompa.

Ascoltando le sue cose in ordine cronologico, è bello rendersi conto di come Populous si sia preso da Dio per un sacco di cose diverse, negli anni. Agli inizi, quando era su Morr Music, c'era un sottotesto hip-hop a dare sostanza al tutto, con incursioni quasi alla Four Tet in quel periodo in cui "folktronica" era una parola reale. Poi un disco cantato, Drawn in Basic, a testimoniare il suo amore per il trip-hop dei Novanta e l'indietronica dei Broadcast.

Infine, con Night Safari, la svolta: un album mondalista, preso bene con l'India, l'Africa, il Medio Oriente, rilavorati secondo la sua sensibilità accogliente in una forma musicale unica. Fortuna o sfortuna volle che in quel periodo anche Digi G'Alessio cominciò, con il suo progetto Clap! Clap!, a trovar fortuna abbandonando l'Occidente a livello musicale, e DJ Khalab cominciò a farsi strada tra il rumore dell'internet con le sue cose. Così, nel giro di un attimo, si era creato un giro di produttori italiani che facevano quella cosa lì. E quindi via di concerti assieme, riconoscimenti mediatici e così via; ma una struttura del genere non è sostenibile a lungo termine, se i soggetti sotto a cui è stata costruita non intendono adattarcisi ma continuare per i loro rispettivi percorsi.

E arriviamo così ad Azulejos, un album per cui Andrea usa almeno dieci volte l'aggettivo "sensuale." Un disco che nasce dalla sua presa bene per il Sud America e la cumbia, pensato e calibrato su un'esperienza di vita in Portogallo—da cui il titolo del disco, che indica le iconiche piastrelle che ricoprono le case di metà nazione. Parlandone, siamo finiti a tirare in mezzo anche la taranta, l'hip-hop italiano e quanto la gente non capisca l'ironia o il pop latino internazionale—che dai, diciamocelo senza troppi pipponi mentali, "Despacito" in fondo è un pezzone.

Il video di "Azulejos."

Noisey: Quindi, dato che vieni dal punk e dal noise anche tu, dimmi qual è stato il tuo noise preferito.
Populous: Ho avuto un'evoluzione che parte dal giro di Seattle e si è spostata a New York, con Unsane, Helmet e Amphetamine Reptile. Suonavo la chitarra, e mi sono veramente fatto delle pere di quella roba là. C'è stato un punto di non ritorno quando ho cominciato a passare al metal, al grindcore, alla roba svedese e norvegese. "Secondo me c'è qualcosa in me che non va," mi son detto, e sono passato dai Meshuggah agli Orbital in due secondi.

Hai letteralmente avuto quel pensiero?
Il metal è una sorta di religione. Devi dedicare tantissimo tempo agli ascolti, è una cosa molto poco punk e piena di disciplina. Quando cominci a suonare sei costantemente giudicato per quello che fai, per la tua tecnica, per la tua velocità. Io non sopporto la competizione, e quindi ho eliminato quegli ascolti. Sono logiche che non mi sono poi più trovato a dover affrontare, facendo elettronica. Certo, puoi anche fare un disco registrando i rumori delle foglie, tipo i Matmos: secondo me è molto più punk del metal, l'elettronica. È libertà e DIY. Non puoi fare metal se non hai un sacco di persone che ti stanno attorno, condividono i tuoi ascolti e sono molto brave a suonare. Quando sei ragazzino sei sempre ossessionato dal suono e dalla potenza; io a una certa ho ascoltato Roots dei Sepultura, e non ho più trovato niente che provocasse in me lo stesso shock. Niente mi entusiasmava più. Poi mio padre mi ha passato i Massive Attack, i Portishead. Forse anche per quello sono diventato gay! Per la voce di Beth Gibbons, così romantica e così sofferta...

Parliamo del disco? Parliamo del disco. Sei andato in Portogallo con l'idea di farne un album, o hai solo fatto un album mentre eri in Portogallo?
Non sapevo come fare a raccontare una storia, e allora ho pensato di fare una cosa che non avessi fatto prima in vita mia, cioè trasferirmi in un paese straniero del quale non conoscessi la lingua, senza avere alcun contatto locale. Dopo essere stato al Primavera a Porto anni fa mi era rimasta questa voglia di tornare in Portogallo. Mi ero perso Lisbona per poco, e i miei amici ne parlavano super bene. Inoltre, Lisbona è esattamente a metà tra la cultura europea, le cui basi sono a Londra e Berlino, e il Sud America. E dopo Night Safari mi sono messo ad ascoltare un sacco di elettronica sudamericana. Morale, vado a Lisbona e prenoto sei appartamenti in sei quartieri diversi.

È un modo molto bello per rendersi veramente conto di com'è una città, ci sta.
Fondamentalmente vivevo come un portoghese. Scendevo, facevo colazione al bar, facevo la spesa. Cambiando quartiere riesci a vivere la città in maniera completa e catturarne i vibes. Ho cominciato lì a scrivere i pezzi, e quando sono tornato in Italia avevo tutti i demo pronti. Avevo deciso di non utilizzare idiomi tipo italiano, francese, inglese: volevo che tutti i cantati fossero in spagnolo o in portoghese. Mi sarebbe piaciuto anche trovare cantanti del luogo che potessero apparire sul disco, e alla fine però non ne ho trovato nessuno perché il portoghese che si parla in Portogallo fa un po' schifo. Invece il portoghese brasiliano è molto più sensuale, dolce, musicale. Ed è per questo che ho coinvolto Nina Miranda degli Smoke City, che è brasiliana e vive a Londra.

Ci spieghi che cosa sono gli azulejos? Perché dargli il titolo del disco?
Cammini e vedi queste mattonelle tutto attorno a te. Sono lucide, molto colorate e riflettenti—vive, dato che sono smaltate. Lisbona è una città super luminosa, secondo me molto simile a Napoli, e in effetti sono sullo stesso parallelo. E queste piastrelle non fanno che riverberare ulteriormente questa luminosità della città. E volevo che fosse un disco colorato, luminoso.

Secondo me Azulejos è un album che scorre davvero bene. È spensierato, liscio e piacevole. Non ti accorgi neanche che lo stai ascoltando che è già finito.
Era la mia intenzione: fare una cosa leggera ma non banale, da ascoltare sia a casa mentre fai le pulizie, fai l'amore, che ne so, ma anche a una dancehall in riva al mare, al tramonto. Ho cercato di mantenermi in una specie di range di BPM abbastanza centrale: non sforare i 130 e non fare robe troppo lente. Volevo che fosse un album con un certo non so ché di sexy. Quella scansione ritmica sudamericana, che poi assomiglia a quella del reggaeton, che funziona esattamente perché è una musica sexy.

Parliamo della tuo scoperta dei ritmi latini e sudamericani?
Mi sono laureato in musicologia e ho fatto anche ricerche a livello accademico, senza però mai interessarmi all'etnomusicologia. Per me non esisteva niente oltre all'America e all'Europa. L'Italia non era proprio nei miei piani, a parte un certo tipo di suoni che vengono dagli anni Cinquanta e Sessanta. Comunque: quando con Night Safari ho cominciato ad appassionarmi alla musica etnica, nello specifico alla musica africana e indiana, ma stavo sottovalutando il Sud America. La cumbia è stata proprio una svolta, per me. Aveva un ritmo così sexy che non sono più riuscito a staccarmene. Quindi ho cercato un modo per europeizzare un genere che conoscono più in Francia e in Germania, ma in Italia non era ancora arrivato. Poi ho cominciato a scoprire Dengue Dengue Dengue, Nicola Cruz, Chanca Via Circuito... Ti racconto questa cosa. Ero al SXSW a suonare, e a fine concerto arriva un ragazzo. Mi porta i suoi dischi, era buio e non vedevo nulla, e mi dice: "Volevo venire a sentirti, il live è stato molto bello, ti regalo i miei dischi, faccio musica anch'io." E io, "Da dove vieni?" Lui, "Da Buenos Aires!" "Ah, sto ascoltando un sacco di musica argentina, tipo Chanca Via Circuito!" "Sono io!" E niente, da lì ho cominciato a studiare meglio il fenomeno, etichette come la ZZK, e mi sono reso conto che questi ragazzi hanno il mio stesso background elettronico. Sono cresciuti con la Warp, ma hanno nel sangue la loro musica, e non possono che mischiare queste due cose. Quindi ho voluto cercare di farlo anch'io. Mi ero un po' rotto le palle di essere sempre accomunato a Clap! Clap!, quindi ho fatto una cosa interamente diversa.

Ecco, perché effettivamente c'è stato quell'intertempo in cui tu, Clap! Clap! e DJ Khalab eravate la stessa cosa.
Ci eravamo tutti rotti le palle di questa cosa! Per noi era normale parlarsi e confrontarsi, ma mi rendo conto che chi guarda da fuori cerca di capire chi ha copiato chi... insomma: è difficile, per chi sta fuori dalla scena, rendersi conto della naturalezza delle cose.

L'America Latina è anche al centro del discorso pop internazionale, se pensi a "Despacito" e al fatto che ormai ha un remix con Justin Bieber. Justin Bieber.
A me fanno veramente strano gli italiani che credono di essere divertenti quando ironizzano sul successo di un pezzo come "Despacito." Abbiamo artisti italiani che hanno concepito una hit mondiale di questo livello? Riempiamo il Forum a Milano, se vogliamo, ma è finita lì. Perché la gente non si interroga sul perché quel pezzo ha successo e deve essere merda? A me non piace, ma mi pongo delle domande. Fatemi capire cosa ascoltate! Ascoltate l'indie italiano che copia Vasco Rossi trent'anni dopo, mica Alva Noto. Ascoltate comunque merda che non va da nessuna parte, al di fuori delle Alpi, e fate ironia su una cosa del genere. È uno scherzo, spero. Un pezzo come "Despacito" è stato concepito per essere il classico pezzo che ascoltano le signore di quarant'anni, e si eccitano ascoltando quella musica. È roba fatta per farti bagnare, e ci riesce, e sta diventando universale. Vuol dire che il Sud America sta esportando musica a livello internazionale, e allora non devi più neanche cantare in inglese. Insomma, non credo che Fonsi avesse idea che sarebbe finito su Pitchfork o VICE. Io farei ironia su chi cerca di essere cool e interessante a tutti i costi, ma non ci riesce.

Facciamo una sorta di dizionario dell'album? Mi racconti a cosa si riferiscono i vari titoli dei pezzi?
"Alfama" è il primo quartiere in cui sono stato e l'inizio del disco, uno dei posti più particolari di Lisbona. Un po' arroccato, molto decadente. Ho preso alcuni campionamenti con il mio Zoom direttamente sui tram di legno che fanno su e giù, e poi sono finiti in varie canzoni. In uno c'è il suono del tram che mi portava ad Alcantara, un altro quartiere dove sono stato. Ho cercato di essere abbastanza preciso nell'uso dei field recordings, anche se sono cose che capisce solo l'artista, ma per me era importante mettere nei pezzi dei suoni registrati nei luoghi in cui li avevo scritti.

"Alala" invece si chiama così per il tizio che dice "Alalala," no?
Sì, è un sample che ho tagliato io, e mi ricordava un pezzo dei Cansei de Ser Sexy! Lei la volevo sul disco, sai? Ma ormai si è ritirata in questa casa in mezzo alla giungla e dipinge. Poi: "Azul Oro" è un titolo che ha scelto Ela Minus, la cantante colombiana del pezzo, ma ha comunque una storia: è stato scritto dopo che sono rientrato da una bellissima giornata passata in questa spiaggia che si chiama Caparica. Ho fatto delle foto di queste spiagge infinite, e c'è la spiaggia e l'azzurro del cielo. Allora ci siamo concentrati molto su quei colori, come puoi vedere anche nel video. C'è poi la canzone in sé, "Caparica:" è stata fatta nel periodo in cui ho frequentato quella costa, che è dove i portoghesi vanno al mare d'estate. "Mi Sueño" si chiama così perché c'è dentro una contadina argentina che, a un certo punto, dice "Nel mio sogno." Siccome è un pezzo molto chill e atmosferico, mi è sembrato molto descrittivo.

populous andrea mangia azulejos

Fotografia di Flavio&Frank.

In "Mi sueño" c'è un flautone potente—sei cosciente del fatto che il flauto è il nuovo trend delle produzioni trap?
L'ho ascoltato in "Pesi sul collo," quello vale? Geniale! Una delle mie basi hip-hop preferite nella storia della musica, peccato per loro. Poi ho sentito anche il pezzo di Future.

"Mask Off!" Poi ci sono "Portland" di Drake, "Broccoli" di D.R.A.M. e Lil Yachty...
Ti dico: volevo che questo disco fosse pieno di flauti. Tanto è vero che mi capitava di camminare per strada, trovare i gruppi di andini e comprare tutti i loro CD. Volevo avere materiale da campionare. Loro erano felicissimi ma mi sentivo anche in colpa, a volte, perché non sapevo come fare a farglielo sapere. Non hanno manco le edizioni. Comunque, dicevo a tutti i miei amici di questa cosa dei flauti, e tutti "Ma come cazzo ti sta venendo 'sta roba?" Per me aveva un suono fatato, sensuale. Infatti l'unico musicista che c'è nel disco è un ragazzo che ha risuonato tutti i sample che avevo messo. Perché fare ironia sul flauto di pan? A me aveva sempre fatto cagare, ma secondo me se il nostro gusto non cambia abbiamo sbagliato tutto. Quando vedo quelli che ascoltano solo hip-hop—erano b-boy quando erano ragazzini e ora hanno 35 anni—rido troppo. Adorno non ha fatto in tempo a fare una pubblicazione su di voi, perché è morto, ma l'avrebbe fatta sicuramente come ha fatto una disamina pazzesca su chi ascolta solo musica jazz! Tipo, chi ascolta solo jazz: ma come cazzo fate?

Continuiamo col dizionario! "Cru?"
"Cru" è un titolo che ha dato Nina Miranda. Significa "grezzo," "non ripulito," "appena nato." Lei ha scritto questo pezzo in cui prende le distanze dal mondo occidentale e crea un ponte tra la foresta amazzonica e la società. Una cosa un po' banale, ma per lei che vive a Londra, le è rimasta tantissimo questa connessione con la sua terra.

Ecco, la connessione con la propria terra: tu come hai interiorizzato ed esplicitato questo discorso? Che ne pensi della taranta?
Con Azulejos volevo esplicitamente fare un disco latino, e il Salento è uno dei posti più latini d'Italia assieme alla Sicilia. Ho sempre ripudiato la musica popolare salentina perché l'ho sempre trovata molto ignorante. Si è sempre basata su dieci pezzi di repertorio, ed è pazzesco, perché ha in realtà una tradizione molto più ampia, dimenticata in archivi musicali e tenuta come in cassaforte. Continuiamo a fare business attorno alle stesse dieci canzoni. E la cosa a me non va giù. Si va avanti, si può studiare, si può far andare avanti le cose.

Con operazioni tipo quella di Alfio Antico, ad esempio?
Certo, però quella è una chiave di lettura un po' più intellettuale. Si può fare in tanti modi, e conta che i puristi guardano sempre con un po' di puzza sotto il naso a qualsiasi mutazione della musica tradizionale. Ma non voglio entrare in merito di questo, adesso. Quello che volevo dire è che la tarantella è una musica prevalentemente ritmica, in cui la melodia è un contorno. E inizialmente la mia intenzione, con Azulejos, era quella di fare un disco solo ritmico. Solo basso e percussioni. Poi ho uno sprito melodico che non riesco a non far uscire, ma in parte mi sono reso conto di esserci riuscito quando in studio prendevo le parti separate dei pezzi e le riascoltavo.

E a questo elemento percussivo non pensavi, ai tempi di Night Safari?
La cosa che non mi era mai piaciuta di Night Safari è che fosse troppo vario. Era un viaggio abbastanza vasto. Qui invece ho voluto concentrarmi solo su una zona del mondo, da cui il senso di flusso. La scansione ritmica può essere più veloce, più lenta, ma è sempre quella. La cumbia ha gli shaker, ha il palito, la guira, ha la cassa e il rullante che fanno un movimento definito. Insomma, volevo fare il primo disco di cumbia digitale in Italia. Poi l'estate scorsa ho visto che il pezzo dei Tre Allegri con Jovanotti e ho avuto un attimo di cedimento: "Cazzo, la mia idea non sarà più originale!"

Ecco, volevo chiederti dell'Istituto Italiano di Cumbia ma ci sei arrivato prima tu!
Ha! Invece alla fine la loro era un'altra cosa, molto più legata alla cumbia tradizionale. Ero un po' in panico quando l'ho letta, ma sono contento per loro! Sono miei amici, e a me è rimasta la palma della cumbia elettronica. Poi ci sarei dovuto essere anch'io su quel disco, ma non sono riuscito a consegnare il mio pezzo in tempo.

populous andrea mangia azulejos

Foto di Flavio&Frank.

C'è qualche altro pezzo del puzzle che compone Azulejos di cui non abbiamo parlato?
Sai, scrivendolo continuavo a pensare a Clandestino di Manu Chao, un disco fatto da una persona europea con un gusto pop universale.

Manu Chao?
Sì! Quel disco è comunque una pietra miliare: la povertà con cui è stato registrato è anche la sua genialità. Io ho un po' la fissa per Manu Chao, sono sempre stato un fan della sua musica, da quando ero bambino. Avevo dieci anni, mio cugino ascoltava i Mano Negra, e a me piacevano un botto. Non capivo se fosse punk, hip-hop, musica latina, musica bianca, mi piaceva un casino. Clandestino è incredibile dall'inizio alla fine. Ti fa palesare davanti agli occhi immagini così forti, di case diroccate, di televisioni che non funzionano, di antenne rotte, di questi contesti sociali... ha una potenza espressiva pazzesca. Mi faceva pensare a Cuba, al Messico, al Cile e all'Argentina, ma l'aveva fatto una persona europea. Così ho cominciato a riascoltarlo tantissimo. Poi incontro un mio amico salentino, e lui mi dice che sarà il trombettista di Manu Chao per il suo prossimo tour mondiale. Nei giorni successivi ho detto la cosa a mio padre, che è super fan di Manu. E lui mi rivela che il ragazzo in questione è un nostro parente, un mio lontano cugino! Quando io racconto queste robe, la gente pensa che io me le inventi. Ma secondo me ci sono persone semplicemente più predisposte ad essere circondate da storie strane, da gente strana. Alla fine, questo mio cugino mi ha detto che a casa di Manu Chao, a Barcellona, non esiste disco che non sia cumbia. Lui ascolta solo cumbia.

Parliamo di Milano Palm Beat, il tuo collettivo per Red Bull Culture Clash?
Quando mi hanno chiamato come capo squadra ho voluto riunire delle persone che avessero dell'ironia, di base. La gente pensa che io sia un hater perché esprimo quello che penso, ma c'è un'ironia di fondo che viene spesso male interpretata. È una cosa che mi fa veramente soffrire. Comunque: volevo collaborare con persone ironiche come M¥SS KETA e Mudimbi, con produttori freschi da un punto di vista sonoro e che non facessero hip-hop—perché alla fine ci andiamo a scontrare con squadre che l'hip-hop lo sanno fare benissimo, che senso avrebbe? Noi facciamo il nostro, per far ballare e divertire la gente. Io sono fan di M¥SS KETA, che a differenza di tanto rap italiano ha questa componente ironicamente posh che mi fa troppo ridere. Dietro, però, ci vedo tanta genialità, e mi dispiace che la gente non lo capisca. Volevo lavorare con persone che sapessero cosa fosse la leggerezza, il sapersi prendere in giro. Non è mica il Club to Club, il Red Bull Culture Clash è una roba per fare caciara! E anche gli ospiti che chiamerò si discostano dal panorama hip-hop italiano, che secondo ma ha il grandissimo difetto di prendersi troppo sul serio. Tutta 'sta gente italiana che imita seriamente l'atteggiamento dei rapper d'oltremanica mi fa un po' spavento. Sai cosa vedo? Che i rapper americani sono tutti seriosi, ma le loro stronzate divertenti le fanno in giro—collaborano con Britney Spears, con Madonna. Gli italiani hanno veramente alzato un muro attorno a loro, non sapendo di essere molto più superficiali di tutti quanti gli altri. Invece io volevo che la nostra squadra fosse un circo di gente che si diverte senza pensare tanto a "Io sono più ricco di te," "Io spacco di più," "Mi faccio più canne." Cioè, in Italia si fanno i dissing perché un tipo non è riuscito a fumare il bong! Ma quanti anni avete? Ma stiamo scherzando? Ma veramente, dai!

Elia è su Twitter ma non è che lo usa tanto: @elia_alovisi

Azulejos esce il 9 giugno per La Tempesta Dischi.

Populous si esibirà con la sua crew Milano Palm Beat al Red Bull Culture Clash in Barona, a Milano, il prossimo 10 giugno.