Roma

'Qui non c’è nessun luogo in cui identificarsi': vivere a Tor Bella Monaca

Tra piazze di spaccio chiuse e cinismo, la percezione è quella di una periferia sempre più distante dalla città, Roma. Ma c'è chi cerca di cambiare le cose.

di Enrico Nocera
14 giugno 2019, 8:37am

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Tor Bella Monaca è come la Spinaceto di Nanni Moretti in Caro Diario: viene sempre inserita nei discorsi per parlarne male. Negli ultimi trent’anni, questo zona di Roma al margine Est del Grande Raccordo Anulare è stata bollata con una serie infinita di definizioni più o meno dileggianti: “Il narcoquartiere,” “il supermarket della droga,” l’immancabile “Altra Scampia” o il sempreverde “Bronx romano.” Il dato comune è abbastanza evidente: la presenza massiccia di stupefacenti.

A Tor Bella Monaca si parla solo attraverso il linguaggio di numeri e percentuali: spaccio, giro d’affari del narcotraffico, numero dei clan sul territorio e così via. Un quadro distante e asettico, in cui a mancare sono proprio le persone che nel quartiere vivono.

Io sono fra quelle. Da due anni abito nella cosiddetta “Tor Bella Monaca vecchia”, una borgata a venti chilometri dal centro, sorta dopo il 1930 secondo un piano regolatore “creativo” che notai già ai tempi del mio primo impatto visivo col quartiere: spazi verdi abbandonati, piccole pinete, stradine di campagna su cui era colato parecchio cemento. Molte case sono tutt’oggi costruite lungo i percorsi utilizzati dagli allevatori per la transumanza, e non è raro osservare un gregge di pecore attraversare placidamente la strada che poco prima aveva ospitato il transito di macchine e autobus.

Per circa cinquant’anni il Comune di Roma ha lasciato che questa borgata crescesse in modo incontrollato e autonomo assieme ai suoi palazzi. Fino a che, negli anni Ottanta, viene predisposto il cosiddetto “Piano Casa”: un programma edilizio pensato per chi non poteva permettersi un alloggio ai prezzi di mercato. Gli amministratori dell’epoca pensano, così, di mettere fine all’abusivismo edilizio, incentivando al contempo la costruzione di lotti popolari per risolvere l’emergenza abitativa che a Roma è sempre stata una cifra stilistica.

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Un lotto di case popolari a Tor Bella Monaca.

È così che nascono le cosiddette Torri: ventuno parallelepipedi grigio stinto, da quindici piani l’uno, che diventano il simbolo del quartiere da cui prendono il nome, dove stipare—letteralmente—migliaia di persone in lista nelle graduatorie per l’edilizia popolare.

La zona avrebbe dovuto essere totalmente autosufficiente, con casa, farmacie, uffici postali, campetti sportivi, la chiesa, dei piccoli parchi recintati. Un modello di quartiere autonomo che, in una situazione di forte disagio economico e sociale, si è trasformato ben presto nella logica del ghetto. Per notarlo basta affidarsi ai propri occhi e alle proprie capacità di osservazione mentre si cammina lungo le vie.

Quella dove sto io è a due passi dalla zona commerciale: da un lato il supermercato, due kebab, un negozio d’abbigliamento, un bar che pubblicizza a grandi lettere rosse intermittenti la presenza di slot machine all’interno; dall’altra parte la percezione delle cose cambia. D’un tratto sei circondato dalle Torri.

La loro disposizione forma dei piccoli cortili da cui non riesci più a vedere l’esterno. Sono quelle che, all’interno del Rapporto Mafie nel Lazio 2018, vengono definite “piazze di spaccio chiuse.”

Il motivo del nome è presto chiaro: i pusher sono al riparo dietro portoni o inferriate, pronti a consegnare una dose a chi ne fa richiesta. Lo spaccio, a Tor Bella, c’è; ma non si deve vedere, come testimonia un reportage di Angelo Mastrandrea su Internazionale: prezzi bassi, pubblico ampio, pusher attivi giorno e notte con turni di otto ore.

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Uno dei tanti parchi abbandonati, sull’antica via che portava a Palestrina.

Il concetto è molto diverso da quello che impera nei quartieri della “movida,” come il Pigneto o San Lorenzo, dove è lo spacciatore ad avvicinarsi al passante per proporre la merce. Qui la dinamica è opposta: chi deve vendere attende, mentre il compratore si avvicina. “Piazze chiuse, locali interrati, lunghi corridoi coperti fra un edificio e l’altro. In queste condizioni è abbastanza agevole creare un sistema di controllo diffuso dello spaccio,” mi dice Gianfranco Zucca, Ricercatore dell’Iref (Istituto di Ricerche Educative e Formative), che per anni ha abitato a Tor Bella Monaca.

La situazione ha inevitabili conseguenze sui residenti e sulla percezione di essere 'altro'. “Sono parecchi coloro che, pur essendo cittadini romani a tutti gli effetti, dicono ‘devo andare a Roma’ quando si tratta di dirigersi verso il centro,” prosegue Gianfranco. Una concezione mentale che ha generato nel corso degli anni un cinismo diffuso, difficile da sradicare.

“Da queste parti è forte la convinzione che la politica possa fare poco o nulla per migliorare condizioni di vita e servizi pubblici,” dice Gianfranco. Non è un caso che qui il voto sia parecchio fluttuante: alle ultime elezioni politiche ha prevalso il Movimento 5 Stelle, mentre alle europee quasi il 40 percento dei consensi è andato alla Lega; in generale, spiega il ricercatore, “l’idea generalizzata è che nulla possa cambiare, che è normale vivere in determinate condizioni solo perché si è nati a Tor Bella.”

Un tessuto sociale dove il concetto di esclusione è così profondo, infatti, rischia di diventare facile preda degli estremismi. Il quartiere di Torre Maura, dove Casapound e Azione Frontale hanno fomentato la rivolta di strada contro i rom, è a tre chilometri da qui. Stessi problemi, stesso disagio sociale, stessa tendenza mentale al “tanto non cambia nulla.” Eppure, chi immagina un quartiere pericoloso e insicuro, dove rapine, scippi e sparatorie sono all’ordine del giorno, sbaglia metro di giudizio. A prima vista, qui non c’è nulla che evidenzi la cattiva fama di cui Tor Bella gode. Tutt’altro.

Oltre le Torri e i serpentoni delle case popolari si aprono le colline dei Castelli Romani, alcuni piccoli appezzamenti di agricoltura urbana e addirittura un percorso archeologico, individuato dall’associazione civica TorPiùBella, che ha salvato dal degrado un’antica strada romana che conduce all’odierna Palestrina.

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LLe vecchie vie di campagna che costeggiano ancora oggi il quartiere.

Tor Bella Monaca è l’immagine di un contrasto netto e quasi doloroso: da un lato l’evidenza di ciò che è; dall’altro un insieme di pinete e percorsi di natura urbana, che però nessuno vive. “Quelli che erano spazi verdi sono diventati spazi di vuoto,” mi dice Andrea Colafranceschi, dell’associazione TorPiùBella, “che nessuno gestisce e di cui nessuno si cura. Guarda lì!” Siamo in una pineta che costeggia un lotto delle Torri; mi indica alcuni alberi caduti. “Quelli sono resti della nevicata del 2012. Sette anni fa. Lì vicino c’è la carcassa di una slot machine, che non so cosa ci faccia qui e non so come ci sia arrivata. E stai attento che lì ci sono delle siringhe, non camminarci sopra.”

“C’è una totale mancanza di gestione delle cose più piccole del quotidiano,” prosegue Andrea mentre continuiamo a camminare per il quartiere, “che porta con sé un mancato senso di appartenenza. Qui non c’è nessun luogo in cui identificarsi, nessuna zona in cui i cittadini possano pensare: sono di Tor Bella Monaca per questo motivo qua. E chi non si riconosce nel proprio quartiere, è anche meno portato a difenderlo.”

Questo senso di abbandono è il terreno di coltura su cui proliferano lo spaccio e la criminalità organizzata. “Quella del traffico di stupefacenti è un’economia informale che tiene in piedi il reddito di parecchi nuclei familiari,” mi dice Gianfranco Zucca. “Qui parliamo di problemi di povertà assoluta, non relativa. È così che anche il cittadino ‘normale’, quello che magari si sveglia la mattina alle cinque per andare a guadagnare pochi spiccioli, accetta di stipare in casa la droga a uso e consumo dei pusher.”

Chi si rende disponibile, arriva a guadagnare un vero e proprio stipendio parallelo che si aggira intorno ai 500 euro mensili, secondo il dossier “Roma tagliata male” pubblicato dall’associazione DaSud. È questa rete fra operatori dello spaccio e persone in stato di estrema indigenza che assicura il rinnovarsi continuo del meccanismo. A Tor Bella Monaca non esiste un’omertà fine a se stessa, ma un “welfare mafioso” che assicura la sopravvivenza di intere famiglie. Una forma di capitalismo assistenzialista che sfrutta, letteralmente, le condizioni di povertà estrema di cui parla Zucca.

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Simboli di devozione in uno dei piani interni alle Torri.

La struttura dei clan sul territorio risponde a una logica diffusa. Da un lato chi opera concretamente, investendo nel narcotraffico e reimpiegando i capitali sporchi in attività lecite come negozi e sale bingo; dall’altro le famiglie storiche della camorra e della ‘ndrangheta, dai Moccia di Afragola ai Licciardi di Secondigliano, che non hanno perso tempo a subodorare il business della droga in questa zona della Capitale.

Chi detiene l’egemonia dello spaccio è la locale famiglia Cordaro, con “una forte capacità di penetrazione che non passa solo attraverso il controllo delle piazze di spaccio”—come scrive il procuratore Michele Prestipino sul Rapporto Mafie nel Lazio. “C’è una capacità di interazione mostrata dal clan Cordaro nella dinamicità di azione del mercato legale,” continua il magistrato, “una non secondaria capacità di stringere rapporti, come con il professionista, un avvocato, che ha indirizzato il clan verso la Sardegna per ripulire alcune centinaia di migliaia di euro, attraverso l’investimento in bar, pizzerie e persino una squadra di calcio.”

Modalità pressoché identiche a quelle in uso nei clan delle mafie “tradizionali.” C’è poi un dato non secondario, quello simbolico: tutti gli appartenenti al clan Cordaro, sempre secondo il Rapporto Mafie nel Lazio, portano tatuato sul corpo il volto di Serafino Cordaro, capostipite della famiglia, ucciso il 2 febbraio 2013 in un agguato ordinato dal clan rivale dei Crescenzi.

La differenza principale è nell’esibizione violenta e muscolare del controllo sociale. A Tor Bella di sparatorie e omicidi—come quello di Serafino Cordaro, per l’appunto—ce ne sono stati; mai, però, in modo così capillare e continuo. La guerra fra clan romani è generalmente a bassa intensità: spaccio di stupefacenti, riciclaggio di denaro sporco, una scritta spray su un muro di cinta che “segnala” determinate zone di influenza.

La percezione di insicurezza sociale rimane consapevolmente bassa. Ed è per questo che il primo “nemico” da affrontare, secondo le associazioni civiche che popolano il territorio, è quel cinismo generalizzato di cui parla anche il ricercatore Gianfranco Zucca. “Questo è il quartiere più giovane di Roma in termini anagrafici,” spiega Andrea Colafranceschi di TorPiùBella, “ed è qui che stiamo puntando per creare partecipazione, o quanto meno un minimo di consapevolezza sul fatto di essere cittadini come gli altri.”

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FFra i cortili esterni capita anche di trovare cimiteri di automobili. Questa Smart è qui da più di un anno

Ed è proprio mentre Andrea mi parla di “quartiere giovane” che vediamo un ragazzo dai radi ciuffetti di barba sul viso. T-shirt nera, doppio taglio e leggera cresta, occhiali da sole vistosi. In mano ha una bustina il cui contenuto, una polvere bianca, dispone con cura sul sellino del suo scooter, prima di chinare la testa e tirare su col naso.

Siamo in una delle rade stradine di campagna che costeggiano viale di Tor Bella Monaca, quello che collega al Raccordo. Accanto a noi un campetto di calcio dove sta andando in scena una partita fra amici e un anziano signore che barcolla sotto il peso della busta per la spesa. Andrea sorride a mezza bocca, amaramente, e mi guarda. Non diciamo una parola fino a che lui non scrolla un po’ le spalle e accelera il passo. Arriviamo su via dell’Archeologia, la strada bollata come quella dello spaccio. “Meglio tenere bassa la macchina fotografica,” dice Andrea.

Qui i palazzi non hanno nemmeno un nome. Gli indirizzi sono espressi sotto forma di sigle. Capita di abitare nella zona R9 o in quella M10, secondo la divisione in lotti che ha sezionato questo enorme ammasso di cemento che sorge a due passi dall’antica via di Gabi. La toponomastica della zona, alludendo all’archeologia, è però l’unico rimando alla storia di questi luoghi. Il resto è formato da piazze di spaccio chiuse che si ripetono l’una dopo l’altra, al coperto delle Torri e delle sentinelle dei pusher, formate da capanelli di quattro o cinque persone che ti scrutano fino alla cima dei capelli se hai una faccia nuova.

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Piccoli orti urbani di fronte al cemento delle case popolari.

Eccoci quindi nel cuore di quella filiera dello spaccio ricostruita dalle indagini della Dda di Roma e riassunte dal Rapporto Mafie nel Lazio: “Se è vero che non tutta la droga che passa per Roma è destinata al mercato romano, una buona parte del narcotraffico che lambisce la Capitale o che da qui è coordinato, finisce per entrare nella pancia della città, muovendosi soprattutto attraverso una fitta rete di grossisti e di spacciatori che fanno business, sfruttando una domanda che continua a rimanere piuttosto alta nel mercato.”

Mentre usciamo da via dell’Archeologia, Andrea sembra pensieroso. “Ecco, lo vedi? Questo è uno dei tantissimi contrasti di questo quartiere,” dice. Da quel lato lì ci sono le sentinelle dei pusher. Fai due metri a piedi e trovi lo studentato dell’Università Tor Vergata, assieme a quello che è riconosciuto come uno dei migliori licei della città.

Quello che, a gennaio scorso, ha organizzato uno “sciopero alla rovescia”: due ore al giorno per parlare, in classe, di accoglienza e integrazione dei migranti. Il giorno dopo i ragazzi si sono ritrovati il liceo tappezzato dai manifesti di Azione Studentesca, con i soliti slogan del ‘prima gli italiani’ e così via. “Questo, però, non è bastato a fermarli,” continua Colafranceschi, “l’iniziativa è stata replicata in molti licei italiani, e il fatto che sia partita da Tor Bella ti lascia un minimo di speranza sulla capacità di recuperare senso critico, oltre le banalizzazioni del racconto mediatico sul quartiere.”

Nel polo ex fienile, ricavato proprio da una vecchia struttura rurale, le associazioni organizzano mostre fotografiche, confronti pubblici e scuole di partecipazione politica. “La sfida vera,” conclude il sociologo Zucca, “è riuscire a coinvolgere la gente del quartiere. Sembra banale dirlo, ma non basta parlarsi addosso, confrontarsi con chi è già sulla tua stessa lunghezza d’onda. In questo senso i comitati civici, per quanto—ripeto—subiscano gli effetti di una sfiducia generalizzata, sono gli unici che cercano di affrontare la situazione per quella che è, al di là delle passerelle politiche.”

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Lo skyline di Tor Bella Monaca. Sullo sfondo, Roma.

La giornata sta per finire, il tramonto è vicino. Sono ancora con Andrea. Mentre mi parla, giro lo sguardo verso i Castelli Romani. Da qui si vede Frascati, dieci minuti di macchina o poco più e sei arrivato. Mentre siamo fermi, un ragazzo in sella a uno scooter si ferma. Ci scruta da lontano, cerca di capire cosa ci facciamo lì. Dopo qualche secondo rimette in moto, torna indietro, viene inghiottito da un groviglio indistinto di stradine che a uno sguardo disattento sembravano cieche.

Riprendiamo lentamente a camminare mentre mi rendo conto che, in effetti, siamo i soli a farlo.

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