"Un vegano può ricordarti quanto stronzo puoi essere"

Perché i vegani scatenano ogni volta tutto questo odio? Lo abbiamo chiesto a quattro di loro.
20.9.17
Foto via Flickr.

La settimana scorsa quattro studentesse di Udine hanno brevettato una ricetta per creare l'uovo vegano. Nel giro di qualche ora, si era già aperta una diatriba sul fatto che si potesse definire "uovo" o meno.

Ora, al di là dell'uovo e della gallina, il caso è stato l'ennesimo esempio di come le notizie sui vegani—e la dieta vegana—siano sempre oggetto di discussione e, soprattutto, l'occasione per bullizzarli. È così, e ormai anche questa non è una grande novità: quella per la minoranza vegana, in Italia, è una forma di odio incitata e, allo stesso tempo, socialmente accettabile. Basta chiedere il parere di un cugino qualunque, scorrere tra i commenti alle foto di una grigliata o ancora ripensare a Cruciani e il coniglio sulla scrivania di Radio 24. O direttamente aprire Facebook, dato che in queste ore un articolo in particolare, Perché non c'è nulla di etico nell'essere vegano, ha fatto riesplodere il dibattito.

Dato che della scelta vegana e della nostra alimentazione abbiamo già parlato in passato, stavolta abbiamo pensato di sondare le ragioni di questo odio e parlare con quattro vegani di com'è essere vegani in Italia. Per capire come lo sono diventati e cosa pensano degli atteggiamenti dei cosiddetti "nazi-vegani."

CLAUDIO, 28 ANNI

VICE: Da quanti anni sei vegano e perché hai deciso di diventarlo?
Claudio: Sono diventato vegetariano quattro anni fa e sono vegano da tre. Mi sono sempre reputato un animalista, in famiglia erano tutti vegetariani tranne me che mangiavo carne a colazione, pranzo e cena. Un giorno ho capito che non potevo definirmi un amante degli animali se li mangiavo e contribuivo al loro sfruttamento. Mi sono informato, ho cominciato ad esplorare quel mondo ostico che erano le verdure e, sorpresa, ho scoperto che non era così male.

In molti il tema veganismo sembra suscitare un vero e proprio odio, non trovi?
Credo che ci siano due motivazioni principali: molti sanno che sfruttare gli animali in quel modo è crudele. Quindi ogni volta che si parla di veganesimo scatta in loro un meccanismo di difesa/offesa di attacco istantaneo come a voler dire "guarda che non sei meglio di me".

La seconda motivazione è quando i tizi della prima motivazione hanno ragione. Diciamocelo: molti di noi vegani sono una vera palla al piede, strafottenti, so-tutto-io e rompicoglioni, vegani da tastiera, animalari pronti a cogliere in fallo chiunque e nazivegani vari. Contribuiamo molto a farci odiare e quindi penso dovremmo cominciare una pulizia del nome "vegan" da un cambio di atteggiamento nostro.

E poi c'è la questione del veganismo che, in molte delle discussioni sui vegani, viene descritto come "moda," o un vezzo da hipster e radical chic. È così?
La maggior parte delle volte che qualcuno diventa vegano per moda, non dura tanto o semplicemente non è vero. Ho visto hipsteroni definirsi vegani e mangiare un panino col tonno perché "vabbè." Ho visto persone ergersi su Facebook a paladini del veganesimo e tornare onnivore 20 giorni dopo. Insomma, il veganesimo è un cambiamento troppo radicale per farlo essere una moda.

Come si può conciliare la tua scelta in un mondo in cui—per vari motivi—non si può essere completamente vegani?
Nessuno è coerente al 100 percento con questa scelta di vita. Per farlo bisognerebbe essere degli eremiti fruttariani che si autoproducono tutto ciò che consumano. Io mi sento di contribuire alla causa vegan semplicemente essendo vegano; c'è chi fa di più e lotta ogni giorno come attivista; c'è chi fa ancora di più dedicando la propria vita agli animali. Credo che anche i vegetariani contribuiscano alla causa e anche chi ha semplicemente deciso di diminuire drasticamente il consumo della carne. Non è una gara, ogni piccolo cambiamento contribuisce al risultato.

STEFANO, 38 ANNI

VICE: Da quanti anni sei vegano e perché hai deciso di diventarlo?
Stefano: Lo sono da circa vent'anni, ovvero da quando ho iniziato a frequentare la scena musicale hardcore punk. La liberazione animale e la questione vegetariana o vegan erano tematiche discusse, condivise e assai diffuse. Ne sentivi parlare nei testi di gruppi, sui dischi oppure ai concerti. Le prime informazioni le ho ottenute in quell'ambiente, successivamente un video di un'investigazione all'interno di un allevamento intensivo mi ha aperto un mondo totalmente oscuro, a quel punto ho deciso che il primo passo doveva essere smettere di mangiarli. Poi con gli anni è arrivato tutto il resto e occuparmi di loro è diventato parte importante del mio lavoro, tramite le inchieste sullo sfruttamento di animali e umani.

Cosa pensi in generale del dibattito sul veganismo così come si scatena in Italia?
Mangiare gli animali ci pone di fronte a questioni etiche molto serie. Nel 2017, con tutte le informazioni che abbiamo a disposizione, accettare di mangiare animali significa in parte accettare un sistema che li sfrutta fino all'ultimo breve attimo della loro non-vita e che devasta deliberatamente questo pianeta.

Il problema è che questo dibattito viene spesso impostato da una considerevole parte di "animalisti" in maniera sbagliata. Tutto si riduce ad un puntare il dito e giudicare chi mangia carne, alimentando la "macchietta" dell'animalista anti-umano, misantropo, frustrato e perennemente incazzato che c'è, esiste, ma che fortunatamente rappresenta solo una parte delle persone vicine a questi temi.

Cosa ne pensi dell'espressione nazi-vegani?
Termini del genere sono molto offensivi e questa fesseria dell'estremismo è una questione esasperata da alcuni media. Di fronte al dibattito etico hanno deciso di gettare benzina sul fuoco alimentando una scontro basato sul… mangiare. Invece di discutere seriamente del tema, tutto questo ha riempito i social media di animalisti che augurano tumori di varia natura e morte a chi mangia carne, o anti-animalisti che postano foto di braciolate anche a gennaio e sfottò abbastanza scontati. In alcuni casi il livello è davvero infimo.

MELISSA, 30 ANNI

VICE: Da quanti anni sei vegana e perché hai deciso di diventarlo?
Melissa: Da tre anni. Ho tolto la carne per problemi di salute (non gravi) che poi ho risolto e da lì è venuto il resto, perché informandomi ho scoperto cosa esisteva dietro alla produzione industriale di latte/latticini e uova.

Come si può conciliare la tua scelta in un mondo in cui—per vari motivi—non si può essere completamente vegani?
Personalmente vivo benissimo in questo mondo da vegana, mi sento—nel mio piccolissimo—di far qualcosa di buono che mi fa stare meglio, sia sul piano fisico che morale. Ho smesso di incazzarmi con chi fa scelte diverse dalle mie: se poi un onnivoro mi viene a chiedere perché lo faccio in maniera non provocatoria, lo spiego con tutta la calma del mondo, così magari quando torna a casa un po' ci pensa su.

Va anche detto che alcuni vegani si propongono con superiorità e irruenza, scelta che non condivido perché è il modo migliore per allontanare e non farsi ascoltare; se l'obiettivo è rendere la Terra un posto po' migliore sia sul piano etico che salutistico è essenziale farsi ascoltare.

Del resto, finché la stragrande maggioranza delle persone continua a pensare che essendo in cima alla catena alimentare ci si possa permettere di uccidere, distruggere e inquinare tutto quello che ci circonda, un vegano (salutista) spesso può ricordarti quanto stronzi si può essere.

ANDREA, 34 ANNI

VICE: Come hai deciso di diventare vegano?
Andrea: La spinta decisiva è arrivata da un libro, Se niente importa di Safran Foer, che sa descrivere il mondo dello sfruttamento animale ponendosi tuttavia come una riflessione personale che riguarda una scelta propria e i motivi che la hanno provocata, senza la volontà di "convertire." Uno stile che è anche il mio.

Perché ogni volta che si parla di vegani—o dieta vegana—in Italia si scatena un putiferio? Da dove deriva quest'odio?
Penso che i vegani portino in sé un'alterità che mette davvero in discussione alcuni punti fermi nella vita delle persone. Il cibo infatti, oltre ad essere una necessità, è anche un elemento fondante di culture (personali e collettive) e tradizioni. La nostra cultura e la nostra tradizione, inutile negarlo, sono costruite anche sul mangiare animali. I vegani in questo sono un elemento di rottura.

In più credo che in parte possa dipendere anche dal fatto che il vegano possa rappresentare un'irruzione nella propria vita: spesso incontrarne uno ti costringe a porti delle domande che non avresti voluto farti o che avresti ignorato volentieri e a pensare al fatto se sia o meno giusto il tuo modo di alimentarti.

E rispetto alla questione etica, come ti poni?
Accanto ad un'etica sociale condivisa (o che dovrebbe essere condivisa) poi c'è sempre un'etica personale. Ritengo che la possibilità di una donna di abortire sia etico? Certamente sì. Poi c'è chi la pensa diversamente. Lo stesso vale nell'alimentazione e sul fatto di mangiare o meno animali.

Prima di fare questa scelta ho mangiato carne e pesce per 29 anni, con amici vegetariani che provavano a convincermi (nei modi sbagliati evidentemente) che questo non era corretto. Il salto, come dicevo all'inizio, è stato dovuto ad una presa di coscienza individuale. La mia etica è cambiata. Ma perché accanto a questa c'è stata anche una presa di coscienza politica e ambientale (l'antispecismo). Quindi, ritengo che essere vegano sia eticamente più giusto che essere onnivoro, ma credo anche che farne un discorso di sola etica non sia una strategia vincente.

Le interviste sono state editate per chiarezza e ragioni di spazio. Segui Leon su Twitter