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Ovetti e panico: una retrospettiva sull'Unabomber italiano

Dopo la serie di Netflix su Ted Kaczynski, abbiamo ripercorso la storia dell'Unabomber, che per anni ha terrorizzato il Nordest senza mai essere scoperto.

di Leonardo Bianchi
09 gennaio 2018, 5:00am

Illustrazione di Giulia Brachi.

Per tutta la mia infanzia e adolescenza, passata tra Veneto e Friuli, ho avuto la costante paura che oggetti comuni mi esplodessero tra le mani. Ricordo ancora la data precisa in cui è iniziata quella specifica paura: il 4 agosto del 1996.

Mi trovavo in vacanza a Lignano (provincia di Udine), e una volta arrivato in spiaggia avevo notato una certa agitazione. Le persone confabulavano e parlavano di una bomba scoppiata in un “ufficio” (così sono chiamati gli stabilimenti balneari del luogo) distante dal nostro. Io mi chiedevo solo: una bomba in spiaggia? A Lignano?

Quella mattina, in effetti, un turista aveva aperto il proprio ombrellone e raccolto uno strano tubo—avvolto da un'edizione del Messaggero Veneto di Pordenone—che era caduto sulla sabbia. “L’ho girato per vedere cos’era e l’urto è stato tremendo,” ha poi raccontato. “Mi sono visto il dito che penzolava e quando mi sono tirato su mi sono sentito la vena sfilarsi.”

L’episodio aveva subito travalicato i confini del Friuli e gettato non solo me, ma l’intero Nordest nel panico. Un panico che sarebbe durato ancora a lungo, e che era provocato dagli attentati di colui che è passato alle cronache come l’“Unabomber italiano,” ritenuto responsabile di più di 30 attentati dinamitardi.

A quel caso ho ripensato in queste settimane, dopo che su Netflix è stata caricata la mini-serie di Discovery Channel Manhunt: Unabomber. La serie racconta la lunga caccia dell’FBI a Ted Kaczynski, meglio noto come Unabomber. Dopo una rapida e brillante carriera accademica, Kaczynski si dimise e andò a vivere in un capanno nel Montana, tagliando ogni contatto con il resto del mondo. Dal 1978 fino alla metà degli anni Novanta l'ex matematico inviò decine di pacchi bomba a universitari, multinazionali e compagnie aeree, provocando tre morti e più di venti feriti gravi.

In concomitanza con la sua cattura, avvenuta nel 1996, in Italia stava appunto emergendo il bombarolo seriale del Nordest. Pur presentando diverse analogie—a partire dal nome fino ad arrivare alle modalità d’azione—le due vicende sono sensibilmente diverse tra loro. Se Kaczynski aveva un progetto politico ben definito, steso nel manifesto La società industriale e il suo futuro e rivolto contro il progresso tecnologico, nel caso italiano non c’è mai stata una rivendicazione né si è capito il movente.

L’Unabomber italiano colpiva ogni tanto, in maniera irregolare e soprattutto in basso; senza, come ha scritto Carlo Lucarelli nella prefazione del saggio Unabomber, “quella grandiosità di certi assassini o di certi terroristi che, proprio per questo, li rende identificabili o almeno prevedibili.”

Un articolo del 1996 su Unabomber. Grab via La Stampa.

La prima azione riconosciuta di Unabomber risale al 21 agosto 1994, a Sacile (provincia di Pordenone), nell’ambito della tradizionale “sagra degli osei.” Una signora, in visita con i suoi due figli, scorge tra le bancarelle un tubo di metallo e lo raccoglie senza farci troppo caso. In realtà si tratta di un ordigno artigianale pieno di biglie: per una fortuita coincidenza, però, l’esplosione causa ferite lievi.

Dal settembre del 1994 all’agosto del 1996 l’escalation appare inarrestabile, pur se circoscritta a determinate province friulane. Le pipe bomb di Unabomber colpiscono davanti a una chiesa di Aviano, fuori da una Standa di Pordenone, mentre si festeggia il carnevale ad Azzano Decimo, o semplicemente per strada. Il prezzo più alto di questa serie lo paga Anna Pignat, una residente di Pordenone che ha perso la mano destra e una parte del braccio dopo aver raccolto un tubo vicino a casa sua.

Messi sotto pressione dal crescente allarme sociale, gli inquirenti non sanno dove sbattere la testa. All’inizio la stampa parla di ecoterrorismo o di “terrorismo fine a sé stesso da parte dei naziskin,” che all’epoca erano in cima all’attenzione mediatica. Ma gli elementi su cui lavorare sono pochissimi; e a questa scarsità si aggiungono anche gli errori delle forze dell’ordine che, sin dall’inizio, hanno funestato le indagini. Nel 1995 una signora si accorge di avere in casa un tubo simile a quello che ha mutilato Pignat e lo porta, mettendolo sul sellino della sua bici, in una caserma dei carabinieri. I militari—invece di repertare l’ordigno ed esaminarlo—decidono di farlo brillare, perdendo così una preziosa prova.

Per il momento, dunque, la forza di Unabomber sta nel non rivendicare. “Lasciare una firma, mandare un messaggio,” ha spiegato il procuratore di Pordenone Domenico Labozzetta, che ha indagato per anni sul caso, “significherebbe dare la possibilità agli inquirenti di inserirsi in un filone di indagini ben definito, che potrebbe portare alla sua cattura.”

Il silenzio si rompe il 5 agosto 1996, all’indomani della bomba in spiaggia a Lignano. All’Ansa di Roma arriva una telefona che rivendica l’esplosione a nome del gruppo terroristico greco 17 Novembre. Qualche settimana più tardi arriva il primo indagato: è Andrea Agostinis, professore all’istituto tecnico “Malignani” di Udine. Tra gli indizi a suo carico figura un articolo che Agonistis ha scritto su un quotidiano locale proprio sul 17 Novembre. La sorpresa del professore è enorme: “La polizia invece di venirmi a chiedere informazioni su quello che avevo già scritto [...] ha ritenuto che io fossi appartenente o organico al gruppo 17 Novembre,” ha dichiarato in una puntata della trasmissione La storia siamo noi.

Alla fine, la rivendicazione si rivela falsa e la pista infruttuosa. Il professore è scagionato in fretta e l’inchiesta si inabissa nuovamente—così come s’inabissa Unabomber. Per ben quattro anni, infatti, non esplodono più ordigni e si fanno strada le teorie più disparate. Tra le più in voga ci sono quelle del militare (italiano o americano) che avrebbe lasciato l’Italia per andare in missione nei Balcani, o quella del poliziotto. Entrambe rimaranno senza fondamento.

Il lungo periodo di stasi, come ha ricordato Labozzetta, ha determinato anche “una stasi nella ricerca delle eventuali piste investigative. Pensavamo che in qualche modo la vicenda fosse risolta, e che questo personaggio si fosse acquietato.” Ma, appunto, la vicenda era tutt’altro che risolta.

Nel luglio del 2000 una pipe bomb collocata sulla battigia di Lignano Sabbiadoro, sotto il pelo dell’acqua, ferisce gravemente il pensionato bolognese Giorgio Novelli. L’attentato segna il ritorno di Unabomber, e al tempo stesso chiude la fase dei tubi di metallo. Da lì in poi il bombarolo raffina la sua tecnica e opera in maniera molto più subdola, piazzando i suoi ordigni negli oggetti comuni—di quelli che si possono trovare al supermercato—o in luoghi davvero insospettabili.

Tra il 2000 e il 2002, a cavallo delle province di Treviso, Udine, Venezia e Pordenone scoppiano uova, tubetti di passata di pomodoro e maionese, lumini da cimitero, barattoli di Nutella, sorprese degli ovetti Kinder, e confezioni di bolle di sapone. Anche i bambini, insomma, finiscono tra gli obiettivi di Unabomber; e la psicosi, a quel punto, si diffonde in maniera incontrollata.

L’imprenditore e politico Giorgio Panto, che aveva il nomignolo di “Berlusconi del Nordest,” propone una taglia di 50mila euro per chiunque sia in grado di fornire informazioni utili. Il sostituto procuratore di Udine Giancarlo Buonocore ricorda che in tribunale era “un viavai di gente e ognuno con la sua verità.” Tra questi, anche una persona che aveva detto: “Io so chi è Unabomber. Credetemi, è lo sceriffo Wyatt Earp del film ‘Sfida all’O.K. Corrall’ che si è reincarnato.”

Le continue fughe di notizie e la frammentazione delle indagini, affidate ormai a quattro procure e venti tra caserme e commissariati, complicano ulteriormente il quadro. Alla ricerca di un movente e di una spiegazione, psicologi e criminologi citati nel libro Unabomber parlano di un “ciclo di gratificazione personale” che raggiunge il punto di “appagamento massimo” quando le prime pagine parlano degli attentati.

A questo proposito, Unabomber ha sempre intrattenuto un rapporto quantomeno perverso con la stampa. Il giornalista del Gazzettino Ario Gervasutti, in un’intervista contenuta in Unabomber. Terrore a Nordest, si è detto convinto che “Unabomber non volesse comunicare con i suoi gesti folli, ma attraverso il modo con cui noi della stampa raccontavamo le sue azioni. [...] Si può dire che noi giornalisti siamo stati involontariamente suoi complici.”

Lo stesso Gervasutti ricorda una circostanza incredibile. Nei primi mesi del 2003 il giornalista aveva condotto un’inchiesta sulle falle di sicurezza nei tribunali italiani, incluso quello di Pordenone. Nel pezzo aveva raccontato con precisione come si potesse raggiungere il bagno che confinava con l’ufficio del pm Labozzetta, e indicato persino il posto dove si sarebbe potuta mettere una bomba.

Il 24 marzo 2003, Unabomber—in quella che è indubbiamente la sua più grande sfida lanciata agli investigatori—entra nel palazzo di giustizia, si dirige verso il bagno e lascia una bomba che polverizza la toilette, fortunatamente senza ferire nessuno. Lo smacco per gli inquirenti è doppio: le telecamere del circuito di sorveglianza non hanno registrato praticamente nulla, perché il nastro era vecchio e deteriorato.

Un mese dopo il bombarolo colpisce ancora. Il 25 aprile, in una frazione di San Biagio di Callalta (Treviso), una bambina di nove anni raccoglie un evidenziatore giallo vicino al greto del fiume Piave. L’ordigno le esplode in mano e la ferisce gravemente all’occhio e alla mano destra. L’episodio segna un punto di svolta sia per l’opinione pubblica, sia per gli investigatori; per la prima volta in oltre dieci anni, le procure si coordinano tra loro—un po’ sul modello della Squadra Anti Mostro sorta durante le indagini sul Mostro di Firenze.

La lista dei sospettati, composta da oltre duemila persone, si restringe così a circa 150 nomi con almeno due o tre “indizi pesanti” a loro carico. C’è però un nome in particolare che desta l’attenzione delle forze dell’ordine: quello di Elvo Zornitta, un ingegnere che vive ad Azzano Decimo (Pordenone). La segnalazione era arrivata da un ex collega della Oto Merlara, un’azienda dove Zornitta aveva lavorato fino al 1986.

Gli inquirenti indagano, e arrivano a raccogliere ben 17 indizi contro di lui—tra cui il raggio d'azione entro cui vive e lavora Zornitta, sovrapponibile a quello dove ha colpito Unabomber, e le sue competenze tecniche. Nel maggio del 2004 scatta così una prima perquisizione presso l’abitazione dell’ingegnere: all’alba si presentano quaranta agenti (incluso uno dell’FBI che, appena messo piede in Italia, viene derubato all'aeroporto di Venezia), e sequestrano comuni attrezzi di bricolage, involucri di ovetti Kinder, fialette "Panangeli," pile, cavi e altri oggetti che in teoria potrebbero essere usati per fabbricare ordigni artigianali. L’ingegnere sembra davvero Unabomber, e così viene posto sotto stretta sorveglianza.

Tuttavia, l’impianto accusatorio viene demolito un colpo alla volta. Anzitutto, l’esame del Dna di un capello trovato in un uovo-bomba non corrisponde a quello di Zornitta. In secondo luogo, proprio mentre l’ingegnere è osservato 24 ore su 24, Unabomber compie altri cinque attentati.

Infine, la prova che avrebbe dovuto inchiodare Zornitta—un paio di forbici usate per tagliare un pezzo di lamierino rinvenuto in un ordigno—è stata in realtà manomessa da un perito balistico della polizia, Ezio Zernar. A scoprirlo sono stati i periti della difesa, e a confermarlo ha provveduto la Corte di Cassazione nel 2014. La posizione di Zornitta, invece, era già stata archiviata nel 2009.

Il catastrofico epilogo giudiziario lascia dietro di sé non pochi strascichi polemici. “Il caso di Unabomber purtroppo è stato un fallimento, soprattutto se si considera il massiccio dispiego di forze messe in campo,” ha dichiarato il procuratore di Venezia Vittorio Borraccetti. “Alcuni aspetti della personalità dell’ingegnere hanno suggestionato una certa stampa e, devo ammetterlo, anche alcuni degli inquirenti, che si sono ostinati nel voler fare di lui a tutti i costi Unabomber.”

Il pm Domenico Labozzetta è invece convinto che la procura di Venezia abbia fatto un grave “errore metodologico” cercando solo un’unica persona per quanto accaduto. “Sono sempre stato convinto,” ha dichiarato al Gazzettino, “che non si sia trattato di una sola persona, ma di più persone che hanno agito per emulazione e soprattutto per ottenere un effetto mediatico.”

Di certo c’è che, dal 6 maggio 2006—la data dell’ultimo attentato—Unabomber non è più tornato a colpire.

In questo lungo silenzio, così com’era successo tra il 1996 e il 2000, si è ipotizzato che sia morto o che si sia messo “in sonno.” Diversi fascicoli aperti contro ignoti giacciono nelle varie procure del Nordest, e sono destinati a rimanere chiusi. Di tanto in tanto il suo nome rispunta fuori: o perché associato a un caso “simile” (come per la bomba fuori da una scuola di Brindisi nel 2012), o per qualche ricorrenza. E ogni volta che si riparla di Unabomber, la memoria inevitabilmente si smuove e rimane una domanda irrisolvibile: perché?

Escluse le teorie del complotto sul coinvolgimento di Gladio o dei servizi segreti (che ovviamente sono state avanzate), ho sempre trovato particolarmente acuta una riflessione del sociologio Gianfranco Bettin, uno degli osservatori più attenti del Nordest.

“È come se Unabomber odiasse luoghi e personaggi tipici del microcosmo nordestino,” ha detto nel 2010 al Corriere del Veneto.“ È cose se volesse punire questo mondo perché anche lui è figlio di questa realtà, oppure lo odia perché lo ha sofferto sulla propria pelle o vuole tirarsene fuori. Insomma, Unabomber ha sempre colpito nei luoghi naturali frequentati da persone normali, probabilmente come lui.”

Unabomber non è mai stato preso, non ha mai parlato, non ha mai spiegato nulla. È stato un incubo materializzatosi dai placidi meandri del Nordest, un mistero che ha colpito il cuore di una comunità e ha influenzato l’immaginario di più generazioni.

Ed è appunto questo miscuglio tra l’elevata caratura criminale, l’ancoraggio alla dimensione provinciale e l’assenza del movente a rendere questa storia unica, incomprensibile e inquietante—probabilmente anche più dell’omologo americano.

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