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Instagram

I gruppi segreti per ricevere like da centinaia di sconosciuti su Instagram

"Gli utenti mettono like e commentano, ma poi non sono realmente interessati.”

di Vincenzo Ligresti
03 gennaio 2018, 7:02am

L'autore ad Amsterdam. Foto di Flavia Guidi.

Qualche settimana fa un’amica mi ha raccontato che un suo amico “per ricevere molti più like, like reali, su Instagram, si è fatto aggiungere in un gruppo Whatsapp in cui tutti i partecipanti sono obbligati a mettere like e/o scrivere un commento ogni volta che qualcuno posta una foto.”

Me lo ha detto proprio mentre scartabellavo Instagram, in quel frangente in cui i miei 15 secondi d’attenzione per la nostra precedente conversazione erano già svaniti. Eppure, una simile notizia mi ha destato subito da un certo torpore e indotto a pensare che forse Darwin non intendeva proprio questo per 'evoluzione', e che avrei dovuto indagare sulla questione—perché su Instagram ci passo un sacco di tempo, e probabilmente anche voi.

Questi gruppi esistono davvero, non solo su Whatsapp, ma anche su Telegram, Facebook, e sullo stesso Instagram—o meglio, nell’Inbox di Instagram. Sono chiamati “Instagram Pods”, “Engagement group”, o definiti in maniera più ufficiosa gruppi di “muto-soccorso” o di “auto-aiuto”. La loro lenta espansione può essere fatta risalire convenzionalmente a marzo scorso, quando Instagram annuncia che “per migliorare la tua esperienza, il tuo feed sarà presto ordinato in modo tale da mostrarti prima i momenti a cui crediamo tu tenga di più.”

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Alcuni Instagram pod che si trovano su Facebook.

Tutto ciò significa che negli ultimi mesi abbiamo smesso di vedere i post delle persone che seguiamo in ordine cronologico, e iniziato a farlo in base ai nostri interessi e soprattutto alla visibilità che tali post riescono a ottenere nel breve termine (sembra entro i primi cinque minuti dalla pubblicazione). Ecco perché se segui Chiara Ferragni e il tuo ex, vedi quasi sempre prima loro dei tuoi ex compagni di corso di cui hai dimenticato pure il nome.

“Gli Instagram pod sono l’evoluzione dell’hastag #likeforlike e sono nati nel tentativo di scappare da questa nuova forma di catalogazione per rilevanza dei contenuti su Instagram,” mi spiega Giuseppe Colaneri, social media marketer. “A poco a poco, poi, sono diventati sempre più settoriali: prima ha iniziato a mettersi like a vicenda chi lavora nel social media marketing, poi i blogger, le make-up artist e così via. Almeno finché non è diventato un po’ un puttanaio, perché la gente [anche coi propri profili personali] ha iniziato a mettere like a chiunque.”

Giuseppe è uno degli autori delle varie guide—in questo caso in italiano—sugli Instagram pod che si trovano in giro per il web. Mi spiega che sono gruppi chiusi con regole molto spesso ferree, possono essere composti da migliaia di persone, e che per accedervi si deve ricevere un invito oppure iscriversi.

Per cercare di capire come funzionino, dato che nessuno mi avrebbe mai invitato, provo a inviare la mia candidatura nei diversi gruppi—praticamente tutti in lingua inglese—che riesco a trovare su Facebook. Devo dare il nominativo del mio account Instagram e soprattutto iniziare a seguire gli amministratori dei Pod. Mi scoccia, ma che posso farci.

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La richiesta d'iscrizione.

Dopo qualche giorno, mi arriva una notifica: sono stato accettato in un gruppo—e mi sento già un po’ più influencer. Il gruppo è piuttosto piccolo, con poco più di mille partecipanti, e nella bio si legge: “Benvenuto! Questo è un gruppo per aumentare l’engagement del tuo Instagram, il numero di follower e di like! […] Il tuo profilo Instagram deve essere pubblico e devi seguire le linee guida per partecipare. […] Questo per mantenere te e i nostri membri al sicuro e garantire un'esperienza positiva e di qualità.” Non so da cosa avrei dovuto esser protetto, ma quando mi si para davanti il primo thread a cui posso partecipare, comprendo che la risposta potrebbe essere: me stesso.

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Il post recita:

1. COMMENTA e METTI LIKE a tutte le le immagini prima di postare la tua.
2. Posta la tua immagine di Instagram nei commenti (semplicemente con il link e senza anteprima).
3. Metti like a ogni commento di questo thread.
4. Metti like allo status quando hai finito.
5. Se non partecipi almeno una volta a settimana a un thread verrai rimosso da questo gruppo – Grazie.

“Come puoi notare il problema del pod è che non è automatico, perché deve accadere che effettivamente le persone entrino sul tuo profilo e vadano a mettere like, e non è così banale," continua Colaneri. “Ovviamente più il gruppo è piccolo, più è di nicchia e più ti garantisce dei like certi. Diciamo che, però, partecipare con costanza agli Instagram pod può portarti a ricevere anche un numero di like variabile tra alcune centinaia e qualche migliaia.” Mica male.

Ma cosa spingerebbe le persone a sottostare a regole di questo tipo? A livello puramente pragmatico, al di là del fatto di voler fregare il nuovo algoritmo, i motivi sarebbero almeno tre. Innanzitutto, il fatto che ormai si vede subito se usi bot che ti fanno guadagnare like più o meno finti in uno schioppo. Mai notato, per esempio, post che ricevono 600 like in un minuto e per la maggior parte da profili con un nickname come @ororr2016, senza foto profilo e nessun post? Poi di conseguenza, il fatto che, ricevendo like da profili reali nel breve termine, anche chi vuole farti un po’ le pulci deve arrendersi all’evidenza che non hai comprato nulla. Infine, la questione “guadagno” in termini di visibilità e nel senso più stretto—ma su questa ci torniamo dopo.

In ogni caso, nei giorni successivi vengo accettato in altri Instagram pod su Facebook. In molti si chiede sempre scambio di like e commenti, oppure si notifica la creazione di gruppi specifici soprattutto su Telegram—perché molto più veloce. La questione che mi sconvolge di più è la seguente: tutte le interazioni umane sono ridotte al minimo, come se tutti fossero, per l’appunto, dei bot con uno scopo ben preciso a cui tendere nel minor tempo possibile.

Colaneri mi specifica che in “Italia è un fenomeno che si sta espandendo adesso”—e i vari partecipanti ai gruppi sono effettivamente delle nazionalità più disparate—quindi decido di contattare tutti i membri italiani in cui mi imbatto. Non è facile: delle decine di persone a cui scrivo sembra che nessuno mi voglia rispondere.

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"UNISCITI AL NOSTRO GRUPPO SU TELEGRAM!"

Almeno fino a quando non trovo Antonio, un influencer da 181k follower. “Ho scoperto gli Instagram pod quando ho notato che sotto ai post di persone molto seguite, oltre a molti like, c’erano altrettanti commenti, quasi insensati, e un amico mi ha spiegato da dove provenissero,” racconta. “Credo che in molti preferiscano non risponderti perché con il loro profilo Instagram ci lavoreranno e non vorranno parlare di questi commenti, che per quanto reali, sono finti. Nel senso: magari sponsorizzi un prodotto, gli utenti mettono like e commentano chiedendo informazioni al riguardo, ma poi non sono realmente interessati.” Proprio per questo motivo e per il fatto che ti “portano via una marea di tempo, a seconda di quante reazioni vuoi ricevere,” Antonio mi dice che la sua esperienza è davvero durata poco e ne è uscito.

Un altro utente a rispondermi è Stefano, 4K. Dal canto suo, mi spiega di essere entrato nei pod per vedere altri profili simili ai suoi, di non provare interesse nel diventare un influencer, e che per lui Instagram è un divertimento. “Al momento [gli Instagram pod] non mi prendono molto tempo, un’ora a settimana, ma questo è un periodo in cui non sono un assiduo frequentatore,” mi dice. Come ha notato frequentando questi gruppi, però, è tutto diverso nel caso di chi ha decine di migliaia di follower, “perché più più alto sarà il tuo engagement, più le aziende, i negozi, gli uffici stampa ti contatteranno per pubblicare una foto su Instagram—e ovviamente non per beneficenza.”

Arrivato a questo punto, sembra chiara una cosa: per quanto i pod siano nati per chi con Instagram “ci lavora”, c’è altrettanta gente che per il proprio profitto personale fa un po’ lo stesso. E, in realtà, scartabellando tra i gruppi che mi sono capitati tra le mani sembra che questa categoria sia molto più numerosa.

Infine, a rispondermi c’è anche Federica, quasi 5k, con la passione per la fotografia—e probabilmente al confine tra le due categorie sopracitate. “Io personalmente ho trovato i pod molto utili per rendere più visibili le mie fotografie, perché coltivo questa attività da tanti anni e Instagram è un buono strumento per dare visibilità a qualche mio lavoro e farmi pubblicità,” ammette. “Resta il fatto che come tutti gli strumenti informatici, è potentissimo, ma se usato con eccesso diventa uno strumento di distruzione più che di creazione.”

Nonostante sottoscriva che gli eccessi portano sempre a beghe, mi sembra che il fenomeno in sé non sia nulla di così sconvolgente. Da quando esiste Instagram un po’ tutti hanno provato giochetti del genere. E va bene così. Tanto anche se a livello etico sembra tutto non sempre molto corretto, “a livello di piattaforma i pod lo sono, almeno fino a quando da Facebook probabilmente caleranno la mannaia,” mi spiega Colaneri.

In tutto questo, alla fine confesso a Colaneri di aver partecipato anch’io a un thread per provare l’ebrezza (e indagare a fondo, ovviamente), guadagnando però soltanto una ventina di like e altrettanti commenti sconclusionati.

“Eh, ma quello dipende molto da che persona sei tu,” mi dice.

Avrei voluto chiedere, “In che senso?”. Ma non ce l’ho fatta.

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