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No, non c'è un nuovo vulcano nell'Appennino

Ma questa ricerca sul magma nelle profondità della catena montuosa apre nuove ipotesi sui terremoti.

di Giulia Trincardi
10 gennaio 2018, 1:25pm

Monte Miletto, Matese, immagine via: Shutterstock

Il 29 dicembre del 2013, la zona appenninica del Sannio Matese, nei pressi della città di Benevento, era stata colpita da un terremoto la cui scossa principale aveva raggiunto magnitudo 5.0 sulla scala Richter.

Una ricerca pubblicata di recente su Science Advances e guidata dall’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) ha formulato un’ipotesi particolare sulle ragioni dell’evento sismico, che non sarebbe dovuto ai noti movimenti di qualche faglia appenninica, ma a un’intrusione magmatica in profondità.

“Un’intrusione magmatica non equivale assolutamente alla presenza di un vulcano,” ha spiegato per telefono a Motherboard Francesca Di Luccio, ricercatrice dell’INGV e autrice principale dello studio, “è importante chiarirlo per non creare panico inutile.”

Ciò che manca in questo senso, ha spiegato sempre Di Luccio, è la presenza di un edificio vulcanico, ovvero il canale che permette al magma di fuoriuscire dalla superficie e poter quindi parlare effettivamente di attività vulcanica. Allo stesso tempo, però, la scoperta è la prima nel suo genere per quanto riguarda la composizione e le origini delle attività sismiche nell’appennino, in genere associate ai movimenti delle faglie.

Ma mentre per altre zone sismiche importanti italiane — come quella che interessa la regione dell’Abruzzo — le informazioni sulla faglie responsabili delle scosse sono abbondanti, la zona del Sannio Matese si presenta più difficile da indagare. “A parte poche zone caratterizzate da rocce calcaree,” si legge sul documento pubblicato sul sito dell’INGV nei giorni seguenti al terremoto del 2013, “la morfologia prodotta dall’azione delle faglie viene velocemente nascosta dall’erosione a cui sono sottoposte le rocce più terrigene che occupano gran parte del Sannio.”

“Un’intrusione magmatica non equivale assolutamente alla presenza di un vulcano, è importante chiarirlo per non creare panico inutile.”

Nessuna delle due faglie principali che circondano i dintorni dell’epicentro del terremoto — la faglia di Bojano a nord, quella di Acquae Iuliae a nord-ovest, ritenute responsabili anche di grandi sismi storici — appariva essere in relazione con la sismicità della sequenza del 2013.

Sulla base di questa incongruenza e di una serie di altre anomalie riscontrate dai sismografi — come la grande profondità dell’epicentro, calcolata tra i 10 e i 20 km — dunque, un gruppo di ricercatori guidato da Di Luccio ha condotto una serie di analisi, osservando una forma atipica anche negli eventi secondari alla prima scossa del 2013, “che si presentavano simili a quelli delle zone vulcaniche,” e un’anomalia termica nelle falde acquifere dove si dissolve CO2 di origine magmatica, ha spiegato la dottoressa.

La possibilità che si formi un vulcano nei bassi appennini è letteralmente una questione di ere geologiche (in altre parole, migliaia di anni), ha confermato Di Luccio, ma i risultati dello studio offrono di sicuro una nuova prospettiva sull’interpretazione dell’attività sismica di questa zona e, magari, anche di altre zone in futuro.