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Perché la guerra per Internet va combattuta con le parole e non con i dati

Stiamo vivendo il momento più straordinario della storia di Internet, ma tutte le parole che servono per cambiarlo sono di proprietà del capitalismo.

di Federico Nejrotti
10 maggio 2018, 1:50pm

Immagine: Motherboard

Gli ultimi mesi, per chiunque abbia a cuore internet e ciò che rappresenta, sono stati quantomeno singolari. Per me tutto è cominciato nel settembre del 2017.

Con il resto della troupe di Motherboard eravamo nel bel mezzo delle riprese del nostro documentario sul fenomeno del mining di criptovalute in Italia, e per la prima volta mi sono reso conto che, anche da noi, l'interesse attorno a Bitcoin — qualcosa che fino a poco tempo prima consideravo esclusiva del mio piccolo mondo — era ben più ampio e capillarizzato di quanto mi aspettassi.

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Ho cominciato a venire sommerso da opinioni e impulsi provenienti da voci mai sentite prima e a dover dare retta a punti di vista che prima non avrei mai legittimato. In breve, per la prima volta ho dovuto mettere in discussione le mie più grandi passioni con il mondo reale. Dopo quello sulle criptovalute è stato il momento del dibattito sulla tecnologia blockchain, poi sul fenomeno delle fake news, i rischi dell'intelligenza artificiale.

Di punto in bianco, grazie allo scandalo Cambridge Analytica, i riflettori di tutto il mondo erano improvvisamente puntati sui rischi dell'influenza dei social network al nostro accesso alla conoscenza e al rapporto tra le grandi piattaforme digitali e gli stati nazionali. Pochi giorni dopo Mark Zuckerberg, mio acerrimo nemico e più grande fonte di gelosia, era l'uomo più chiacchierato del globo terracqueo.

Che si tratti di una corrente mediatica passeggera, della moda del momento, o di genuino interesse, Internet sta vivendo il momento migliore della sua storia non tanto per gli avvenimenti che lo stanno animando — tutto fuorché lusinghieri — ma perché mai prima d'ora così tante persone erano interessate alle sue sorti.

Quello che segue è un estratto di un capitolo che ho scritto per Datacrazia , un'antologia di saggi su "politica, cultura algoritmica e conflitti al tempo dei Big Data" curata da Daniele Gambetta e pubblicata da D Editore. È ufficialmente in vendita da pochi giorni, sta venendo presentata al Salone del Libro di Torino e in giro per l'Italia e rappresenta un punto di partenza valido per armarsi ed essere pronti a partecipare al futuro di Internet.

In un periodo così sensibile e animato, infatti, è responsabilità di tutti combattere per riappropriarsi delle parole, la materia prima più importante (ancora più dei dati) di cui il capitalismo delle piattaforme si è appropriato e ha letteralmente capitalizzato, legando a ognuna di esse un preciso valore economico e limitando drasticamente la libertà che quelle stesse parole conferivano ai pensieri di chi le utilizzava.

Si tratta di una piccola chiamata alle armi, nella speranza di poter creare un nuovo vocabolario (letterale o immaginario) per sfuggire alle aste di AdWords, le parole chiave delle grandi conferenze tech e l'istituzionalizzazione di concetti fluidi e complessi che, da sempre, rendono Internet l'invenzione più straordinaria della storia dell'uomo.


Da alcuni mesi a questa parte sono molti gli ex-funzionari delle più disparate grandi piattaforme digitali ad aver dichiarato pubblicamente di sentire di aver fatto, all’inizio di questo percorso, qualcosa di profondamente sbagliato.

L’impressione è che per loro, e per le aziende stesse, l’evoluzione del rapporto umani-algoritmo abbia raggiunto un punto di non ritorno piuttosto inquietante: le caratteristiche del fenomeno della filter bubble rispondono alla necessità fondamentale, per queste aziende, di massimizzare il tempo di permanenza degli utenti sulle piattaforme, e lo fanno così bene da rendere quasi impossibile pensare di poter tornare indietro. Un po’ come se questo processo avesse portato così tanti benefici economici da far percepire come completamente folle l’idea di invertirlo.

Non è un caso che alla pubblicazione dell’ultimo censimento trimestrale di Facebook, Mark Zuckerberg abbia dovuto non solo ammettere pubblicamente che alcune scelte politiche divenute necessarie a causa delle asprissime critiche ai danni del social e della sua influenza sulla società abbiano portato a una diminuzione del tempo trascorso sulla piattaforma dagli utenti, ma anche che queste scelte siano state necessarie. Quasi come se l’inversione del processo fosse ormai una prerogativa fondamentale nell’ottica di rendere internet un posto di nuovo salutare e sostenibile.

La copertina di Datacrazia, edito da D Editore.

Anche se questa presa di coscienza potrebbe sembrare in qualche modo rincuorante, è imperativo che non si lasci il privilegio di agire sull’algoritmo esclusivamente a chi trae profitto da esso. — Al tempo stesso, però, sembra che chiunque abbia provato ad agire su di esso fino ad ora abbia fallito, e il motivo di questo fallimento è al tempo stesso banale e palese: chi trae profitto dall’algoritmo ha colonizzato le parole che servono per cambiare l’algoritmo.

Il funzionamento alla base della filter bubble fa dello sfruttamento della semantica un punto di partenza fondamentale: se ho accesso alle parole che i miei utenti usano, posso analizzarle per scoprire quali sono quelle che garantiscono il maggior tempo sulla piattaforma, il più alto numero di click o il numero di visualizzazione più alto. Google, con il suo sistema di advertising AdWords, fa esattamente così.

I suoi clienti comprano dalla piattaforma un certo volume di posizionamento pubblicitario sulla base di alcune parole chiave, e ogni volta che un utente arriva a un dato cliente di Google passando proprio per quelle parole, il rapporto economico tra le due parti si consuma: il cliente guadagna un visitatore e Google viene pagato dal cliente. Google consuma circa 63.000 transazioni di questo tipo al secondo, di fatto validando il valore di mercato di 63.000 unità di linguaggio al secondo.

È imperativo che non si lasci il privilegio di agire sull’algoritmo esclusivamente a chi trae profitto da esso.

In questo senso il fenomeno della filter bubble non si verifica soltanto con i pensieri e i gusti degli utenti, ma anche con le parole che usano. L’autostrada di internet sta abilitando la presenza nella rete di un determinato insieme di parole che edulcora il significato delle stesse, trasformandole in identità di mercato, più che di significato. Questo fenomeno non influenza soltanto il rapporto tra le realtà di mercato e le piattaforme digitali che dovrebbero canalizzare la loro presenza su internet, ma anche il valore dell’attivismo di chi tenta di modificare questi rapporti di forza.

In un post pubblicato sul blog online Points, la presidentessa dell’associazione Data & Society Danah Boyd, trascrive il testo del discorso che ha pronunciato nel novembre del 2017 durante la cerimonia di apertura della conferenza The People’s Disruption: Platform Co-Ops for Global Challenges. Scopo del discorso era proprio di ispirare e incoraggiare delle giovani menti a far fronte alle problematiche sociali e culturali derivate dall’iper-informatizzazione della società, cercando di capire in che modo dare voce a delle minoranze non rappresentate dagli algoritmi, e come incoraggiare il dibattito attorno ad alcune delle conseguenze della crescente diffusione dell’intelligenza artificiale e alla loro presenza online. In breve, un discorso per cercare di capire insieme come riprenderci internet.

L’arringa, nella sua piena condivisibilità, si macchia di un peccato capitale per il tipo di ecosistema in cui è stata pronunciata: da “produttività” a “lavoro”, passando per “hacker” e “disruption”, Boyd imposta il suo discorso nello stesso campo semantico già conquistato, tempo addietro, dalle stesse aziende che la comunità di persone a cui sta parlando sta cercando, in un certo senso, di combattere. Ogni iniziativa e ogni idea verrà innestata all’interno di un’infrastruttura già ben definita, con degli standard e dei punti di riferimento (sia positivi che negativi) chiari e facilmente riconoscibili. Un intero campo semantico che è stato letteralmente capitalizzato da chi, nel corso del tempo, ha ingegnerizzato allo stato dell’arte i meccanismi per trarre profitto dalle dinamiche di internet, ai danni degli utenti che ne usufruiscono.

L’esercizio è primitivo e radicale: inventiamo nuove parole, alteriamo il loro significato, chiediamo a tutti di utilizzarle e impediamo, a tutti i costi, che questo nuovo vocabolario venga capitalizzato.

Proprio in quest’ottica, credo fermamente che il primo passo, oggi, per poter cominciare a lavorare davvero ad un percorso di sensibilizzazione ed attivismo che possa davvero influenzare l’attuale status quo di internet e dei grandi titani che al momento lo regolano, debba partire dalle parole, le singole unità di significato che riescono a tradurre in linguaggio umano nella maniera più diretta la portata di influenza delle unità di dati, il carburante di internet e dei meccanismi che lo regolano.

Qualunque sia l’idea di partenza, dobbiamo imparare a trasfigurarne il significato: che si parli di social network, intelligenza artificiale, etica o algoritmi, è imperativo privare lo status quo di internet del diritto di acquisire la proprietà sull’ecosistema in cui si manifestano queste idee attraverso le parole che utilizziamo per definirle. L’esercizio è primitivo e radicale: inventiamo nuove parole, alteriamo il loro significato, chiediamo a tutti di utilizzarle e impediamo, a tutti i costi, che questo nuovo vocabolario venga capitalizzato. — Non si tratta più di una battaglia volta alla sostenibilità di un sistema economico digitale, ma di una guerra per espropriare dal circolo vizioso del profitto di una piattaforma, come internet, senza cui oggi forse non potremmo più definirci esseri umani.

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