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Italia

Federico Aldrovandi poteva essere chiunque

A 13 anni dall'omicidio, avvenuto il 25 settembre 2005, abbiamo ripercorso la storia "dal di dentro" con l'avvocato Fabio Anselmo.

di Claudia Torrisi
25 settembre 2018, 5:00am

Foto via Facebook.

Quando si parla del caso Aldrovandi non posso non pensare al fatto che esista un prima e un dopo la morte di Federico. Esiste, ovviamente, in primo luogo su un piano privato per la famiglia e per le persone direttamente coinvolte, che hanno perso un figlio, un fratello, un nipote o un amico in un modo assurdo. Il secondo livello è invece pubblico: ci sono state le foto del cadavere di Federico esposte e pubblicate sui giornali e c’è stata la battaglia combattuta dentro e fuori le aule del tribunale dai genitori e dall’avvocato della famiglia, Fabio Anselmo.

Senza quella battaglia, infatti, altri casi di malapolizia non avrebbero avuto la stessa risonanza. E se oggi in Italia possiamo parlare di abusi delle forze dell’ordine in un certo modo è esattamente perché c’è stato quel caso.

In occasione del tredicesimo anniversario della morte ho deciso di parlarne direttamente con Anselmo, oggi legale della famiglia Cucchi e che qualche mese fa ha pubblicato Federico—un libro-diario in cui ripercorre la storia del caso Aldrovandi, dal primo incontro con i genitori il 26 settembre del 2005 nel suo studio legale di Ferrara fino alla sentenza di condanna per eccesso colposo in omicidio colposo (confermata nel 2012 dalla Corte di Cassazione) ai quattro agenti di polizia Paolo Forlani, Monica Segatto, Enzo Pontani e Luca Pollastri.

“La storia di Federico aveva bisogno di essere raccontata dal di dentro, per come noi l’abbiamo vissuta giorno per giorno,” mi dice. “Per me scrivere questo libro è stato anche un po’ terapeutico: questa vicenda ha cambiato la mia vita, che negli ultimi vent’anni è stata tutt’altro che monotona per vari sconvolgimenti.” Al tempo del caso Aldrovandi, infatti, l’avvocato stava venendo fuori da una lunga vicenda processuale per un caso di malasanità che aveva riguardato la sua famiglia e che era stato molto discusso a Ferrara.

La copertina del libro.

Il 26 settembre del 2005 Anselmo era in palestra. Mentre correva sul tapis roulant aveva ricevuto una telefonata dalla sua segretaria, che gli comunicava che c’erano delle persone arrivate senza appuntamento per discutere di un caso riguardante un ragazzo di diciotto anni. L’avvocato si era quindi precipitato in studio e, aperta la porta della sua stanza, aveva trovato ad attenderlo gli Aldrovandi.

Anselmo ricorda di aver pensato durante quel primo incontro che quella di Federico fosse “una morte per overdose. Anzi, ero quasi deluso: mi era stato descritto un caso di malasanità, e in realtà poi sentendo raccontare quello che la polizia aveva detto e leggendo i giornali mi pareva chiaro che fosse un decesso per droga.” Ciononostante, sin da subito l’avvocato aveva notato qualcosa di strano: “Non riuscivo a decifrare il mistero che gli articoli dei quotidiani dipingevano attorno a questa morte.” I giornali, infatti, pur sposando la ricostruzione dell’overdose della Questura, non utilizzavano mai la parola “droga” o un suo sinonimo, accennando invece a “un caso delicato e complesso.”

Lo zio di Federico, Franco, venuto con Lino e Patrizia Aldrovandi in studio era stato in obitorio e aveva riferito di un corpo “massacrato di botte.” L’avvocato inizialmente però non pensava che la causa della morte potesse essere legata all’intervento della polizia: “Per me non era concepibile che agenti di polizia potessero pestare in quel modo un ragazzo di 18 anni disarmato e descritto da loro stessi come in difficoltà psichica. C’ho messo del tempo, ma poi alla fine ho dovuto prendere atto di cos’era accaduto.”

Ad aprire la strada a quella consapevolezza è stato in primo luogo il corpo di Federico, che aveva un aspetto incompatibile con la versione ufficiale: “Il nostro medico legale ci disse che c’erano tante lesioni, nessuna mortale, ma tanti segni di manganello e che anche lo scroto era tumefatto. La brutalità di questa descrizione mi aveva colpito.” Poi si sono aggiunti altri elementi, che hanno reso il quadro sempre più chiaro: come la deposizione di Anne Marie, una donna che abitava nei pressi del luogo del fermo e testimone chiave al processo, o la registrazione della telefonata fatta dall’agente Pontani alla centrale la mattina del 25 settembre 2005, mentre il corpo esanime di Aldrovandi giaceva a pochi metri, che diceva che l’avevano “bastonato di brutto per mezzora.”

Nel frattempo, sulla stampa Federico continuava a essere dipinto come un drogato, un violento, uno sballato. “Allora non ne ero consapevole, oggi lo sono molto di più: questi sono processi che vengono fatti alle vittime. E si diffamano addirittura anche gli avvocati delle vittime,” afferma Anselmo. “I giornali riportavano ciò che veniva detto o comunicato loro dalle fonti ufficiali. Ma è chiaro che questa propaganda era finalizzata a isolare la famiglia della vittima, a colpevolizzarla, e isolare e colpevolizzare la stessa vittima che doveva essere considerata responsabile della propria morte.” Una situazione non dissimile a quanto poi è accaduto a Stefano Cucchi, Giuseppe Uva, Riccardo Magherini, Michele Ferrulli, Davide Bifolco o Dino Budroni.

Nei primi mesi del caso Aldrovandi, comunque, Anselmo era cauto, per il timore di finire in mezzo a un nuovo processo mediatico dopo quello che aveva riguardato la sua famiglia. Patrizia, la madre di Federico, invece, voleva aprire un blog e pubblicare una lettera che aveva scritto. “Io avevo un po’ paura, non ero molto pratico di Internet e ho tergiversato per tre mesi,” ricorda l’avvocato. Una sera, a gennaio del 2006, “le ho detto di sì, di metterlo online.”

Fabio Anselmo. Foto di Tania Cristofari, per gentile concessione di Fandango.

L’apertura del blog è stata una grossissima cassa di risonanza per il caso Aldrovandi, e ha segnato anche un cambio di passo nella strategia legale: da quel momento in poi, infatti, l’avvocato e la famiglia hanno accusato apertamente e in maniera piuttosto dura procura e questura di non collaborare nella ricerca della verità sulla morte di Federico—e anzi, di inquinare e tentare di affossare il caso.

“Dovevamo dire una cosa chiara: Federico è stato ucciso punto e basta, la droga non c’entra, c’entra solo la violenza. Non avevamo il coraggio di prenderne atto, di dirlo e di urlarlo. Poi l’abbiamo avuto."

Questa grande esposizione ha fatto sì che quello Aldrovandi diventasse il primo processo pubblico su un caso di abuso in divisa. C’è chi ha criticato questa mediatizzazione, ma secondo l’avvocato l’opinione pubblica in questi contesti “è fondamentale, senza di essa non si arriva mai in un’aula di tribunale o è molto difficile.” La Corte europea dei diritti dell’uomo “sancisce la pubblicità di questi processi. Il segreto investigativo deve servire a fare le indagini, e invece delle volte è un paravento per insabbiare. Nel caso di Federico i giudici stessi hanno riconosciuto alla famiglia di aver sollecitato con il mio aiuto l’opinione pubblica, perché senza quest’attenzione si sarebbe trattato di un caso di negata giustizia.”

Secondo Anselmo, non solo la città di Ferrara “è stata sconvolta” dal caso Aldrovandi, ma lo shock ha travalicato i confini della provincia, anche se “in maniera graduale, tardiva, quasi come un diesel, e ha avuto il suo apice dopo la sentenza di primo grado e quella definitiva,” perché “il cittadino medio non si aspetta un comportamento come quello inflitto a Federico da parte di quattro agenti di polizia.”

A differenza di quanto era accaduto anni prima al G8 di Genova a Carlo Giuliani, tra l’altro, in questo caso era complicato incasellare quanto accaduto in contesti di violenza o disordini di piazza. “Qui questa contro-narrazione non era possibile,” spiega l’avvocato. “Federico Aldrovandi era un ragazzino 18enne, da solo, incensurato, disarmato, non stava facendo del male a nessuno. L’opinione pubblica era impressionata da questo, era un fatto difficile da superare e ha reso meno credibile il tentativo di farlo passare come un tossico o un violento.” Diventava chiaro a tutti, insomma, che Federico poteva essere chiunque—e forse proprio questo ha segnato un punto di non ritorno nella storia degli abusi in divisa.

Nonostante la sentenza passata in giudicato, la famiglia Adrovandi non è mai stata lasciata in pace, tra applausi agli agenti condannati, sit-in dei sindacati di polizia di solidarietà per i colleghi sotto il posto di lavoro della madre, insulti veri e propri, dichiarazioni di Giovanardi secondo cui quello attorno alla testa di Federico nelle foto non era sangue ma “un cuscino,” e frasi come “se ci fosse stato il taser, sarebbe ancora vivo.”

Questo perché, spiega Anselmo, “per chi concepisce l’attività di polizia in un certo modo, il caso Aldrovandi costituisce un vulnus, un precedente pericoloso da negare e combattere. È un atteggiamento figlio della stessa cultura che è ostile alla legge sulla tortura.”

Dal libro-diario dell’avvocato emerge come la vicenda di Federico Aldrovandi sia stata un giro di boa anche per lui. “Devo essere sincero: quando è arrivata la telefonata di Lino e Patrizia non avevo più voglia di fare questo mestiere. Ero in una situazione di grave crisi personale, non avevo più gli stimoli,” ammette. “Federico ha incanalato un po’ quella che era la mia rabbia nei confronti di un sistema giudiziario che avevo percepito come non equo e nel quale la legge non è uguale per tutti, come io invece credevo che fosse.”

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