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Smartphone e lupara: come la mafia parla ai tempi dei social network

"Oggi le mafie non hanno più bisogno di far saltare per aria persone o negozi, basta ricordare i gesti di cui sono state capaci nel passato."

di Gabriele Cruciata
07 maggio 2018, 11:44am

Immagine: Onore e Dignità / Facebook

È il 14 febbraio del 2017, è San Valentino e le coppie festeggiano postando su Facebook e Instagram foto di baci e ristoranti costosi. Tra le miriadi di frasi e immagini che viaggiano online ci sono anche le parole di Vincenzo Torcasio, di Lamezia Terme. Nel Comune calabrese il suo cognome è associato a quello dell’omonima ‘ndrina. “Noi non ci disperiamo festeggiamo lo stesso San Valentino a base di pesce” scrive Vincenzo, detto anche “U Giappone”. Pochi giorni prima un giudice lo ha condannato a 30 anni di reclusione. Una settimana dopo il post di San Valentino, Torcasio diventa irreperibile. Si sarebbe dovuto presentare in carcere, ma sembra sparito nel nulla. Il post su Facebook è la sua ultima traccia.

“Chi ha l’immagine stereotipata della mafia con la coppola e la lupara è decisamente fuori strada” ci spiega Vincenzo Nicolì, vice direttore dello SCO, il Servizio Centrale Operativo della Polizia di Stato. L’opinione dell’inquirente è suffragata da dati importanti: gli omicidi di criminalità organizzata sono drammaticamente calati nell’ultimo decennio, anche in città come Palermo o Napoli, tipicamente caratterizzate da fenomeni mafiosi. Lo abbiamo contattato per capire meglio come è cambiata la comunicazione del crimine organizzato ai tempi dei social network. “In un mondo globalizzato e iperconnesso è impensabile che le organizzazioni criminali comunichino ancora coi pizzini di carta, come si vede spesso nei film.”

I social network e le app di messaggistica istantanea sono diventati importanti strumenti per la comunicazione esterna ed interna ai clan, nonché per il controllo di territorio. WhatsApp e altre applicazioni simili sono diventate dei “pizzini 2.0”, utilizzati soprattutto per eludere le intercettazioni telefoniche.

“In un mondo globalizzato e iperconnesso è impensabile che le organizzazioni criminali comunichino ancora coi pizzini di carta, come si vede spesso nei film.”.

Ma c’è di più. “Nel corso delle nostre attività investigative abbiamo scoperto numerose pagine o gruppi Facebook gestiti da personaggi vicini a famiglie mafiose” spiega Nicolì. Il loro scopo è spesso quello di accrescere la popolarità e il consenso sociale di alcune figure attraverso like e condivisioni.

Un esempio è quello di Roberto Spada, divenuto famoso per aver rifilato una testata ad un giornalista Rai. Spada, oggi al 41bis e all’epoca molto seguito sui social, aveva pubblicato su Facebook un endorsment a CasaPound. Dopo la testata aveva pubblicato uno sfogo, ricevendo decine di commenti a proprio sostegno.

Anche il caso di Torcasio è eloquente. Arrestato nel 2015 nell’ambito dell’operazione Andromeda, poco tempo dopo si è visto accogliere la propria istanza dal Tribunale del Riesame, ed è tornato a piede libero. Da quel momento ha avviato una personalissima battaglia social contro le ingiustizie del sistema giudiziario italiano. I post venivano pubblicati sul profilo personale, ma anche su “Onore e Dignità”, la sua pagina Facebook tuttora esistente.

La pagina – che conta quasi 20mila like – è infarcita di immagini e frasi facenti riferimento all’amicizia e alla propria esperienza con la Giustizia. Numerosi i post contro “la tortura del 41bis”. Le pubblicazioni più recenti sono relative al febbraio del 2017, quando in seguito alla condanna a 30 anni la DDA di Catanzaro ha ottenuto il ripristino della misura cautelare per Vincenzo Torcasio.

Per Nicolì, I social network “rappresentano un nuovo modo per fare ciò che il crimine organizzato già faceva prima: dimostrare all’esterno di essere in controllo delle attività imprenditoriali e criminali che avvengono all’interno di un determinato territorio.”

L’investigatore sottolinea come ormai da anni si sia modificata la strategia comunicativa dei clan. Dalla violenza si è passati al ricordo della violenza: “Oggi le mafie non hanno più bisogno di far saltare per arie persone o negozi, basta ricordare i gesti di cui sono state capaci nel passato. E questa trasformazione rende più difficile dimostrare l’esistenza di attività di controllo estorsivo del territorio.”

Immagine: Facebook

Ciò ha contribuito anche ad una modifica nel modo di condurre indagini. Come ci spiega Nicolì, oggi ricerche Google e sui social fanno parte del protocollo investigativo di ciascun inquirente. “La diffusione della tecnologia ci costringe ad un costante aggiornamento sull’utilizzo di strumenti innovativi. Basti pensare alle analisi degli indirizzi IP, o alla quantità di dati e tracce che ognuno di noi lascia quando utilizza un semplice smartphone. Per noi possono essere informazioni importanti.”

Dunque per gli inquirenti i social possono costituire anche un vantaggio. È il caso dei latitanti trovati grazie a post su Facebook o Instagram, che hanno consentito di trovare fuggitivi di lunga data come Giulio Perrone, che nel marzo del 2017 si trovava in Messico. Sfuggiva alla legge da 19 anni, quando fu condannato per aver spostato ingenti quantità di stupefacenti per conto della Camorra. “Postava tranquillamente proprie foto sui social,” spiega Nicolì, “in cui usava un nome di copertura per pubblicare foto di se stesso in spiaggia.” È il paradosso dei latitanti 2.0, che sfuggono alla giustizia ma non rinunciano ai social network né ai post con la geolocalizzazione.

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