Mala ha visto nascere la dubstep

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Mala ha visto nascere la dubstep

Un'intervista-fiume con Mark Lawrence sulla sua carriera, dai primi rave con Wiley e Skepta fino ai suoi ultimi esperimenti di ibridazione musicale.

Mark Lawrence è un'icona del mondo dubstep praticamente da prima che esistesse il mondo dubstep. Quando Burial stupì l'universo con le sue prime produzioni tra il 2005 e il 2006, lui era già molto conosciuto nel giro londinese, perché nonostante i suoi primi singoli su vinile siano dello stesso periodo, a differenza di Bevan Mala ha sempre fatto della sua attività live una colonna fondamentale della propria carriera. MC fin dalla metà dei Novanta, Mark è inevitabilmente entrato in contatto con tutti: Kode 9, Wiley, Burial stesso, Stormzy, Gilles Peterson, la lista tende a più infinito. Mala è un uomo dalla parlantina sciolta, che ha sempre una parola buona per tutti e ci tiene a farti sapere quanto gli piaccia il suo lavoro, che ancora oggi prima di tutto è una passione fortissima e incontenibile. Passione che lo porterà ad esibirsi al Terraforma tra pochi giorni, ottima scusa per scambiare quattro chiacchiere ad ampio spettro. Noisey: Ciao Mark, come va? Sei pronto per il caldo devastante di Milano? Vieni spesso a suonare in Italia?
Mala: Wow, al momento sono in Belgio, si bolle anche qui. In Italia sono stato molte volte, l'ultima fu all'inizio dell'anno a… Non mi pare a Milano… Non me lo ricordo, comunque era un Deep Medi. Però forse era a Milano, sì. Sì, era a Milano. Ah, non sapevo fossi qui così di frequente, e come ti trovi da queste parti? Che tipo di feeling c'è con il pubblico?
Sai, il genere di musica che suono è abbastanza di nicchia ["specialist"], quindi tendenzialmente la gente che partecipa agli eventi ha bene in mente di cosa si tratti, e non ho mai avuto problemi di sorta, né tecnici né personali, anzi, spesso mi è capitato di passare le vacanze in Italia, magari in Toscana, e sono rimasto anche tre o quattro settimane di fila da quelle parti. Pian piano ho preso confidenza con un po' delle vostre tradizioni, ho anche imparato a cucinare il cibo locale. Sai, andare al mercato, comprare ciò che vuoi cucinare… Per come la vedo io quello è così che riesci ad apprezzare davvero la cucina italiana. Non fraintendermi, puoi andare al ristorante e mangerai bene, ma il momento in cui arrivi davvero a conoscere i frutti della terra è quando vai al mercato, poi vai a casa e impari tu a preparare ciò che vuoi. D'accordo al cento per cento, e come da copione, in una conversazione con un italiano al secondo minuto si sta già parlando di cibo. Fingiamoci professionali e torniamo alla musica: visto che sarai qui da noi a brevissimo, che tipo di esibizione ci aspetta al Terraforma?
Dovrei suonare un'ora e mezza, il che è ottimo: solitamente suono dalle due ore in su, per cui uno spazio che si avvicini a quella durata funziona alla grande. Farò un po' di ricerca per capire cosa portare al festival, di solito mi porto dietro circa tre ore di musica, tutto su vinile. Uso ancora i piatti e mi porto sempre dietro una cassa enorme di vinili, dentro ci metto pezzi più vecchi e conosciutissimi da tutti, spesso le prime uscite della DMZ [l'etichetta gestita da Mark stesso insieme a Dean "Coki" Harris, altra metà dei Digital Mystikz, e Peter "Loefah" Livingston], ma anche un sacco di roba nuova, che nessuno nel mondo ha ancora iniziato a passare. Per quanto bello suonare cose che tutti conoscono, ho sempre pensato che la mia responsabilità come produttore e come DJ sia di continuare a presentare nuove idee, nuovi spunti. Un set non deve essere solo divertente, dev'essere anche una sfida. Sicuramente il Terraforma è l'evento giusto, allora, si sposa molto con questa tua ottica.
È una cosa che faccio anche per me stesso: mi annoierei facendo sempre la stessa musica. Le cose cambiano e devono cambiare. Per alcuni di noi è fondamentale continuare ad investire in nuove idee, facendo nuova musica e supportando nuovi artisti, ed è quello che cerco di fare anche attraverso l'etichetta. Che è poi l'ottica attraverso cui sei arrivato a produrre dubstep nel periodo in cui la dubstep fondamentalmente non esisteva ancora, ma com'è cominciato tutto?
Sì, sì, esatto. Beh, ho iniziato ad interessarmi alla musica intorno al '92, '93, con le radio pirata che passavano jungle e d'n'b, e verso la metà dei '90 ho cominciato a fare l'MC ai rave, finendo così per presentare gente come Grooverider, Micky Finn, Dj Randall e tutti quelli del giro. Insomma, da teenager finivo a lavorare sia per i club over 18 che under 18. Poi a 19 anni ho firmato il primo contratto con una major, ed è stata un'esperienza terribile: tutti non facevano che dirmi "ecco, sta per succedere, la tua vita sta per cambiare, adesso sfondi", ma non è mai successo, anzi, è stato un fiasco. Il risultato fu che tornai a lavorare e per un po' fui parecchio depresso, ma non smisi mai di produrre musica, e fu il periodo in cui uscirono i miei primi singoli dubstep. Siccome non c'era nessuna etichetta che facesse cose del genere, decidemmo di occuparcene direttamente noi, e con noi intendo i ragazzi della DMZ. In quel periodo poi iniziai a lavorare anche con i ragazzi dai dieci ai diciannove anni; ragazzini con problemi, espulsi da scuola o che arrivavano da situazioni domestiche problematiche. Venivano in studio e per loro organizzavamo workshop e corsi.

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Da Wrath (Souljahz Vip Mix)," primo singolo pubblicato da Mala nel 2005. Non avevo idea, era una cosa "ufficiale" o lasciavate semplicemente la porta aperta?
Lavoravamo per una sorta di associazione locale, si chiamava Croydon Youth Development Trust, e avevamo sia fondi pubblici che privati, ma era molto difficile riuscire ad ottenere qualcosa dal governo, lavoravamo davvero sodo. Il programma andò avanti per diversi anni, e parallelamente la DMZ cresceva e iniziava a ricevere materiale da produttori sparsi per il mondo che volevano essere pubblicati, anche se eravamo ancora senza distributore e andavo io personalmente in giro per i negozi di Londra a vendere i nostri dischi. A questo punto, tra le mie serate come dj, il lavoro in studio coi ragazzi e il contatto con i negozianti e gli artisti, mi sentivo in una posizione privilegiata per poter aiutare questo genere di musica a prendere piede. Fu allora che aprii la Deep Medi, la mia etichetta personale, che quest'anno compie undici anni con tredici album e novantotto singoli pubblicati. E insomma questo è stato il grosso del mio viaggio durante la mia vita adulta, che ha contribuito al mio sviluppo come artista e anche un po' a quello della scena. Mi fa piacere che ne parliamo, perché proprio oggi ho scoperto che su Mixmag hanno aperto un sondaggio per votare l'etichetta dubstep e grime più influente degli ultimi dieci anni e sia DMZ che Deep Medi sono in quella lista. Un risultato niente male.
Assolutamente, è bellissimo vedere che il tuo impegno e i tuoi sforzi vengono riconosciuti. Spesso un sacco di gente non ha idea dell'impegno e degli sforzi che bisogna fare per mandare avanti un'attività di questo genere. Novantotto singoli pubblicati, hai idea di quante canzoni ho dovuto ascoltare per arrivare a quei novantotto, per essere sicuro che ciascuno di essi rappresentasse qualcosa? Tanti sono convinti che una volta che butti fuori i primi due lavori, se funzionano e se vengono accolti bene, poi sia tutto in discesa, che i soldi crescano sugli alberi e che abbiamo risorse infinite o infinite ore disponibili nella giornata. Deep Medi è formata da due persone: me e un manager. Io non ho mai studiato economia a scuola, per cui sono cresciuto facendo un sacco di errori da cui ho cercato di imparare. Però amo il mio lavoro esattamente come il primo giorno, e mi piace credere che tutto questo abbia uno scopo e non sia semplice intrattenimento. Mi piace pensare che siamo una vera e propria community di artisti che condividono qualche cosa. Capisco perfettamente. Da ascoltatore, per quel che vale, quando ti trovi davanti ad un artista che crede fortemente in quello che fa smette di essere semplicemente un concerto, si stabilisce quasi un legame, si condivide un'esperienza.
Esatto, esatto, è proprio quello di cui sto parlando. Scusa, sono andato completamente off topic, ma è un aspetto che mi sta molto a cuore. Comunque, per tanti anni sono andato avanti così, lavorando e producendo musica per le mie etichette e saltuariamente per qualcun altro, come Souljazz o Hyperdub, perché è l'etichetta di Kode 9, che conosco da tanti anni ed è un carissimo amico. Poi, un giorno di tanti anni fa, in novembre, completamente a caso mi telefonò Gilles Peterson, che avevo incontrato diverse volte perché veniva alle serate della DMZ e ovviamente conoscevo per il suo lavoro in radio. Mi chiese semplicemente se volessi seguirlo a Cuba per lavorare ad un progetto. Non sono mai stato bravo a fare la mossa furba, ho lasciato perdere un sacco di proposte nel corso degli anni perché non mi interessava fare soldi, la musica per me non è mai stata una questione economica, cerco di trarne quel tanto che basta per vivere, ho sempre accettato solo e soltanto collaborazioni cui davvero volessi lavorare, e a Gilles ho detto di sì. A gennaio andammo a Cuba per la prima volta e iniziammo a lavorare: conoscemmo gente, suonammo, ascoltammo gente suonare, partecipammo ad eventi e feste per raccogliere materiale, tutto assolutamente freestyle. Per me fu una grande sfida, perché non ho una vera preparazione con nessuno strumento e mi sono ritrovato a collaborare con musicisti che suonano al Buena Vista Social Club. Fu stressantissimo e non ero per nulla a mio agio, ma sono convinto che per crescere un po' di discomfort sia necessario.

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Si dice sempre che per continuare a crescere ci si deve spingere fuori dalla propria comfort zone, no?
Precisamente. Per cambiare devi dare inizio tu al cambiamento, non puoi passare tutta la vita a registrare musica nello stesso modo, nello stesso studio, con gli stessi programmi. Io mi annoierei tantissimo. Per esempio, il disco che ha cambiato la mia visione della musica, che non voglio chiamare world music, ma musica del mondo—non mi piace il modo in cui si usa il termine world music, non è che se vai da qualche parte nel mondo e ti suonano qualcosa quella è world music, no, è quella è musica locale—fu Beyond Skin di Nitin Sawhney. E quel disco, wow, non era simile a nulla che avessi mai ascoltato. E ancora oggi, dopo quasi vent'anni, se mi chiedessi di scegliere due dischi dicendomi che potrei ascoltare solo quelli per il resto della mia vita, uno sarebbe Beyond Skin.

E l'altro quale sarebbe?
Non lo so, ma Beyond Skin sicuro. In quel disco, così come in quello dopo, Prophesy, ti rendi conto che Sawhney è andato in giro per il mondo a raccogliere spunti e idee. È incredibile. E quattordici anni dopo mi invitò in studio per collaborare ad un pezzo, e io ero fuori di testa, perché per me è un eroe. Non penso che lui ci abbia creduto davvero finché non abbiamo fatto l'intervista durante il suo show in radio, Nitin Spins The Globe, e ho cominciato a cantare tutte le sue canzoni. A quel punto ha capito che non lo stavo prendendo in giro. Quel disco è l'esempio perfetto di come intendo io la musica: portare degli stimoli esterni dentro ciò che stai facendo, per creare qualcosa di nuovo. Quando iniziai col dubstep non ascoltavo solo grime e jungle, ma anche Eno, Sakamoto e altri compositori che non c'entrano nulla con quel genere, o dell'hardcore. Questo approccio nel tuo caso risulta abbastanza evidente, considerando che all'epoca non ti sei limitato a proporre un genere, ma ne hai creato uno, partendo da qualche cosa d'altro, rielaborando degli input esterni attraverso la tua sensibilità personale.
Esattamente. A un certo punto poi, ritagliandomi uno spazio di autosufficienza all'interno del music biz, sono stato in grado di andare a Cuba e fare un album. Quindici anni fa non me lo sarei potuto permettere. Ma nella vita bisogna essere pazienti, anche quando vivi dei momenti in cui ti sembra di non stare andando da nessuna parte, devi essere paziente. Tutta la fatica e tutti gli sforzi che stai facendo oggi, domani daranno i loro frutti. E domani magari non sarà davvero domani, ma tra cinque anni. Però tu tieni duro. Rimani coerente. È quello che paga. La coerenza. Alcune persone nella vita sono molto fortunate, raggiungono il successo dalla sera alla mattina, e per loro ha funzionato così, ma la maggior parte della gente che conosco non ha questa fortuna. Pensa ad esempio alla stessa scena grime. Ricordo un rave in particolare con Wiley e Skepta, era il 2003 più o meno, e loro erano già lì. Parecchio tempo fa, sì.
Esatto, è proprio questo il punto: non hanno mai smesso di lavorare e oggi hanno finalmente dei riscontri e tutto il mondo abbraccia il loro lavoro. Ed è bellissimo vedere che artisti come Wiley, Skepta, JME, ma anche i più giovani, gente come Stormzy, di una nuova generazione, hanno successo. È una cosa bellissima, davvero bellissima. Mi sento molto ispirato da tutto questo, e mi sento a metà della mia carriera: da una parte hai Stormzy, che tra l'altro arriva dal mio quartiere, e avrà una quindicina d'anni meno di me, e dall'altro Goldie che festeggia i venti e rotti anni del suo primo album, e ha appena pubblicato un disco nuovo, tra l'altro diverso da tutto ciò che ha fatto finora; e lui è uno della vecchia guardia, uno degli artisti cui guardo da quando ho iniziato a fare musica. E io mi sento in mezzo a tutto questo, ed è una sensazione splendida. Sei molto positivo, sia per ciò che riguarda te che tutti gli artisti che ti circondano, è molto bello. Visto che l'hai nominato, a bruciapelo: ti è piaciuto l'ultimo di Wiley?
È grandioso. Sai, quando qualche artista se ne esce con… non voglio dire "canzoni pop", perché Wiley non sarà mai un artista pop, sarà sempre Wiley, ma con qualcosa di più easy listening, di adatto a un pubblico più ampio, non sempre funziona. Ma Wiley ha fatto un disco che potrebbe aver scritto dieci anni fa, è Wiley al 100% e suona ancora freschissimo. Tra l'altro l'ho visto proprio lo scorso weekend ad un festival dopo forse dieci anni che non ci incontravamo, perché siamo in due giri completamente diversi. Per un sacco di tempo non ho visto nessuno del circuito grime, ma oggi stanno tornando i festival, la scena ha ripreso visibilità e abbiamo ricominciato a incontrarci tutti quanti, ed è molto bello. E lo so che il termine è inflazionato, ma Wiley è davvero una leggenda. Con quello che ha fatto per la musica in UK, ti assicuro, è rimasto coi piedi per terra, umile, un grande. Davvero, Wiley, grandissimo.

Kotos" di Mala, tratta dal suo album peruviano Mirrors. Adesso ti riporto ai tuoi album: dopo il primo disco ibridato con la musica di Cuba, hai scelto di fare qualcosa di simile con il secondo, ma in Perù. Come mai proprio lì?
Due motivi: il primo è che la mia compagna, in una vita precedente era peruviana. Tutti i suoi amici più cari sono peruviani. Quando ci incontrammo, anni fa, mi parlava spesso delle sue esperienze in Perù, delle gite nella giungla, e io ho sempre saputo che sarei andato in Perù con lei prima o poi. Gli anni sono passati, abbiamo due bambini ora, e un sacco dei suoi amici sono tornati in Perù per stare vicino alla famiglia e cose del genere. Dopo l'esperienza di Cuba l'etichetta era contenta, il disco era andato bene, e mi chiedevano se volessi fare qualcosa di simile, così ho proposto il Perù. Così siamo partiti, è stato un viaggio di famiglia, coi miei figli che all'epoca avevano meno di tre anni, e abbiamo anche visitato Machu Picchu tutti insieme. L'altra ragione, però, è che non siamo minimamente educati alla musica peruviana. Non ne sappiamo nulla. Sì e no qualcuno conosce il flauto di Pan e nient'altro, quindi mi sembrava una bella idea dare un'occasione a chi ascolta le mie cose di conoscere il Perù. Chiarissimo. E come hai deciso con chi collaborare, a chi chiedere di partecipare al progetto?
È stato tutto naturale, non sono mai partito con l'intento di cercare qualcosa, ma di prendere quello che avrei trovato. Volevo essere educato, imparare qualcosa su un luogo, sulla gente, su una terra, una cultura e una musica che non conoscevo. Ero completamente libero e sono stato molto fortunato: ho conosciuto delle persone stupende che sono diventate come una famiglia e mi hanno offerto il loro studio senza chiedere nulla in cambio, altri ancora mi hanno anche ospitato senza volere nulla indietro. Ormai ho fatto cinque o sei viaggi laggiù, la prima volta rimasi un mese con la mia famiglia, pernottammo in hotel e fu molto bello, ma le volte successive sono sempre stato insieme alla gente locale, catching the vibe. Capitava che dopo una session qualcuno mi telefonasse dicendo: "Sono al mercato, ho trovato una cosa che devi assolutamente vedere". "Kotos", il primo pezzo di Mirrors, è nato così: una persona con cui stavo collaborando mi disse un giorno di ascoltare questa certa "tipologia" di musicisti che aveva visto un giorno al mercato e che sarebbero stati perfetti per il mio disco. Mi mandò un video su Youtube e da quando lo vidi mi ci vollero nove mesi per riuscire ad avere effettivamente un contatto con qualcuno che potesse suonare in quel modo. Quando, dopo altri mesi di negoziazione (ovviamente tramite un interprete, perché là nessuno parla inglese), arrivammo ad un accordo, scoprii che il gruppo che avevo contattato senza rendermene conto era proprio quello autore del video che mi aveva quasi portato alle lacrime la prima volta. Si chiama Asociacion Juvenil Puno e suona ogni tanto in giro per il Paese. È stato assurdo. Ho chiesto al coordinatore del gruppo se potessero suonare più o meno come in questo video e lui mi ha risposto 'Certo capo, quel video l'abbiamo fatto noi.' Fu una soddisfazione grandissima, soprattutto perché devi capire che le contrattazioni non sono state affatto facili. In quei Paesi si aspettano che l'occidentale di turno arrivi e sfrutti i musicisti locali, senza offrire nulla in cambio. Questo porta tutti i locali a trattarti con diffidenza, all'inizio, e sono molto chiusi. E come hai fatto a convincerli?
È stato difficilissimo, appunto ci sono volute settimane di dialogo, ed eravamo arrivati alla conclusione che avrebbero suonato mezz'ora, giusto il tempo di registrare gli strumenti, così che io potessi successivamente manipolarli. Li ho dovuti pregare. Poi, quando ci siamo trovati in studio, ci siamo conosciuti di persona e ci siamo messi a suonare tutti a nostro agio, hanno finito con il rimanere per più di quattro ore. Alla fine mi hanno chiesto di aiutarli a produrre il loro album. Così hai finito per non avere più dei semplici ospiti nel disco, ma dei veri e propri collaboratori con cui hai sviluppato un rapporto.
Ed è così che deve essere. Quando lavoro con qualcuno non gli dico cosa suonare. Parliamo, scambiamo informazioni, condividiamo, e in base a quello è lui a scegliere in che modo comportarsi e cosa mettere sul tavolo. Voglio solo che sia se stesso, a suo agio, che decida lui cosa condividere. È così che posso imparare. E dopo il Perù, dove pensi di andare?
Sono già andato da un'altra parte e ho già un sacco di materiale registrato, è un lavoro che ho iniziato quasi due anni fa. Non ti dico dove sono andato, ma alcuni dei musicisti con cui ho collaborato hanno una tradizione alle spalle spaventosa. La loro famiglia ha suonato questo particolare strumento per quasi centocinquant'anni. Anche in questo caso è stato tutto completamente naturale: ero in tour e dopo uno show una persona si è avvicinata a me proponendomi una session in studio con alcuni musicisti che aveva già contattato ed ecco fatto. Sono convinto che sia riuscito ad ottenere da queste persone materiale di altissima qualità. Quanto a me, in questo momento ho davvero voglia di tornare a produrre qualche dubplate. Fare album per me è estremamente complicato Sì, ricordo che avevi detto tempo fa di non essere completamente a tuo agio con la dimensione LP.
Sì, sì, è una faticaccia. Andare da qualche parte e registrare è molto più facile per me che non stare a casa e mettere insieme delle idee specifiche per un disco. Non è tanto il concept il problema, è la disciplina che serve per creare i demo, poi scremare, poi tornare a lavorarci, è davvero complicato per me. Mi trovo un labirinto in testa e mi ci perdo. Divento autodistruttivo, mi demoralizzo un sacco. Passo da momenti di totale controllo e sicurezza ad altri in cui odio quello cui sto lavorando e non capisco più niente. Questo è quello che mi succede nel paio d'anni di tempo che mi ci vuole per creare un album. Un gran casino. Magari è per questo che nemmeno Burial, per dirne uno, fa più dischi da dieci anni.
Sì, sì, da matti. E sì, è così. Conosco Burial, non lo vedo da un pezzo, ma abbiamo passato del tempo insieme e penso che dalla tua musica tu possa capire perché fa quello che fa, è completamente onesto e autentico, ci mette tutto se stesso. E quando ti approcci alla musica così, sei vulnerabile. Ti apri completamente. Succede in qualsiasi tipo di arte: pittura, scultura, architettura, qualunque cosa. Lo si fa perché ci si crede. E questo richiede tempo, dedizione, impegno, energia e un'enorme fatica. La cosa più incredibile dopo quasi un'ora al telefono con un produttore affermato che ha contribuito a creare la wave elettronica più distintiva del nuovo millennio? La sua umiltà. Mala suonerà questo fine settimana a Terraforma. Andrea è uno dei Lord di Aristocrazia Webzine.
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