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Volto coperto

Quando le foto diventano il più importante strumento di identificazione del mondo, farsi spaccare la faccia diventa un problema serio. #Terraform

di Federico Nejrotti
15 marzo 2016, 2:24pm

Illustrazione di Tommaso Pandolfi

Questo racconto fa parte di Terraform, la nostra rubrica settimanale di narrativa sci-fi. Racconti sul futuro dell'uomo, della Terra e dell'universo—tra nuovi approcci alla realtà e evoluzioni distopiche del nostro presente. Ogni giovedì una nuova puntata: se hai un'idea da proporre o un racconto da pubblicare, scrivici a itmotherboard@vice.com.

Illustrazione di Tommaso Pandolfi

Ordine, scatto, servizio. Ordine, scatto, servizio. Ordine, scatto, servizio—È mattino presto e un'ascia mi sta spaccando la testa a metà. Spalanco le finestre del residence in cui alloggio ormai da qualche mese, e fortunatamente il Mar Egeo è ancora lì con i suoi riccioli bianchi. È la prima cosa che vedo ogni mattina: una bottiglia di birra bevuta troppo in fretta che comincia a schiumare e bagna le coste silenziose dell'Isola di Lesbo. Pochi istanti dopo arriva l'odore del mare—Sono qui da oltre cento giorni ma quell'odore mi stupisce tutte le mattine.

Apro il frigobar vicino al mio letto e mangio uno yogurt, poi mi scolo almeno mezzo litro d'acqua frizzante. Yogurt e acqua sono tutto ciò che mi piace di questo posto, l'unica routine che mi piace affrontare—La colazione mi rende particolarmente felice, perché mentre la faccio sono ancora in pigiama sul mio letto e l'unica cosa che sento è l'odore della salsedine e il rumore statico del mare che si spezza. Quando finisco l'ultima cucchiaiata di yogurt e bevo l'ultimo sorso d'acqua qualcosa dentro di me scatta, come per un riflesso pavloviano. Sospiro, mi alzo e mi getto nella doccia—L'acqua è sempre bollente, perché dimenarmi nella vasca da bagno per evitare di ustionarmi mi aiuta a non pensare. Quando afferro le mutande ancora in accappatoio è già troppo tardi: ordine, scatto, servizio. In un attimo i miei capelli sono asciutti, ho le lenti a contatto addosso e le scarpe ben allacciate. Spalanco la porta della camera e le luci gialle del corridoio si mischiano all'odore di moquette. Cammino svelto, busso alla camera vicino alla mia ma non aspetto risposta. Scendo al piano di sotto e rapidamente esco dal residence, vado verso il bar dall'altra parte della strada e entro—Ordine, un caffè; scatto, sorrido; servizio, bevo il caffè.

Sono un agente di frontiera dell'Unione Europea, vivo sull'Isola di Lesbo da troppi giorni e mi occupo di schedare i migranti. No, la crisi dei rifugiati non è finita—Ormai è la normalità: l'Unione Europea lo ha accettato, e tutto sommato non ce la stiamo cavando male. Qui a Lesbo gli agenti di frontiera li pagano bene: la giusta somma per convincere un disgraziato senza lavoro a scappare per qualche mese dalla sua città e andare a scattare foto in un paradiso estivo in mezzo al mare.

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Il mondo è sempre lo stesso, ma il prezzo da pagare per i rifugiati è stato il trattato di Schengen. L'hanno annullato nel 2018, a ottobre, dopo che per la terza estate consecutiva il flusso dei migranti non ha accennato a diminuire. Può sembrare una tragedia, ma tutto è filato incredibilmente liscio: Schengen ha lasciato posto a qualche dogana in più, e i temutissimi migranti sono sembrati invisibili alle demografie di mezza Europa. Eppure c'erano—L'unico problema irrisolto erano i soldi: questi nuovi arrivati pagavano tutto in contanti. I pagamenti non erano tracciabili, nessuno lasciava tracce di sé nel mercato. L'imprevedibilità era l'unica variabile inammissibile in questa equazione.

Così, appena un anno dopo la caduta di Schengen i mercati hanno urlato: dai colossi del capitalismo fino alle imprese più piccole, tutti volevano avere la contabilità in chiaro. Così è sparito il contante—O meglio, ha cambiato aspetto.

Il primo passo sono stati gli smartphone: un servizio unificato in oltre 36 stati e un'applicazione per pagare. Il bisogno di rendere capillare questa nuova tecnica di pagamento era così forte che iscriversi ti garantiva un bonus regalo da 200 euro. Qualcosa, però, non tornava: gli smartphone si scaricavano.

Allora hanno estratto da un cappello una manciata di nazioni per la fase di testing e hanno cominciato a impiantare dei chip sottocutanei. Quelli sì che erano comodi: non si scaricavano mai e dentro c'era davvero tutto, dal tuo conto corrente fino al registro sanitario. Non serviva più tenere il portafoglio in tasca. A poco, però, sono servite le leggi sulla privacy e sul trattamento dei dati personali: questa faccenda di farsi ficcare uno sputo di grafite sotto la pelle non piaceva a nessuno.

Il colpo di genio è arrivato nel 2021, appena due anni fa: la propaganda sulla necessità di tracciare tutti i flussi di denaro era stata così capillare e violenta da rendere impossibile tornare indietro. I commercianti adoravano questo nuovo capitalismo esclusivamente virtuale, e i pochi contrabbandieri che si opponevano non resistevano a lungo contro i bonus offerti dalle grandi istituzioni per l'adesione al servizio. Le sigarette si pagavano ancora in contanti, principalmente perché ormai non fumava quasi più nessuno. Era una calda giornata di maggio quando i burocrati di questa nuova lega commerciale hanno capito che non serviva essere invadenti per stampare un codice a barre su ogni singolo essere umano presente sul globo terracqueo: il codice identificativo già c'era.

Così hanno cominciato a scattarci delle foto. Il nuovo PIN del Bancomat era la nostra faccia, accuratamente riconosciuta da una stringa alfanumerica abbastanza lunga da non essere memorizzabile e che era esclusiva dei nostri tratti somatici. Alle nuove tecnologie di screening e riconoscimento non sfuggiva nulla dei nostri volti: dall'attaccatura dei capelli fino alla larghezza della nostra mandibola, questi dati venivano incrociati con un modello matematico che riconosceva i nostri comportamenti muscolari. Bastava una foto e poche emozioni regalate all'obiettivo—felicità, stupore e tristezza—per associarci definitivamente a un numero identificativo che conteneva tutte le informazioni su di noi che interessavano alle autorità.

Da allora ordine, scatto e servizio. Non ho memoria dell'ultima volta che ho acquistato qualcosa senza offrire un sorriso alla cassa—E il mio lavoro è proprio questo: essere il fotografo personale di ogni singolo migrante che calpesta le coste di Lesbo.

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Finisco la seconda sigaretta, il mio tecnico sta tardando ma non mi importa granché: qui a Lesbo l'alba dura un'eternità, e ci vorranno ancora diverse ore prima che l'odore di mare sparisca definitivamente per lasciare posto alla polvere tostata dal sole. Arriva e mi fa un cenno: entra nel bar—Ordine, tre bottiglie d'acqua, sorride, servizio.

Quando entrano nello stanzino in cui e il mio collega lavoriamo, i migranti sono ben contenti di collaborare. Da quando è entrato in vigore il protocollo identificativo fotografico l'imperativo categorico è stato quello di rilassarsi: le guardie dei checkpoint chiacchierano con chiunque e offrono sigarette agli adulti e dolciumi ai bambini, io e il mio tecnico ci facciamo grandi risate assieme alle persone che fotografiamo, e dopo gli scatti la loro permanenza a Lesbo non supera le 48 ore. Bastano soltanto un nome, un cognome e una foto per entrare in Europa da privato cittadino. È davvero così semplice. Chi ha la fortuna di arrivare con qualche contante in tasca può decidere di tenerselo, oppure di versarlo subito sul conto associato alla propria faccia.

Mi passano sotto gli occhi tutti i giorni, conosco a memoria ogni singola sfumatura dei loro occhi e ogni piega dei loro sorrisi. È fuori dal normale per me, e più passano i giorni più sento di star facendo qualcosa di profondamente sbagliato: ordine, sorrida prego; scatto, flash; servizio, tenga questi, può andare. È alienante, ma solo per me: il clima è rilassato, e il lavoro non è per niente stancante. Ciononostante, per ogni sorriso che regalo al mattino al bar in cambio di un caffè, c'è un volto di qualcuno tra i migranti che scompare dalla mia testa. Sto cominciando a perdere lucidità, ma non lo dò a vedere. Non riesco a digerire queste fotografie, non riesco a capire chi abbia voglia di guardarle per cercare un volto e non un numero nascosto tra le rughe di una fronte.

***

Sono di nuovo ad Amburgo. Sono passati quattro mesi dall'ultima volta che ho scattato una fotografia a Lesbo, e al momento non ho grande memoria di quel periodo visto che l'unica cosa che sento è il sapore di ruggine in bocca e il naso carico di calore.

Da quando sono tornato le cose per me sono migliorate: l'esperienza a Lesbo mi ha aiutato a trovare lavoro, e finalmente i miei sorrisi valgono qualcosa in più di un caffè. Poche ore fa, se non mi sbaglio, una smorfia felice mi è valsa un gin tonic in un locale in centro. Ora, spero che non servano grandi pose per una visita ambulatoriale e qualche antidolorifico: ho fatto troppe smorfie al bancone e un paio di di frasi azzardate a dei perfetti sconosciuti mi hanno fatto meritare un breve siparietto comico in cui tentavo di dimenare le braccia con atteggiamento ostile.

Chiamano il mio nome e in un istante mi sveglio dal torpore in cui mi stavo nascondendo. Si sposta la tenda, mi siedo su un materasso durissimo e un medico annoiato si avvicina a me con del disinfettante: non ha bisogno di troppe analisi per dirmi che, in buona sostanza, mi avevano appena spaccato la faccia.

Niente ossa rotte, niente lacerazioni. Sono solo gonfio come un pallone. Mi porge dei fazzoletti per asciugarmi la bocca ancora incrostata di sangue e si siede—Stampa un foglio, lo firma e mi consegna la ricetta. Assieme mi porge un paio di pastiglie, sono antidolorifici e li ingoio seduta stante: dovrebbero aiutarmi a riprendermi dal trauma iniziale. Stringo la mano, ringrazio e afferro un altro foglio: mi viene indicato un ufficio al piano inferiore; io non faccio domande e ci vado.

Non c'è coda e passo subito: consegno il foglio, fornisco i dati anagrafici. La dipendente mi consegna una tessera. Torno nella sala d'aspetto dell'ospedale e decido di prendermi qualche minuto per tirare il fiato. Guardo la faccia della gente che passa—Dopo venti minuti mi accorgo di avere sete.

Mi alzo e vado al bar dell'ospedale. Ordine, un'acqua; scatto—La cassa non mi riconosce. Senza pensarci tiro fuori la tessera e la consegno. Servizio, e infine bevo. Uscito dal bar tiro fuori la tessera e me la rigiro in mano: "Modulo identificativo sostitutivo: 14 giorni." Inspiegabilmente la bocca torna a sapere di ruggine—Solo allora mi rendo conto che mi avevano appena gonfiato di botte e che ai registratori di cassa, per un po', non sarei stato lo stesso di prima. Avevo bisogno di un'altra faccia: ecco a cosa serviva la tessera. Di punto in bianco comincia a riapparire qualcuno dei volti che avevo rubato a Lesbo—Gli occhi mi si gonfiano e tiro un lungo sospiro spezzato. Scuoto la testa e torno a casa.

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