Finalmente conosciamo i neuroni che regolano la fame

Un team di ricercatori hanno identificato i neuroni che regolano il meccanismo dell'anti-fame.
5.1.17
Immagine: gmstockstudio/Shutterstock

La fame è complicata. Non viene provocata da un impulso singolo, anche se la maggior parte delle persone la vivono a livello consapevole in questo modo: una sensazione monodimensionale. In realtà, possiamo avere più o meno fame o, a volte, non provarla per niente. Ma nel nostro cervello, si nasconde anche dell'altro: la cosiddetta "anti-fame." In un certo senso, infatti, possiamo anche essere affamati e non esserlo allo stesso tempo.

In termini più concreti, possiamo immaginare che nel cervello coabiti un certo sottoinsieme di "neuroni della fame." Quando ci sentiamo affamati, solitamente quando non mangiamo da un po' di tempo, si attivano. In caso contrario, restano silenti. I neuroscienziati hanno dimostrato la loro funzione stimolando questi neuroni artificialmente, ottenendo che delle cavie da laboratorio mangiassero ad orari insoliti e aumentassero di peso.

Ma stimolando abbondantemente i neuroni della fame (le proteine agouti-correlate o AgRP dall'inglese) accade qualcosa di interessante. A un certo punto, cessano la loro attività. Semplicemente, le cavie non si sfondano di cibo fino a crepare. Questo fenomeno indica che, in contrapposizione a quello della fame, esiste un fattore di moderazione. Questo fattore è stato descritto per la prima volta su Nature Neuroscience dai ricercatori della Harvard Medical School: una nuova popolazione di neuroni che interagisce con i neuroni AgRP agendo fondamentalmente per ottenere l'effetto opposto. Ed ecco servita l'"anti-fame."

L'anti-fame non è di per sé una idea nuova. Per lungo tempo, i neuroscienziati hanno pensato che i neuroni della pro-opiomelanocortina (POMC)—correlati allo stesso modo con i neuroni AgRP della fame—assolvessero a questo compito. L'idea non era del tutto irragionevole: è stato osservato, infatti, che le mutazioni genetiche e le manipolazioni dei neuroni POMC conducono all'obesità delle cavie.

Tuttavia, ulteriori ricerche non hanno confermato questa visione. "L'attivazione chemogenica e optogenetica dei neuroni POMC ha poco effetto sul comportamento alimentare a breve termine, questo suggerisce che sano altri i neuroni coinvolti nell'impulso che spinge a smettere di mangiare," ha spiegato Richard Palmiter, biochimico presso l'Università di Washington, in un testo che accompagna il nuovo paper. "In definitiva, i neuroni POMC sembrano essere più rilevanti per l'equilibrio a lungo termine del peso corporeo."

Perché dovrebbero esistere dei neuroni che regolano la fame? Per prima cosa, i neuroni AgRP si comportano in modo imprevisto quando ci viene presentato del cibo. Piuttosto che aspettare la sensazione di sazietà proveniente dallo stomaco o attendere che il corpo inizi a rilasci gli ormoni del metabolismo, questi neuroni si mettono in azione ancora prima che abbiamo ingerito il primo boccone di cibo. Eppure, continuiamo a mangiare fino a quando siamo pieni o, per lo meno, non avvertiamo più la fame.

Di fatto, smettiamo di mangiare quando diversi meccanismi di feedback attivano il circuito neurale descritto nel paper, che si trova in una parte del cervello chiamata nucleo del tratto solitario, o NTS. Questi neuroni proiettano i loro stimoli in più sezioni del cervello che possono essere connesse anche ai neuroni POMC e AgRP.

"L'attivazione dei neuroni glutammatergici ARC riduce rapidamente l'assunzione di cibo del 50 per cento quando le cavie mangiano in maniera regolare," scrive Palmiter. "Al contrario, la disattivazione di questi neuroni durante la giornata stimola l'assunzione di cibo. In accordo con queste osservazioni, questi neuroni sono più attivi con lo stomaco pieno e sono inibiti dai vicini neuroni AgRP."

Allora, che cosa possiamo dedurre di pratico da queste informazioni? Non molto al momento. Siamo ancora nelle primissime fasi di comprensione del meccanismo. L'interazione tra come il corpo percepisce in realtà la fame e la sazietà (la "pienezza") è finalmente stata messa a fuoco, ma i neuroscienziati hanno ancora una lunga strada davanti a loro. Quindi, per ora, se volete tenervi in forma, dovrete accontentarvi di una dieta alla vecchia maniera.