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Il suono della fantascienza: la nostra musica è a prova di futuro?

Da ‘Incontri ravvicinati del terzo tipo’ a ‘Guerre Stellari’ a ‘Contact’, la musica del futuro è un segno del tempo passato. E gli alieni non sarebbero in grado di capirla, comunque.
Arp 2500, usato in Incontri ravvicinati del terzo tipo. Immagine: Wikimedia

Quando la nave madre atterra in Wyoming, nella scena cult del film Incontri Ravvicinati Del Terzo Tipo di Steven Spielberg datato 1997, i classici segnali di un’invasione sono vistosamente assenti. Mancano le pistole laser così come le dichiarazioni di guerra interstellare. Gli alieni non srotolano alcun decreto cosmico di rivendicazione della Terra. Piuttosto, il primo contatto avviene con una melodia-a cui, complice l’aiuto di un sintetizzatore Arp 2500, il comitato di benvenuto terrestre risponde a tono: bum bum bum bum bum.

Come la matematica, la musica è spesso considerata un “linguaggio universale.” Questa idea possiede alcune basi scientifiche: il cervello umano canticchia attraverso ritmi complessi creati dalle pulsazioni delle sinapsi quando queste convogliano i segnali da neurone a neurone. È solo da poco che conosciamo il ruolo di queste oscillazioni ritmiche nelle funzioni cognitive—trasferimento di informazioni, percezione, controllo motorio, memoria. E la musica influenza il sistema limbico, una parte del cervello relativamente antica che condividiamo con buona parte del regno animale.

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Ma che dire della vita al di fuori della Terra? La musica è davvero in grado superare il significativo divario tra intelligenza umana ed extraterrestre? Abbiamo approfittato di questa credenza sia nella finzione che nella realtà; il saluto tonale di Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo ne è un esempio, così come il Voyager Golden Record della Nasa, un mixtape di saluti musicali dalla Terra, da Chuck Berry ai Concerti Brandeburghesi di Bach, contenuto nelle due sonde Voyager, lanciate nel 1977 e attualmente gli oggetti costruiti dall’uomo più distanti dalla terra—119,000,564,128 kilometri durante la stesura di questo articolo. Ovviamente, è plausibile che gli alieni considerino il disco placcato d’oro del Voyager come un rifiuto spaziale; lo stesso Carl Sagan lo ha considerato come “un’asserzione simbolica piuttosto che un serio tentativo di comunicare con la vita extraterrestre.”

Sagan aveva ragione: la nozione che la musica possa essere utilizzata come strumento per comunicare con forme di vita aliene è sostenuta da troppe false assunzioni. Primo, l’idea che una specie extraterrestre possa essersi evoluta parallelamente seguendo i nostri stessi ritmi, disponendo addirittura di un apparato integrato per la traduzione delle frequenze in significati. Come ogni speculazione proposta sulla fisiognomica extraterrestre, è inconsistente. Non abbiamo prove per dimostrare che un’evoluzione parallela alla nostra su scala interstellare sia possibile, salvo la diversità delle orecchie e dei bulbi oculari sulla Terra.

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Anche nel nostro pianeta, gli esseri viventi esperiscono i suoni in modi sorprendentemente differenti. Non tutta la vita si muove lungo lo stesso percorso: la maggior parte dei rettili percepisce le vibrazioni attraverso il suolo con il proprio ventre, i delfini ascoltano attraverso un “timpano” posizionato esternamente sul loro capo, le balene comunicano tra di loro a distanza oceanica attraverso gemiti e schiocchi complessi—tra l’altro, il Voyager Golden Record trasporta dei canti di balene nello spazio profondo—e i pipistrelli si orientano nelle tenebre attraverso l’eco.

Se per un colpo di fortuna forme di vita extraterreste riconoscessero i suoni, avremmo comunque un problema estetico e di significato. La musica umana, nonostante l’impressionante estensione di variazioni tonali, potrebbe essere gradita a un orecchio alieno? Conterrebbe qualche informazione utile? Così come gli schiocchi dei delfini sono per noi indecifrabili, non potrebbe essere che un concerto di Bach assomigli a un offensivo stridio per il palato estetico di una diversa, ben più lontana intelligenza?

Detto ciò, se gli alieni fossero interessati a noi, non avrebbero difficoltà a trovare fonti di materiale. Abbiamo spedito onde radio nello spazio sin dall’alba dei tempi moderni, e questo garbuglio potrebbe dire ad una specie intelligente più di quanto possiamo immaginare, così come la ricerca di se stessi su internet rivela spesso chiari dettagli della propria personalità, paure e desideri—per non parlare dei limiti della propria intelligenza. Il risultato non è necessariamente lusinghiero. Nel racconto fantascientifico di Carl Sagan del 1985 intitolato Contact, gli alieni del sistema stellare Vega contattano la Terra mandando indietro il primo segnale televisivo abbastanza forte da sfuggire alla ionosfera del nostro pianeta: il discorso inaugurale delle Olimpiadi Estive del 1936 tenuto da Adolf Hitler.

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Anche un messaggio intenzionale, come il Golden Record, potrebbe viaggiare attraverso l’Universo per millenni. Potremmo non esserci più quando raggiungesse l’audience desiderata. E nella rara possibilità in cui non avremmo distrutto il nostro pianeta insieme a noi stessi, avremmo senz’altro compiuto un salto evolutivo nella composizione musicale. Consideriamo, dopotutto, la differenza tra i flauti degli Inca e gli Einstürzende Neubauten; li separa solo un migliaio di anni relativamente privi di eventi.

Il che ci porta, infine, al problema che affronteremo più nel dettaglio nella colonna della prossima settimana: è possibile una musica a prova di futuro? Creare qualcosa senza tempo, non solo per un pugno di generazioni, per l’intera progenie della specie umana e oltre—qualcosa che possa rappresentare le nostre facoltà di esseri senzienti alla muta audience del cosmo?

Considerate l’unico posto in cui la domanda viene posta regolarmente—la fantascienza. Quando ci assegniamo il compito di creare musica che potrebbe ragionevolmente passare per qualcosa di composto nel lontano futuro, tendenzialmente falliamo. Il jazz nel bar di Guerre stellari, la diva mutante di Il Quinto Elemento, l’ignobile “rave della caverna” in The Matrix Reloaded: come ogni altra cosa della fantascienza ci dicono molto di più sul presente che sul futuro. I trend musicali hanno breve vita; gli archeologi potrebbero facilmente utilizzare le sequenze musicali dei nostri film fantascientifici come metodo, simile alla datazione al carbonio, per misurare con precisione la loro data di uscita.

Naturalmente, alcuni autori superano l'ostacolo attingendo le loro colonne sonore dal passato. Stanley Kubrick ha creato il precedente usando Il Danubio Blu di Strauss per la ripresa ipnoticadella stazione toroidale rotante in 2001: Odissea nello spazio; Bach è stato usato per un effetto simile in Solaris di Andreij Tarkovsky. Nei film, queste pietre miliari della musica servono a veicolare l'idea di eternità. È un trucco che fa miracoli su un'audience occidentale, ma non farà molto effetto su un ipotetico spettatore alieno, che non ha riferimenti adeguati.

Così la facile risposta alla nostra domanda—possiamo creare della musica a prova di futuro?—è no. Ma come tutte le domande impossibili, vale la pena chiederselo, almeno se tutta la sfilza di suoni inascoltabili, post-umani, cosmici e fantascientifici è di interesse per il serio sperimentatore mentale da salotto. Portatevi le vostri cuffie, e ci vediamo nel futuro.