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Di cosa parliamo quando parliamo di crittografia

Siamo nell'era della crittografia, ma secondo questa ricerca i media non stanno ancora riuscendo a parlarne in maniera efficace.

di Philip Di Salvo
27 gennaio 2017, 10:00am

Immagine: Shutterstock

Recentemente il dibattito pubblico ha riposto attenzione particolare al tema della crittografia da diversi punti di vista. Che si tratti di tecnologia, etica o politica, si è parlato di consegnare potenti strumenti di protezione della privacy alle masse e del fondamentale ruolo che la crittografia svolge nel proteggere e letteralmente far funzionare la stragrande maggioranza delle attività che svolgiamo online e i luoghi virtuali in cui gestiamo o inseriamo i nostri dati.

Un nuovo studio, realizzato da Einar Thorsen, professore associato di giornalismo e comunicazione presso la Bournemouth University nel Regno Unito, e pubblicato dal journal Digital Journalism, è andato a scavare in quel dibattito cercando di comprendere quali sono stati i temi e i punti di vista più trattati tra il 2012 e il 2015 da due tra le voci più potenti del giornalismo internazionale, il The New York Times e il The Guardian. Dati interessanti per comprendere quali sfumature e prospettive sulla crittografia, un tema di certo non mainstream e molto tecnico, siano giunte al pubblico in questi anni in cui il tema è stato di vitale importanza.

Dai risultati di "Cryptic Journalism. News reporting of encryption" emerge chiaramente come sia stato il caso Snowden ad accendere l'attenzione mediatica sul tema della crittografia: proprio a partire dal giugno 2013, si legge nel paper, è possibile riscontrare un picco nel numero di articoli dedicati alla crittografia dalle due testate, anche se il focus della copertura mediatica si è spostato nel corso del tempo.

"Inizialmente l'attenzione era incentrata sul tema della sorveglianza, ma dopo 9 mesi si è verificata una virata significativa verso il tema della sicurezza," spiega a Motherboard Thorsen, "questo è avvenuto per due ragioni principali: l'implicazione di aziende come Google e Facebook nel caso e il loro coinvolgimento nel dibattito sulla cybersecurity."

"In questo caso," continua, "sono state citate le dichiarazioni delle compagnie, spesso come unica fonte, che puntavano a esonerare le aziende dall'avere un ruolo nello scandalo NSA/GCHQ o a sminuire le violazioni nella sicurezza," spiega ancora il ricercatore, che aggiunge, "In secondo luogo, invece, i dati mostrano come le fonti più elitarie sono state in grado di dominare i dibattiti pubblici e il loro modo preferito di discutere la crittografia è nel contesto di un'agenda di sicurezza nazionale, perché questo consente loro di legittimare le attività di sorveglianza e i tentativi di violare i protocolli di crittografia."

Secondo i risultati del paper, inoltre, la crittografia sarebbe stata descritta in termini principalmente generici e primariamente come rivolta alla "comunicazione" (46% del totale), alle informazioni (30%), mentre i suoi usi specifici come "cifratura delle mail" o in relazione alla messaggistica istantanea sono stati toccati in modo meno sostanziale, rispettivamente 8 e 7,6%.

Il cielo stellato sopra di me, i protocolli crittografici dentro di me. Illustrazione: Giacomo Carmagnola

Inoltre, secondo quanto scrive Thorsen, il 63,3% degli articoli non citava nessun esempio esplicito di tecnologia crittografica. Un altro livello di analisi seguito dal paper ha invece guardato a quali categorie di persone, secondo gli articoli analizzati, beneficerebbe maggiormente della crittografia: i dati indicano che a farlo sarebbero soprattutto "i cittadini" (52,7%), seguiti — con percentuali vistosamente più ristrette — dai "criminali" (10,6%) e le aziende private (8,2%).

Curiosamente, i dati relativi ai media e ai whistleblower, categorie molto esposte ai rischi connessi alla sorveglianza, nei confronti della quale la crittografia è una soluzione tecnica fondamentale, sono molto marginali e si attestano attorno al 3% in entrambi i casi.

"Sia gli intenti positivi che quelli negativi della crittografia sono stati sottolineati nella copertura mediatica che ho analizzato," spiega Einar Thorsen, "ma ad ogni modo, ai lettori sono stati sempre ribaditi i rischi associati alla crittografia. Da un lato essa è stata associata a comportamenti illeciti o criminali, dall'altro è stata reputata troppo complessa o irrilevante per i cittadini rispettosi della legge."

"Ai lettori sono stati sempre ribaditi i rischi associati alla crittografia: da un lato essa è stata associata a comportamenti illeciti o criminali, dall'altro è stata reputata troppo complessa o irrilevante per i cittadini rispettosi della legge."

Thorsen continua, "È difficile dire quali effetti possa avere questo approccio sull'opinione pubblica, ma è probabile che sentirsi ribadire quanto sia difficile la crittografia e causare dubbi e sospetti possa scoraggiare le persone dall'utilizzarla. Il non menzionare coerentemente tipologie di applicazioni di crittografia può inoltre aver contribuito a rafforzare quel senso di flusso e confusione nei lettori".

I due giornali analizzati, ad ogni modo, hanno trattato rischi diversi parlando delle problematiche della crittografia: per il The New York Times questi sarebbero più attinenti alla sfera cyberwarfare e di diplomazia digitale, mentre per il The Guardian, è emersa una tendenza a connettere questi elementi con la pedofilia e le violazioni del copyright,

"Molte di queste differenze possono essere spiegate dalle diversità stesse dei due Paesi di appartenenza", spiega Thorsen, "nel Regno Unito i media hanno sempre dato molta attenzione alle questioni della pedofilia e degli abusi sui minori, anche in relazione al digital rights management e alla pirateria. Invece, è lecito aspettarsi che i media Usa siano più preoccupati dalle tensione da guerra fredda e dalla Cina e dalla Russia come potenziali avversari," continua.

Poco dopo l'inizio dello scontro mediatico tra Apple e FBI, numerosi cittadini e clienti hanno manifestato in nome della privacy. via Iphonedigital / Flickr

"Mi preme comunque sottolineare che per quanto queste differenze esistano, non sono comunque significative nel complesso, dato che ognuna di queste categorie rappresentava comunque piccole percentuali della copertura complessiva," puntualizza Thorsen.

Un aspetto che, a sorpresa, non emerge in modo esplicito dai risultati della ricerca è la funzione di circonvenzione della sorveglianza intrinseca all'uso della crittografia, uno dei temi su cui lo stesso Snowden ha insistito di più negli ultimi anni.

Per Thorsen, questo è uno degli elementi di mancanza più gravi nel campione da lui analizzato, "Le organizzazioni mediatiche hanno il dovere di interessarsi alla protezione delle loro fonti affinché la loro identità o anonimato non vengano compromesse", spiega, "allo stesso modo, hanno il dovere di interessarsi ai cittadini e avrebbero dovuto fare un sforzo congiunto maggiore per esporre alle loro audience gli strumenti e le pratiche che aiutano a proteggersi dalla sorveglianza di massa. Non è sufficiente perpetuare i rischi mitici della crittografia o l'idea che se la usi allora hai qualcosa da nascondere."

"Le organizzazioni mediatiche hanno il dovere di interessarsi alla protezione delle loro fonti affinché la loro identità o anonimato non vengano compromesse."

Lo studio di Thorsen ha interessato complessivamente 1249 articoli pubblicati online tra il 2012 e il 2015 dal The New York Times e il The Guardian, raccolti alla luce della frequenza di citazione del suffisso "crypt", al fine di intercettare un vasto range di termini, compresi "encryption", "decyption", "cryptography" e altre variabili.

Per quanto attinenti a sole due testate, i dati sono comunque interessanti per iniziare a decifrare il dibattito sulla crittografia: oltre a essere tra le testate giornalistiche più influenti al mondo, entrambe hanno svolto un ruolo fondamentale nella copertura del caso Snowden: il The Guardian essendo la testata ad aver dato inizio alle pubblicazioni sul caso e il The New York Times avendo partecipato ad esse in un secondo momento.

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