Evviva Ivan Graziani

È proprio vero che Piknic è un disco costruito a tavolino, o in realtà è stato un momento di grande libertà artistica per il rocker abruzzese?
27 gennaio 2017, 1:28pm

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Mi parlavi però di una forma che nella chitarra synth della Roland non "trovi"?
Io considero la chitarra ancora come una "donna con le curve al punto giusto", bella da "toccare". Comunque, a parte questo, io sono ancora per una chitarra che in partenza ha un suono suo.
(Intervista a Guitarclub, agosto 1986)

A leggere questo breve scambio di battute si direbbe che Ivan Graziani, l'italian folgorato al quale ci dedichiamo quest'oggi, non abbia mai avuto grande simpatia per le innovazioni tecnologiche, soprattutto se applicate alla sua amata chitarra. In realtà, se leggiamo l'intervista per intero, il nostro propendeva per l'uso di pick up esafonici MIDI che non solo implicavano un largo utilizzo di elettronica, ma soprattutto gli permettevano di non sostituire le chitarre elettriche con aggeggi dai look futuristici e spigolosi. Perché, appunto, le curve di una chitarra per Ivan erano importantissime, a livello erotico. E, in effetti, la sua musica è sempre stata carica di quella scintilla sensuale che viene dall'ambiguità, già dalla sua voce acuta per cui non è mai stato chiaro chi fosse: un cantautore? Un rocker? Un cantante di musica leggera? Un poeta mascherato da saltimbanco? (Ivan era famoso per non prendersi assolutamente sul serio, tanto che farà anche un cameo in un film come Italian Boys di Umberto Smaila, il che dice tutto.)

Il collante di tutte queste cose rimane il mistero iconoclasta della sua musica, difficilmente incasellabile: anche se ti ritrovi a canticchiare "Lugano Addio" mentre fai il bagno, stai sempre parlando di un inno anarchico riveduto e aggiornato. Se cantiamo ad esempio "Il chitarrista", parliamo di sesso che viene scambiato al posto del denaro: insomma soggetti forti, come anche in "Motocross" dove la "street credibility" del nostro raggiunge picchi impensabili (donne che ingannano poveri polli a favore di bande di teppisti). Ci mettiamo a parlare di lui perché, finalmente, la Sony ha deciso di onorare degnamente il ventennale della sua prematura scomparsa con una raccolta chiamata Rock e ballate per quattro stagioni, che comprende anche il disco postumo realizzato dall'amico Renato Zero, Per sempre Ivan, che, a prescindere dal suo valore, è un sentito omaggio a un personaggio incredibile.

In effetti, la figura di Ivan ha influenzato, in modo subliminale e non, generazioni di rocker, se non proprio di punk (e se vogliamo andare oltre, anche di metallari ai quali dedicherà una spiritosa quanto situazionista "I metallari" contenuta in Ivangarage, forse il titolo più hard di tutta la sua carriera). La sua chitarra graffiava come una lama incandescente, unendo tecnica e istinto, tanto che diverrà uno dei turnisti più apprezzati in Italia: innumerevoli le sue sessioni con Battisti, De Gregori, la PFM per la quale scriverà anche, e con quel personaggio fuori dagli schemi a nome Hunka Munka che poi rivedremo nei Dik Dik a portare i suoni sozzi e distorti del suo organo. Ma soprattutto l'"associazione a delinquere" con Venditti produrrà quel capolavoro eccezionale dal nome I lupi, un disco che già dalla title track fa presagire l'incubo, la coscienza che una spada di Damocle pende sulla libertà dell'uomo, quella del potere: per cui la necessità di rifiutare ogni gerarchia e ogni guerra, l'importanza della diserzione.

Ivan non la manda a dire anche nei successivi capitoli della sua discografia, basti pensare a "Fame" contenuta nel celebre LP Agnese dolce Agnese, con quei versi che sarcasticamente recitano "in nome della fame ho ammazzato le illusioni". E la ruvida copertina che cita il brano, ad opera di Tanino Liberatore in pieno periodo Ranxerox (ricordiamo che Ivan era anche un alacre fumettista, sempre attento alle innovazioni di questo linguaggio, tanto che possiamo dire che molte delle sue canzoni siano vere e proprie sceneggiature per tavole mai realizzate). Ma ricordiamo anche "Pigro", in cui si scaglia contro l'intellighenzia radical chic additata come una delle cause dell'ignoranza d'animo e della presunzione generalizzata, oppure la geniale "Monna Lisa", dove si narra di uno scoppiato che decide di sfregiare e rubare la Gioconda, a simboleggiare la distanza fra cultura e vita e soprattutto anticipando il vandalismo seriale che verrà. E che dire di "Ballata per quattro stagioni"? Una poesia crudele, che mette il dito nella piaga, che piange prendendosi gioco del suo stesso dolore.

Insomma, Ivan forse è il nostro Elvis Costello, o forse semplicemente è la versione punk romantica di Frank Zappa, o la versione metal di un cantastorie acustico, o la versione psichedelica di un cantante di musica popolare, o la versione easy listening con piglio italico di un Captain Beefheart in salsa country (come vedete, mi è impossibile inquadrarlo se non sparando etichette a caso). Si parla di un autore completo che in un sol colpo scrive i testi (colmi di poesia fra il surreale e l'iperrealista), suona, arrangia tutte le sue canzoni, e canta con quella sua voce sarcastica, appunto punk, con la quale avrebbe potuto interpretare anche la Bibbia: e questa caratteristica è, in effetti, stata un'arma a doppio taglio per lui. I discografici di turno hanno sempre tentato di trasformare l'eclettismo di Ivan in una macchina da soldi, fallendo chiaramente a più riprese.

Graziani era sì una gallina dalle uova d'oro, capace di tirare fuori singoli storici, ma ovviamente li arrangiava e proponeva in maniera sempre straniante anche quando meno te l'aspettavi. Soprattutto gli album erano un caleidoscopio di trovate per cui era difficile riuscire a superare la famigerata "metà classifica". Fare un certo tipo di discorso era come respirare per lui, logico che fosse impossibile riportarlo a più miti consigli. Ma ahimè, appunto, la fame bussa e Ivan deve suo malgrado venire a patti e trovare degli escamotage per sfangarla.

Soprattutto dopo il flop del 1983, con l'album Ivan Graziani, che pur contendendo la celebre "Il chitarrista" si ferma alla trentatreesima posizione in classifica, è evidente che c'è uno scollamento fra Ivan, il suo pubblico e i discografici. Discografici i quali cercano in tutti i modi di imporgli un "modus vivendi" più che una direzione artistica. Palesemente stufo, nell'81 dichiarò che si sarebbe presto ritirato dalle scene, cosa che fortunatamente non avverrà materialmente mai: ma forse a livello mentale qualcosa da quel momento s'inceppò.

Sia come sia, alla fine Ivan decide di accettare questa sfida "mainstream" e nel 1984 pubblica Nove, prodotto da Celso Valli, all'epoca motore sonoro di act raffinatissimi come i Matia Bazar di Melancholia: il tentativo è quello di puntare principalmente sulla raffinatezza che è già insita nelle sue composizioni, lasciando in qualche modo da parte le asperità rockeggianti. Il risultato è un disco chiaramente levigato in tutte le sue parti, in cui fa capolino l'elettronica: a suo modo esteticamente e acusticamente perfetto come una pietra preziosa lavorata da un orefice.

Il problema è che, appunto, la personalità pirotecnica di Ivan sembra sacrificata, e anche dal punto di vista delle innovazioni sonore c'è poco da dire sennonché si tratta della maggiore concessione al pop fino allora raggiunta dal nostro (il singolo in apertura, "Limiti" sembra una metafora della situazione). Il lavoro però ottiene il risultato sperato, raggiungendo il quattordicesimo posto in classifica riscattando in parte la brutta prestazione del precedente album.

Ma, ovviamente, gli avvoltoi della discografia puntano molto più in alto, tanto che il nostro eroe sarà praticamente costretto a partecipare a Sanremo con un brano che non lascia il segno, "Franca ti amo", piazzandosi nelle zone basse della classifica sanremese. Eppure, nonostante anche il pubblico rimanga indifferente, non è meno interessante dei tanti motivetti da juke box dell'epoca (e nel giro armonico "classico" si sentono gli echi del centro di gravità permanente di Battiato). E soprattutto c'è una svolta che salta subito alle orecchie: è la piena adesione alla svolta elettronica iniziata con Nove che porterà alla pubblicazione di Piknic, album che stiamo per sviscerare e che, forse, rappresenta nel bene e nel male un autentico giro di boa.

Piknic pare sia considerato all'unanimità come "il punto più basso della carriera di Ivan Graziani". Ma ne siamo sicuri? Il motivo di tanto astio non sarà forse nella definitiva radicalizzazione elettronica della musica del cantore abruzzese? In effetti, gli affezionati al Graziani rock non hanno quasi nulla cui appigliarsi in questo disco. Al posto dei chitarroni troviamo una sovrabbondanza di percussioni sintetiche, Fairlight, diavolerie digitali ma—come spiegavo nell'incipit dell'articolo—ci sono le chitarre synth, le quali sono usate in maniera massiccia: anche se a orecchio profano sembra tutto creato da tastiere, la chitarra c'è ancora, eccome.

Ma è una chitarra "del futuro", che parla a orecchie scevre dai soliti tran tran del r'n'r. Il tentativo di Piknic è quello di fare il gioco della musica pop sovvertendone in un certo senso gli schemi dall'interno (da cui titolo, in cui la parola picnic, apparentemente innocua, è scritta con quella K punk): si cerca una leggerezza quasi estrema sulla quale la poetica ironica e graffiante di Ivan tende a modellarsi come una tutina in latex.

Non è da sottovalutare neanche l'anno di uscita, il 1986, che vedrà la pubblicazione del primo capolavoro Panelliano di Battisti, ovvero Don Giovanni. Ecco, Piknic è il Don Giovanni di Ivan Graziani, tutto calibrato sul gioco innovazione/asciuttezza/elettronica per tutti i palati ma nello stesso tempo straniante. Soprattutto nei testi, dove situazioni banali sono descritte come se si parlasse dei massimi sistemi: d'altronde è la stessa operazione di Panella, anche se lì un semplice grattarsi la schiena veniva dipinto con un linguaggio talmente ostico da annullarne lo stesso significato. Qui invece si capisce almeno l'argomento, ma si rimane come intontiti proprio dal fatto che… se ne parli. Paradossalmente, quindi, un disco dedicato alla massa che allo stesso tempo la nega, pigiando l'acceleratore sui suoi gusti polverizzandoli contro il muro dell'ovvio. Ma lasciamo parlare i brani, veri gioiellini d'astuzia.

L'apertura è rock, un rock sintetico. "Sola" è il biglietto da visita, con i marchingegni digitali di Fabio Liberatori, ex Stadio e deus ex machina di Dalla, in primissimo piano. Ma l'ibridazione col synth pop è evidente, con inserimenti di campionatore che ricordano i futuri esperimenti dei Depeche Mode di Music for the Masses (appunto… un titolo che è un manifesto) o dei Tears For Fears di The Hurting. Si notano certi elementi AOR, ma dosati in modo che ammicchino senza guastare del tutto il tiro del brano, che va via liscio come l'olio usato per far girare bene i pomelli del Fairlight. D'altronde se agli Eurythmics di Be Yourself Tonight non è stato rimproverato nulla, non si capisce perché dovremmo farlo con Ivan.

Con "Shame" l'elettronica è totale e palese, con suoni che ricordano zone "black", Prince e Terence Trent D'Arby in primis. Ma anche qui il rock è presente, se non onnipresente (la chitarra è intelligentemente digitalizzata per confondere le acque). Il brano parla ironicamente di un rapporto in cui la lei di turno è accusata di non saper "cucinare". Ma, a guardare bene, la frase "non sai tirare neanche il collo a un vecchio pollo come me" ricorda un po' il "devi usare un pollo" del "Tengo 'na minchia tanta" di Zappiana memoria, per cui la metafora sessuale è chiaramente nell'aria. Aria di cui sembra composto il brano, che come arriva se ne va, lasciandoci con l'amaro in bocca, come se si ascoltasse una provocazione pop bella e buona. Cosa che, di base, è veramente. Pigliatevi questo e vaffanculo.

Stranamente un pezzo come "Ed è felicità" è stato aspramente criticato, come se fosse una mera sozzeria. Per il sottoscritto rappresenta invece un brano con una melodia micidiale, che può competere con il Battisti de "L'apparenza", anche a livello di suoni. Se il testo fa sbroccare i fan hardcore di Ivan che si aspettano un'altra "Come", è solo perché il nostro sembra dire, ancora una volta, veramente quello che sente a dispetto delle apparenze. Un po' come se volesse, appunto, sondare gli abissi della quotidianità che tutti cerchiamo di mettere sotto il tappeto, e l'unico modo per farlo è tirarli fuori davvero definitivamente. Operazione riuscita: "le briciole innocenti di un biscotto", nella sua languidezza pop, farà proseliti (basti pensare ai Soerba di "I am happy" in cui i biscotti da mangiare erano cruciali). Anche qui il fade out sbrigativo lascia di stucco, ma la vera musica di consumo deve consumarsi molto prima di finire nelle orecchie delle masse, no?

"La mia isola" è un brano, anche qui, di stampo intimista tempestato da sintetizzatori in preda a sequenze tra orologi impazziti e mallet coldwave, in contrasto con l'aria latina della chitarra. "Con te sarò un uomo violento e prepotente / ma anche un giocattolo di pezza con cui ridere e scherzare": sembra un messaggio diretto agli allibiti ascoltatori. Poi uno stacco ancora una volta di rock digitale che riporta all'Ivan che tutti conosciamo e che rivela le potenzialità della formula rock/campionatori. Nel testo forti ammiccamenti al sadomasochismo, sensazione che forse Ivan avrà avuto nel mettere insieme il disco e che, alla fine, risulta probabilmente la sua forza.

"Zio gorilla" si pone invece nel solco delle canzoni-divertissement di Ivan, tessendo le lodi di uno zio fuori dagli schemi. Un pezzo sviluppato con suoni stile pop giapponese, al limite del karaoke certo, ma dalla struttura ritmica particolarmente assurda e arrangiata in modo che non ci si accorga di lei. Nonostante i tempi dispari in abbondanza, sembrano appena percettibili nell'algidità dei suoni, cosa che rende il pezzo permeato da un sentore d'incompiuta che sembra voluto e spudoratamente tirato in faccia.

"Soffice" è una ballata d'amore in equilibrio sulla fune del vapor, in cui l'autore fa scorrazzare la sua vocalità ebbra delle grazie della protagonista femminile. E' un curioso ibrido fra la poetica di Ivan e le atmosfere stile A–ha, che onestamente vedrei bene coverizzato da Hannah Diamond, farcita com'è di paddoni e percussioni molleggiate. Sicuramente un must per chi vuole creare un'atmosfera post hauntology in salotto, aspettando la sua bella.

"Ho paura dei temporali" sfoggia un rock funk plasticoso che poi si apre in arie melodiche completamente sfasate: ritorna lo spettro di Battisti, ma stavolta quello di E già. Col suono di The man from Utopia di Zappa, il brano ostenta la tematica, molto semplice, di un adulto che si caca sotto per i fulmini, niente di più niente di meno. Che cosa voler chiedere di più da un pezzo pop? Già per questo mi sembra una follia bella e buona.

Il brano successivo "Rosanna non sei tu" è un racconto femminile tipico di Graziani: amori non corrisposti, nostalgie, equivoci, tra campanelli digitali sognanti ed elettronica "cinese" con tanto di assolo di cori campionati che farebbe la felicità di tutti quelli che oggi registrano dischi con i preset del Volca Sampler, credendo di farci fessi. Cori che nella loro finzione danno il via a un altro brano che nella sua iperrealtà sembra una cartolina della Standa.

"Baby Love" sembra strizzare l'occhio a Kid Creole, la storia di una ragazzina che va al ballo della scuola e gode delle meraviglie e dell'amore dell'adolescenza, "dal tuo corpo sul suo". È l'Ivan sensuale, che ancora una volta parla di una situazione banalissima e naturale senza troppi colpi di scena, se non un arrangiamento minimale di sintesi FM e percussioni che esplodono in ritmi latinoamericani. Forse il brano più leggero del lotto, che però pesa talmente come una piuma che non si può pensarne davvero male, dai.

Conclude tutto "Evviva Vivi'", storia di narcisismo e sfrontata libertà femminile, una versione postmoderna, forse, della Marta di "Lugano Addio" o della dolce Agnese che fu. Ricamata da fugaci percussioni elettroniche stile Fad Gadget, campioni di chitarra e pianoforti elettrici a pioggia, anche stavolta si ospitano stacchi palesemente hard e assolo di chitarra synth prodotto probabilmente dalle sapienti mani di Luciano Ciccaglioni, un turnista che dai Marc 4 ha suonato praticamente con tutti (e si sa che Ivan era un grande fan del turnismo, vero fulcro della musica che funziona). È uno dei migliori brani del disco, che non a caso inneggia alla libertà tanto agognata da Ivan (potrebbe essere che "Vivi" sia in realtà lui stesso: se volessimo rovesciare il nome, ricaveremmo infatti un sospetto Iv–Iv, le iniziali di Ivan).

Questo sarà paradossalmente l'ultimo album di Ivan per la Numero Uno, come tutti sanno (tornando sempre ai parallelismi col nuovo corso di Battisti) la "casa" del Lucione nazionale. Se molti insinuano che Piknic sia nato solamente per onorare dei meri vincoli contrattuali, è anche vero che i limiti imposti dalla situazione sono per Ivan un modo per sperimentare territori fino ad allora alieni, con un approccio tipo "nulla da perdere" e "sintesi estrema" che è evidentemente coraggioso nonostante tutto.

Quello che verrà dopo, infatti, darà sicuramente ragione all'Ivan rockettaro, proprio in vece di questa provocatoria svolta. Riprenderà infatti le redini della sua carriera passando per prove più rock, chitarristiche, digitali ma grezze come l'album Ivangarage, fino all'ultimo successo conclamato, la sanremese "Maledette malelingue". Scagliandosi contro i moralisti benpensanti (narra di una frequentazione fra una ragazzina e un uomo non propriamente giovane contro i quali parte una crociata stile "Il gigante e la bambina" di Dalla/Ron) raggiungerà il settimo posto a Sanremo rilanciando decisamente le sue quotazioni, dei cui frutti, purtroppo, non riuscirà a godere appieno. Un cancro ce lo porterà via proprio mentre pensava ad altri progetti che è difficile immaginare meno che interessanti.

Parlando di Piknic Ivan diceva "quello è un lavoro loro, non mio". Ma se lo stesso Ivan, nelle note di copertina di una vecchia raccolta, diceva di pensare "che non esista peggiore spiegazione di quella che può dare un autore, soprattutto quando deve parlare della propria produzione", allora forse Piknic è in realtà un dispetto, un sabotaggio perfettamente riuscito, dove l'autore si salva e affonda invece la nave della finzione.

Io lo voglio ricordare come quando suonò all'ex manicomio di Santa Maria della Pietà a Roma, nella mia zona natia: tutto sudore, battute sardoniche, rock e completo abbattimento della barriera palco/pubblico manco fosse Iggy Pop, straordinariamente vero. Diciamolo: Ivan Graziani ci manca perché "a chi assomiglia non si sa / se non avesse un nome / la chiamerei Libertà". Evviva Iviv.

Demented è su Twitter: @DementedThement.

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