crisi dei social network
Sinistra: Bloomberg/Contributor via Getty Images. Destra: Carina Johansen/Contributor via Getty Images

I social network sono morti

I cosiddetti “social media” sono pensati per consumo e pubblicità, non per le persone. Ora che stanno crollando, come si crea un’alternativa vera?
Giacomo Stefanini
traduzione di Giacomo Stefanini
Milan, IT
Giulia Trincardi
traduzione di Giulia Trincardi
Milan, IT

Da alcune settimane a questa parte, si è scatenato un dibattito pubblico sul futuro dei social media a causa dei problemi di Facebook, punito dagli investitori per il suo piano decennale di costruzione del metaverso, e della demolizione controllata di Twitter da parte del suo neo-amministratore Elon Musk.

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In molti temono che Musk finirà presto per distruggere Twitter, ma non c’è bisogno di preoccuparsi davvero, essenzialmente perché il modello social media è già morto. Ossia, le piattaforme che hanno definito il concetto di “social media” per come lo abbiamo conosciuto nell’ultimo circa-decennio—Facebook, Instagram e Twitter, sicuramente, ma anche Tumblr e addirittura i progenitori come MySpace—sono ormai rimaste nell’ombra dei loro concorrenti, rimpiazzate da altre piattaforme e dai loro modelli di interazione online.

Facebook ovviamente è imploso dopo il costante martellamento di anni di scandali, e Instagram, pur venendo ancora usato da molte persone, è odiatissimo per la grande quantità di contenuti sponsorizzati che ti propone al posto di quelli, chessò, dei tuoi amici. Twitter al momento sta fronteggiando un esodo di massa conseguente all’acquisizione da parte di Musk, ma un report interno ottenuto da Reuters fa intuire che sarebbe già fondamentalmente un social fantasma, visto che il 10 percento degli utenti rappresenta il 90 percento del traffico e i suoi “utenti più frequenti” non postano nemmeno ogni giorno.

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A dispetto dei desideri di Musk e Zuckerberg, non stanno scivolando tutti dentro al metaverso o dentro il “Web3,” l’internet decentralizzato, tokenizzato e cripto-centrico che investitori, crypto bro e capitalisti hanno cercato di far diventare la nuova norma a forza di hype e cinici schemi piramidali concepiti per arricchirsi.

Il fallimento dei social media

Foto: Lightcome

Al loro posto, stiamo usando YouTube, TikTok, Twitch e un crescente numero di piattaforme di streaming che rimpiazzano la struttura rizomatica delle conversazioni multidirezionali con un approccio essenzialmente unidirezionale: il modello della trasmissione, che smantella la struttura orizzontale del social e la rimpiazza con un creator e il suo pubblico.

TikTok, che è oggi tra i primi due siti più visitati della rete, è “social media” di nome. Ma di fatto, anche se chiunque può realizzare contenuti su TikTok, la piattaforma è concepita per il consumo passivo che fa emergere, perlopiù, un modello basato sulla trasmissione da parte di influencer e celebrità: la gente ha i suoi “creator” preferiti e li segue, o fruisce passivamente i loro contenuti dalla pagina Per Te. Instagram si sta muovendo a sua volta in questa direzione, nonostante l’opposizione di gran parte degli utenti.

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Potremmo piangere la fine dei social media e discutere di quali siano i motivi di questo cambiamento—forse uno è che condividere i fatti tuoi con i tuoi amici non paga le bollette, in aggiunta al degrado delle piattaforme in cerca di profitti—oppure potremmo cogliere l’attimo e arrivare a una conclusione più radicale: che i veri social media non esistono e non sono mai esistiti.

Quello che abbiamo, e a tratti apprezziamo, sono una serie di reti di comunicazione che si prestano a fornirci un misero simulacro di socialità allo scopo di raggiungere i loro obiettivi, ossia la modificazione dei comportamenti e la massimizzazione dei profitti. È importante tenere presente ciò perché dimenticare che non abbiamo delle reali reti sociali—ossia network imperniate sui legami personali e gruppi che vadano oltre contenuti e consumi—ci fa perdere di vista ciò che comporta la lotta per la loro realizzazione. Non si tratta di trovare un nuovo posto su cui postare, si tratta di prendere parte a una mobilitazione più ampia a livello mondiale ed economico per sovvertire le strutture che permettono al sistema che oggi ci opprime di restare lì dov’è.

Un modo per concepirlo è questo: non esiste un unico internet, bensì un patchwork di realtà digitali e protocolli ognuno con la sua storia, geopolitica, economia politica, incentivi e così via, a cui noi facciamo riferimento con il nome di “internet.” Ci sono somiglianze superficiali, certamente, tra i modi in cui internet viene usato nel mondo—navigare, fare shopping, condividere video, ecc.—ma si tratta di sviluppi relativamente recenti che sono stati appiccicati sopra a infrastrutture, regimi legali, accordi politici, questioni geopolitiche e territori economici radicalmente diversi tra le diverse nazioni che compongono le Americhe, l’Europa, l’Asia, l’Africa.

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Si può sintetizzare nell’immagine dell’artefatto che nasconde l’artificio. Vale per “internet,” per le “piattaforme” e specialmente per i “social media.” Prendiamo il nucleo principale del lancio pubblicitario di ogni social network, che in molti ancora considerano un Vangelo: coniugando il potere di internet, delle reti comunicazione globale e di altre tecnologie digitali, possiamo creare spazi in cui nuove comunità possono formarsi e prosperare. Luoghi in cui possiamo imparare cose nuove, stabilire nuove connessioni con il mondo, tenere traccia degli amici e farcene di nuovi, formare nuove identità o inserirci in identità già esistenti, organizzare, scoprire, creare, bla bla bla.

Si tratta di un’immagine del mondo meravigliosamente naïf, ed è stata riconosciuta come tale anche nel momento in cui è stata lanciata, ma da allora è stata cambiata in modo praticamente impercettibile. Oggi, riconosciamo che le tecnologie responsabili dei social media non cooperano sempre in armonia l’una con l’altra per creare favolose nuove comunità. È relativamente facile che queste reti provochino un genocidio, facciano esplodere una crisi sanitaria mentale, spingano persone verso posizioni radicali, oscurino intere nazioni, sorveglino specifiche fasce di popolazione.

Era ora che accadesse: da anni le home dei nostri social media non sono flussi ininterrotti di post degli amici e di persone che abbiamo scelto di seguire. Anzi, i contenuti che è più probabile che vedremo sono, si sa, selezionati da algoritmi imperscrutabili, che a loro volta possono essere bypassati da inserzionisti che pagano per spingere o promuovere i propri post. Il risultato non si può certo chiamare “social”: l’obiettivo è inondarti di assurdità vagamente buffe calibrate per accrescere e sostenere il coinvolgimento della mente umana fino all’anestesia, tutt’altro che la costruzione di comunità che possono collaborare o comunicare in modi non mediati da una startup o dal mercato.

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Eppure continuiamo a sperare che la tecnologia ci traghetti verso quel beato, idealizzato stato di natura. I giusti algoritmi manovrati dalla giusta intelligenza artificiale amplificheranno le giuste caratteristiche e assicureranno una moderazione dei contenuti ideale, sconfiggeranno la disinformazione, tuteleranno la salute mentale degli utenti e ci permetteranno di tornare a ciò che conta davvero: la connessione tra esseri umani tramite piattaforme di proprietà di mastodontiche aziende multinazionali.

Ma, di nuovo, come per internet stesso, dovremmo chiederci di che cosa parliamo quando parliamo di “social media” e scavare più a fondo negli strumenti che dovrebbero salvarli. Social media, basandosi sulle maggiori aziende che hanno incarnato la definizione del termine negli ultimi anni, significa piattaforme in cui la crescita della base di utenti è usata per raccogliere guadagni dagli inserzionisti, e così via. Queste piattaforme permettono sì agli utenti di connettersi fra loro, e queste connessioni generano dati che altre aziende acquistano e usano per offrire merci, servizi ed esperienze più rilevanti ai profili degli stessi utenti.

Questo, però, è un ritratto a tinte ancora relativamente ottimistiche. Uno sguardo lucido alle decisioni di politica economica sottese a questo meccanismo rivela alcuni dettagli più cupi. Ogni aspetto chiave dei social media è a proprietà e gestione privata. I dati che generiamo, i data center che li conservano, gli algoritmi che li processano, i server che li archiviano, le forze lavoro che li etichettano, li ordinano e ci interagiscono, i cavi attraverso cui si muovono—le piattaforme, le loro infrastrutture e il know-how tecnico non sono nostri. Anche i dati che potremmo usare per sviluppare alternative sono accumulati da ditte che rispondono a modelli di business che richiedono questo sistema completamente privatizzato. Le risorse di calcolo che potremmo usare per sperimentare con quei dati sono di proprietà delle aziende tech o di altre concentrazioni di capitale—come ad esempio fondi d’investimento immobiliare—che trattano l’infrastruttura di internet come una risorsa finanziaria da subaffittare alle più grandi ditte del settore tecnologico.

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Chiamare quelli che abbiamo adesso, e che sono ormai già morti o almeno morenti, “social media” o “social network” dà l’impressione sbagliata che abbiamo creato una cosa organizzata sulla socialità. Invece abbiamo creato una cosa che offre un simulacro di relazioni sociali in risposta ai bisogni, interessi e affari del nostro sistema completamente a gestione privata e delle varie corporation che lo dominano. Forse si può chiamare rete di comunicazione, ma non social media che incoraggia un’interazione umana scevra degli imperativi del profitto e del dominio.

L’idea di social media—dei veri social media, non soltanto le piattaforme che sono finite per incarnare la definizione di questo termine—è da reclamare e da scoprire, e vale la pena lavorare per arrivarci, invece di limitarsi a lasciare che il modello di trasmissione unidirezionale prenda il sopravvento.

Al di fuori degli Stati Uniti, dove altre app dominano la vita quotidiana, possiamo osservare fenomeni che potrebbero essere integrati o ripudiati da un social media alternativo. Per app di messaggistica come Whatsapp—presente in modo massiccio nella quotidianità di paesi come il Brasile, ma pur sempre di proprietà di Facebook/Meta—un progetto di monetizzazione o riorganizzazione in ottica commerciale non ha mai attecchito, ma questo non significa che non si siano presentati i soliti problemi, come disinformazione e incitamento alla violenza. Inoltre, si è vista una ritirata significativa in gruppi privati e piattaforme alternative di messaggistica che suggerisce una certa avversione e frustrazione rispetto alla visione grandiosa e totalizzante dei social media per come sono stati venduti finora, dove una piattaforma si pone come un unico grande giardino che ha lo scopo di contenere tutte le comunità e tutta la comunicazione possibile. 

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In parte, esplorare alternative potrebbe significare spostarsi verso qualcosa come Mastodon, che ha visto una crescita significativa di utenti da quando Musk ha preso possesso di Twitter. Mastodon è una piattaforma open-source e decentralizzata, basata su un modello “federato” in cui gli utenti curano dei propri mini-Twitter che si interlacciano e combinano in isole più ampie. È lontano dall’essere perfetto e non è scalabile tanto quanto le piattaforme di social media centralizzate che hanno dominato la scena finora, ma l’idea condivisa è che, nel cercare alternative, bisogna accettare il rischio di un po’ di caos e qualità scadente—aspetti che, d’altronde, ci sono tutt’altro che sconosciuti. 

Ma avere un posto in più dove pubblicare post senza uno come Musk tra i piedi, non affronta il problema alla base dei “social media,” o di “internet” in senso lato. Il nemico peggiore, se parliamo di creare social media, di creare alternative ai network e alle piattaforme esistenti oggi, è l’insieme di sistemi complessi che si celano dietro le reti di comunicazione dominanti e che le sostengono. Non è semplicemente questione di spingere le persone a spostarsi su alternative come Mastodon, o convincerle a fare petizioni per qualche cambiamento minore. La soluzione non è scegliere alternative collettivamente, ma mobilitarsi per minare alla base il sistema attuale, che, di nuovo, è ostile a ogni livello di alternativa.

Il punto non è solo che ogni livello e componente di come sono immaginati, finanziati, progettati e distribuiti i prodotti e servizi digitali che usiamo è ostile a tutto tranne che al sistema anti-sociale che ci hanno convinti a chiamare social media. Anche le politiche che abbiamo a disposizione sono ostili a qualsiasi alternativa, così come lo sono l’economia, i codici legali e la nostra cultura.

Con questo in mente, ha senso che le reti di comunicazione che chiamiamo “social media” dominino il panorama odierno. Questo è un mondo in cui la geopolitica della Guerra Fredda ha dato vita alla Silicon Valley e alle collaborazioni militari dietro la nascita di ciò che chiamiamo internet; è un mondo in cui l’economia successiva alla Seconda Guerra Mondiale ha generato un regime di sorveglianza atto a proteggere l’iper-produzione, e il consumo ha sostenuto l’epoca d’oro del capitalismo. Viviamo in un mondo in cui il sistema politico egemone è dominato dagli interessi di profittatori, monopolisti, cercatori di rendite e amministratori di patrimoni che cercano di stare a galla in un mare di tassi di profitto in crollo, trasformando in ottica di "finanziarizzazione" ogni cosa che possono, col rischio di creare bolle di mercato sempre più instabili.

Queste cose non stimolano la creazione di reti dove possiamo socializzare, ma quella di reti dove guardiamo gli altri fino a un certo punto e siamo osservati ben più profondamente da grandi istituzioni del settore privato, interessate a capire come trasformare tutto in profitto (oltre che da governi interessati a sorvegliare e controllare la propria popolazione). Finché non ci sarà un cambiamento alla base, non esisterà mai un social media su grande scala in senso proprio.