Mi chiamo Enrico Albenzio e ho 33 anni. Ho una Laurea Magistrale in Scienze Pedagogiche e da sei anni lavoro come insegnante di sostegno e pedagogista in una scuola di formazione professionale in Veneto, dove seguo ragazzi con disabilità anche nell'inserimento al mondo del lavoro.La pasta diventa lo specchio di sé: se la tratti male durante il procedimento è motivo di dialogo, di domanda. Questo alla lunga non migliora solo la manualità ma parla al ragazzo, spingendolo a chiedersi: "Perché tratto bene un impasto e poi tratto male il resto?"
E il cibo è anche una mia grande passione. Allora prima della pandemia avevo cominciato a portarlo nella fattoria biodinamica di un mio amico. Una o due volte a settimana andavamo a raccogliere le verdure e lui le cucinava con la classe, cosa che gli permetteva di sentirsi incluso. Uno dei problemi con questi ragazzi è proprio che spesso non hanno esperienze da poter raccontare e condividere con i loro coetanei.Poi è arrivato il lockdown. Immaginatelo chiuso a casa, bloccato, senza nessuno spazio per uscire. Era aggressivo con la famiglia e spesso scappava - lo ripescavano i vigili per strada. Con l'insegnamento a distanza la situazione era tragica e non mi sembrava giusto fargli fare dei giochini. In questi anni ho visto che a questi ragazzi bisogna chiedere tanto, non poco, se gli chiedi poco lo sentono e si incazzano. Allora una mattina gli ho detto: domattina ti metti la divisa da cuoco e ci ricolleghiamo. Facciamo quello che fanno tutti in questi giorni: facciamo il pane.Non mi sembrava giusto fargli fare dei giochini. In questi anni ho visto che a questi ragazzi bisogna chiedere tanto, non poco. Se gli chiedi poco lo sentono e si incazzano
Ci siamo messi d'accordo con la mamma per comprare gli ingredienti. Le prime volte è stato tragico, non siamo riusciti a combinare niente, si scollegava, andava via. Il secondo idem. Il terzo giorno siamo riusciti almeno a impastare. La settimana dopo ce l'abbiamo fatta. Piano piano si è preso bene. La sera prima gli mandavo immagini del pane e della pizza o del pane o dei bagel o dei taralli da preparare il giorno dopo. Dopo due settimane riusciva da solo a pesare tutto! Mi imitava benissimo anche nei più piccoli gesti delle mani. Ogni tanto prendeva a pugni il pane o lo buttava, lo distruggeva proprio. A un certo punto mi sono arrabbiato e gli ho detto è il tuo impasto, trattalo bene, come la persona più cara che hai al mondo. Ci sparavamo sotto della gran musica per aumentare la velocità dell'impasto.Ogni tanto prendeva a pugni il pane o lo distruggeva proprio. Mi sono arrabbiato e gli ho detto è il tuo impasto, trattalo bene, come la persona più cara che hai al mondo
Lo screen di una delle lezioni. Foto di Enrico Albenzio
Per la mia esperienza devo ammettere che c’è un aspetto nella disabilità che è comune a molte persone, che è quello paragonabile ad una “vocazione”. Quando c’è, come nel caso del mio studente in quarantena, ci si accorge che l’elemento chiave che poi ha aiutato è il procedimento stesso per fare il pane perché educa, ha le sue tempistiche, i suoi momenti e i suoi ritmi (anche musicali nel nostro caso).La pasta diventa lo specchio di sé: se la tratti male durante il procedimento è motivo di dialogo, di domanda - come stai? Sei arrabbiato? Perchè?. Questo alla lunga non migliora solo la manualità ma spinge il ragazzo a chiedersi: "Perché tratto bene un impasto e poi tratto male il resto?". A 15 anni funziona! E non è solo una strategia pedagogica, ma è una cosa vera, reale, tangibile. Perché è il pane ad essere vero, reale, tangibile. E nella maggior parte dei ragazzi con disabilità intellettiva le cose vere sono un'àncora…è un'àncora perché l’impasto poi lo metti nel forno e se il prima è andato bene potrebbe diventare pane e chi, soprattutto i ragazzi, non vuole assaporare un risultato, un esito?Progetti e associazioni come IlTortellante lo dimostrano. Non c’è niente di appiccicato, forzato e sentimentale sul tema disabilità, ma c’è un lavoro: i tortellini nel caso di Bottura, il pane nel caso di Sobon a Padova. In questi luoghi fantastici il cibo è un elemento concreto, oggettivo, dalla quale si può partire, contribuendo e dare un pezzo di sé, disabile o non disabile. Io personalmente come pedagogista e insegnante di sostegno in una scuola alberghiera mi colloco nella fase precedente a queste realtà, direi che sono più nella fase “talent scout", e guardo con ammirazione a questi luoghi perché spero, e lavoro per questa speranza, che i ragazzi con cui ho a che fare un domani sappiano suonare al citofono giusto per realizzarsi per dare quel che sanno dare. Sperando anche che ci sia qualcuno che sappia riconoscere i loro talenti.Segui MUNCHIES su Facebook e InstagramÈ il pane ad essere vero, reale, tangibile. E per la maggior parte dei ragazzi con disabilità intellettiva le cose vere sono un'àncora
