Perché i migranti continuano a morire nel Mediterraneo

Dopo l'ennesima strage al largo di Lampedusa, il dibattito sul passaggio da Mare Nostrum a Triton si fa ancora più acceso. Ma finché non verranno aperte nuove vie, il traffico di esseri umani continuerà.

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12 febbraio 2015, 1:17pm

Dal nostro documentario

Fortress Italia.

"È la strage peggiore dal 3 ottobre 2013," ha twittato l'account italiano dell'Unicef in riferimento all'ennesima tragedia verificatasi al largo di Lampedusa—ed è impossibile dargli torto.

Il 9 febbraio 2015 la Guardia Costiera ha soccorso un gommone carico di migranti provenienti dalla Libia: 29 di questi sono morti assiderati, e 76 sono stati tratti in salvo. Più tardi sono stati trovati altri due gommoni con solo 9 persone a bordo, mentre il quarto è ancora disperso. Si stima che le vittime potrebbero essere più di 300.

Le testimonianze dei superstiti non potrebbero essere più drammatiche. "Ci tenevano chiusi in un magazzino alla periferia di Tripoli," ha raccontato un migrante, "e ci dicevano di aspettare prima di partire. Aspettavano il momento giusto. Poi, sabato, senza preavviso, sono venuti. [I trafficanti] erano tutti armati e ci hanno costretti a lasciare quel campo per raggiungere una spiaggetta di Tripoli."

Nelle operazioni di salvataggio, condotte con un mare a forza otto e durate molte ore, anche i soccorritori hanno rischiato la vita. "Durante il tragitto abbiamo avuto problemi di diverso tipo, anche l'equipaggio non stava molto bene e dovevamo soccorrerlo, io stessa ho risentito del mare," ha dichiarato la dottoressa Gabriella Lattuca. Un soccorritore ha detto che "è stata l'Apocalisse. Gente che tentava in ogni modo di entrare nel vano macchine per ripararsi dal vento e dal gelo. E poi tutti quei migranti che morivano per il freddo, uno dopo l'altro."

Le reazioni politiche si sono concentrate immediatamente sui soccorsi e sul passaggio dall'operazione "militare-umanitaria" Mare Nostrum all'iniziativa europea Triton, avvenuto il 1 novembre del 2014 e sui cui rischi avevamo già scritto mesi fa.

La sindaca di Lampedusa, Giusi Nicolini, è stata tra i primi a rilasciare dichiarazioni piuttosto dure: "I 366 morti di Lampedusa non sono serviti a niente, le parole del Papa non sono servite a niente, siamo tornati a prima di Mare Nostrum. È la prova che Triton non è Mare Nostrum."

Per il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni, Triton "non è sufficiente e le dimensioni dell'iniziativa sono ridotte rispetto a Mare Nostrum. [...] Ci vuole un dispiegamento di maggiori forze e risorse." E anche l'ex premier Enrico Letta ha battuto su questo tasto, twittando: "#RipristinareMareNostrum. Che gli altri paesi europei lo vogliano oppure no. Che faccia perdere voti oppure no."

Amnesty International, in un comunicato stampa, ha puntato il dito contro l'"Unione Europea e i suoi stati membri," che per "questa nuova tragedia devono abbassare la testa per la vergogna." John Dalhuisen, direttore del programma Europa e Asia centrale, ha aggiunto che "si sono avverati i nostri peggiori timori sulla fine dell'operazione di ricerca e soccorso Mare nostrum. Stanno emergendo le prevedibili conseguenze dell'assenza di una sostituzione adeguata di quell'operazione da parte dell'Unione europea."

Naturalmente non sono mancate nemmeno le prese di posizione di segno opposto, principalmente quelle leghiste. Il vicecapogruppo alla Camera Gianluca Pini, ad esempio, ha rintracciato il colpevole di queste morti "nello stupido atteggiamento buonista [...] da parte di chi governa, della sinistra e della Commissione Europea." Matteo Salvini, dal canto suo, si è avventato sulla strage con la sua solita dose di equilibrio:

In realtà, è sconsiderato parlare di Mare Nostrum—che comunque era una missione puramente emergenziale inserita in un contesto di totale assenza di politiche serie sull'asilo—come di un'"OPERAZIONE DI MORTE." Stando ai dati della Marina, la missione avrebbe tratto in salvo più di 150mila migranti. Nonostante ciò, l'anno scorso sono morte più di tremila persone nell'attraversamento del Mediterraneo.

Dopo pochi mesi di attività, tuttavia, Mare Nostrum era diventato il bersaglio di una serie di polemiche che ne hanno indebolito la portata. L'operazione della Marina, infatti, è stata accusata di essere un "servizio-taxi" per i "clandestini," di aver aumentato il flusso di migranti sulle coste italiane (una circostanza ovviamente non veritiera), di costare troppo e di rappresentare una minaccia per la sicurezza nazionale a causa di fantomatiche "infiltrazioni dell'Isis".

Ad aggravare un quadro generale già critico ci si è messo il continuo rimpallo di responsabilità tra il governo italiano e le istituzioni europee e, come scrive il professore Fulvio Vassallo Paleologo, la "paura di perdere il consenso elettorale" unita alla "pressione delle destre xenofobe e razziste."

Fin dall'inizio, infatti, era palese che Triton—nonostante l'atteggiamento trionfante di Angelino Alfano—non sarebbe mai stata un'operazione minimamente comparabile con Mare Nostrum.

I mezzi e gli obiettivi sono radicalmente diversi: Triton ha una dotazione di 2.9 milioni di euro (contro i 9 di Mare Nostrum) al mese, e si limita a controllare le coste e pattugliare le acque territoriali. Il 19 dicembre dell'anno scorso la portavoce dell'agenzia europea Frontex l'aveva ribadito molto chiaramente : "Siamo una missione molto più piccola, abbiamo navi, soldi e il mandato assegnatoci solo per il controllo delle frontiere, non per compiti umanitari."

Sempre nel dicembre del 2014, la stessa Frontex—dimostrando un cinismo fuori dal comune—aveva richiamato l'Italia per i continui "interventi fuori area," cioè oltre le 30 miglia marine dalle coste italiane che sono il limite operativo di Triton. Le istruzioni impartite alle navi di prestare soccorso alle imbarcazioni in difficoltà, proseguiva Frontex, "non sono coerenti con il piano operativo e purtroppo non saranno prese in considerazione in futuro." L'agenzia si mostrava molto preoccupata anche per il "frequente uso della lingua italiana", che "dovrebbe essere evitato" nelle operazioni di Triton poiché "non del tutto in linea con il piano operativo e con le procedure internazionali."

Una volta conclusasi l'esperienza di Mare Nostrum, inoltre, gli osservatori più attenti avevano reso conto di alcuni cambiamenti che stavano avvenendo a livello di flussi migratori, situazione geopolitica e strategie delle organizzazioni di trafficanti.

Per quanto riguarda i primi, i dati hanno registrato un aumento degli sbarchi dall'inizio dell'anno per un totale di 3.815 persone, il 60 percento in più dello stesso periodo del 2014. Questi numeri, sostanzialmente, sono una conferma del fatto che il ritiro di Mare Nostrum non ha avuto alcun effetto dissuasivo, come si sperava da Roma e Bruxelles.

Il punto è che questi sbarchi avvengono in "maniera più caotica e disordinata," e prima della strage del 9 febbraio erano sostanzialmente "invisibili," ossia riportati al massimo sulla stampa locale. Tra la fine di dicembre e l'inizio di gennaio 2015, l'arrivo di due grossi mercantili cariche di migranti sulle coste dell'Italia meridionale—la BlueSkyM e l'Ezadeen—aveva segnalato l'impiego di nuove tecniche da parte di scafisti e trafficanti.

Secondo il giornalista Stefano Liberti, dopo la fine di Mare Nostrum gli scafisti hanno iniziato a usare navi cargo che "permettono di viaggiare senza dare nell'occhio" e "si avvicinano alle acque italiane per far attivare i mezzi della Guardia Costiera o quelli della più modesta missione di pattugliamento europeo."

In tutto ciò, come ha detto l'ammiraglio Giuseppe De Giorgi nel corso di un'audizione alla Camera, "il contesto geopolitico attuale"—e soprattutto il deteriorarsi della situazione in Libia—"non consente di prevedere" un'attenuazione degli sbarchi.

Don Mussie Zerai, presidente dell'agenzia Habeshia, ha detto in un'intervista che "le coste libiche sono disseminate di profughi rinchiusi in capannoni, in attesa dell'ordine per partire." In questo momento, ha spiegato Zerai, la traversata del Mediterraneo "è gestita da gruppi, talvolta in competizione tra loro, legati alle diverse milizie" che operano nel contesto della guerra civile libica, sempre più caotica e imprevedibile.

A causa del precipitare della Libia in uno "scenario somalo," la Guardia Costiera del paese è praticamente inesistente. Questo lascia il campo aperto ai trafficanti, che purtroppo rimangono "l'unica via [...] per chi fugge da guerre e persecuzioni." Anche perché, scrive l'associazione Melting Pot, "il traffico degli uomini è l'unica risposta alla domanda di libertà e sopravvivenza espressa dall'essere umano."

E infatti la conclusione di don Zerai è quantomeno amara: "Finché non ci saranno vie legali—canali umanitari e possibilità di fare domanda di asilo nelle ambasciate europee dei paesi di transito—continueranno a esserci i barconi, i trafficanti, i proventi per i signori della guerra e i morti in mare."

Proprio su questo punto, cioè l'apertura di "canali umanitari," diverse associazioni e ONG hanno chiesto al governo italiano e all'Unione Europea un "reale cambio di rotta." In un comunicato congiunto si legge: "Occorre aprire immediatamente canali sicuri e legali d'accesso in Europa, per evitare ulteriori perdite di vite in mare, che consentirebbe di gestire un fenomeno ormai stabile e probabilmente in aumento."

Gli orientamenti dell'esecutivo, tuttavia, vanno nella direzione opposta. Il premier Matteo Renzi—che solo qualche mese fa aveva accusato l'Europa di salvare solo "gli stati le banche" e di "lasciare morire le madri con i bambini"—ha detto che il problema è esclusivamente la Libia, e non le politiche italiane ed europee in materia d'immigrazione.

Dopo la strage nel Canale di Sicilia, come riporta un articolo del Corriere della Sera, "la linea del Viminale" comunque "non cambia." I responsabili dell'immigrazione, infatti, avrebbero confermato "la necessità di andare avanti con l'operazione Triton," anche se questa "non ha sinora fornito i risultati annunciati." I mezzi di soccorso, insomma, "si muoveranno soltanto in caso di grave pericolo," poiché la loro presenza in acque internazionali "rischia di incoraggiare le partenze."

Quello che invece non sembra essere cambiata di una virgola, anche a fronte di centinaia di morti, è la qualità del dibattito pubblico in Italia, che rimane improntato all'isteria di massa, alla strumentalizzazione politica e alla disinformazione spinta.

Per Fulvio Vassallo, il carattere dell'"immigrazione forzata dei profughi (siriani, eritrei, somali) che sono costretti a partire anche nei mesi invernali" continua a essere confuso con l'immagine distorta di orde di "clandestini" pronti ad assediare le nostre coste.

Recentemente, inoltre, la retorica dell'invasione e della difesa dei Sacri Confini è stata anche alimentata con il fantasma dell'"arrivo dei terroristi" nei barconi—una notizia mai verificata, fatta circolare anche dal governo—che viene sostanzialmente "evocato per terrorizzare l'opinione pubblica e giustificare le politiche di respingimento e di abbandono che producono morte."

Ma del resto, già lo scorso 27 novembre Angelino Alfano aveva delineato quale sarebbe stato l'atteggiamento delle autorità italiane nei confronti dei fenomeni migratori.

"L'Italia è un paese accogliente ma stanco," aveva dichiarato il ministro dell'Interno in un'intervista radiofonica. "Con l'eccesso di accoglienza si alimenta il razzismo. Se non si vuole un'Italia xenofoba e che vota Lega, non possiamo accogliere tutti."

Le conseguenze di questa scelta le abbiamo viste in questi giorni. E se qualcosa non cambia urgentemente, continueremo a vederle anche nei prossimi mesi.

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